La propaganda iraniana in vista delle elezioni di middle term
I Pasdaran danno lezioni di democrazia agli americani. Ma chi restituisce la libertà la libertà agli iraniani?
Venticinque pagine indirizzate al popolo americano.
I Pasdaran, il Corpo delle Guardie della Rivoluzione islamica, invitano gli elettori statunitensi a respingere le politiche di Trump nelle elezioni di metà mandato, a opporsi al sostegno americano a Israele e ad accettare la loro proposta di “coesistenza pacifica”.
Maurizio Molinari ha richiamato questa notizia attraverso Al Arabiya.
La vicenda trova riscontro anche in Reuters e nella stampa americana, da Associated Press al New York Post.
La lettera è stata presentata il 29 settembre dal portavoce dei Pasdaran, Hossein Mohebbi.
L’arroganza sta prima di tutto nel pulpito.
Un apparato che contribuisce a reprimere le libertà degli iraniani si rivolge agli americani per spiegare come dovrebbero esercitare le proprie.
Dentro il Paese, censura e repressione.
Fuori, lezioni agli elettori di una democrazia.
Alle elezioni di novembre Trump non sarà candidato alla presidenza: si voterà per il Congresso.
I Pasdaran cercano di colpire il suo sostegno politico, sfruttando il malcontento per la guerra e le sue conseguenze economiche.
Nella lettera proclamano la propria vittoria, dipingono gli Stati Uniti come una potenza in declino e presentano il programma nucleare iraniano come pacifico.
Arrivano persino a sostenere di non avere mai commesso violenze contro i civili.
Un’autorappresentazione che si scontra con le testimonianze e le indagini sulla repressione in Iran.
Ma la domanda che mi interessa è un’altra: dopo tutti i bombardamenti, quanto potere conservano davvero?
Perché una cosa è colpire basi, fabbriche, comandi e impianti. Un’altra è smantellare il sistema che controlla un paese.
E quel sistema continua a esistere. I Pasdaran non sono soltanto una forza militare.
Nati nel 1979 per difendere la rivoluzione islamica, hanno esteso il proprio peso alla sicurezza interna, alla politica e all’economia.
Attraverso strutture come il conglomerato Khatam al-Anbiya hanno costruito interessi nei grandi appalti, nelle costruzioni e nei settori industriali ed energetici.
A questo si aggiungono reti commerciali e finanziarie estere.
Il Tesoro americano ha documentato società di copertura utilizzate per vendere petrolio legato ai Pasdaran e gestire i pagamenti fuori dall’Iran, anche attraverso rapporti con acquirenti cinesi.
Queste reti non dimostrano che oggi incassino quanto prima. Dimostrano però che il loro potere economico non si esaurisce nel bilancio ufficiale della difesa e non scompare con la distruzione di una caserma.
Intanto il Paese paga. Associated Press ha riportato il 29 settembre un nuovo crollo della valuta, oltre 2,5 milioni di rial per un dollaro.
Il Washington Post descrive carenze di carburante ed elettricità. Le risorse si restringono, mentre il sistema continua a controllarne l’assegnazione.
È questa la realtà più amara: impoverire un paese non significa automaticamente liberarlo da chi lo domina.
Chi controlla le armi, le imprese e la repressione può conservare una posizione dominante anche dentro un’economia devastata.
Questo spiega come possano convivere due realtà apparentemente contraddittorie: un Iran economicamente indebolito e un apparato ancora capace di imporsi sulla popolazione.
La stabilità del potere non coincide con il benessere del Paese. E il silenzio imposto non equivale al consenso.
Le infrastrutture non sono tutte integre. Esistono danni documentati attraverso immagini satellitari.
Non basta la propaganda iraniana per proclamare che tutto sia sopravvissuto. Non bastano neppure gli annunci militari per concludere che ogni capacità sia stata cancellata.
La censura rende ancora più difficile comprendere la situazione. Blackout di Internet, restrizioni alle comunicazioni e pressioni sui giornalisti ostacolano la circolazione e la verifica delle notizie.
Le informazioni escono, ma in modo frammentario e spesso a rischio di chi le trasmette.
Il regime può diffondere i propri proclami; i cittadini non hanno la stessa libertà di raccontare ciò che vivono.
E poi c’è Hormuz.
I Pasdaran proclamano di controllare lo stretto.
Il controllo assoluto che rivendicano non è dimostrato, ma la loro capacità di interferire con la navigazione è un problema concreto: si continua a negoziare la riapertura e il transito sicuro resta compromesso.
Dopo mesi di operazioni militari, questa capacità di ricatto non è stata eliminata.
Per minacciare una rotta commerciale non occorre vincere una guerra convenzionale.
Basta mantenere la possibilità di attaccare le navi e rendere il passaggio pericoloso. Il ricatto può sopravvivere anche a danni militari enormi.
È per questo che bisogna distinguere tra la distruzione di una parte dell’apparato militare e la neutralizzazione della sua capacità di provocare conseguenze economiche internazionali. Hormuz dimostra quanto questa differenza conti.
Chi sono, allora, quelli che oggi parlano di pace agli americani?
Sono l’apparato posto a difesa della Repubblica islamica. Insieme ai Basij, hanno partecipato alla repressione del dissenso.
Le indagini internazionali hanno documentato uccisioni illegali, torture, detenzioni arbitrarie e violenze sessuali nella repressione delle proteste.
Attraverso la Forza Quds sostengono inoltre gruppi armati e milizie oltre i confini iraniani.
Il loro potere ha quindi più dimensioni: le armi, gli interessi economici, la repressione interna e le reti di influenza all’estero.
Per comprenderne la resistenza bisogna guardarle insieme.
Quando si presentano come interpreti della volontà popolare, bisogna ricordare anche gli iraniani che hanno protestato, rischiando la libertà e la vita.
Anche loro sono l’Iran. E nessun apparato militare può cancellarli dalla sua identità.
Qui bisogna tornare al punto decisivo: l’islamizzazione dello Stato e della vita pubblica imposta dopo il 1979.
La rivoluzione abbatté la monarchia e trasformò radicalmente le istituzioni.
La vittoria di Khomeini non significò soltanto un cambio di governo: significò l’instaurazione di un nuovo principio di legittimità, fondato sulla sua interpretazione dell’Islam sciita e sull’autorità del clero.
Prima del 1979 l’Iran dello Shah perseguiva un progetto di modernizzazione: ampliamento dell’istruzione, sviluppo industriale, apertura internazionale e maggiore partecipazione delle donne alla vita pubblica.
La religione conservava un ruolo importante nella società, ma il paese non era governato secondo il principio della supremazia di un giurista islamico sulle istituzioni.
La rivoluzione khomeinista cambiò radicalmente questa direzione.
Il clero conquistò il vertice dello Stato e impose la propria interpretazione religiosa come criterio vincolante per le leggi, l’istruzione, la cultura e i comportamenti individuali.
Le donne furono sottoposte all’obbligo del velo e molte delle possibilità conquistate nei decenni precedenti vennero limitate.
La religione divenne lo strumento con cui stabilire chi potesse governare, quali leggi fossero valide, quali comportamenti fossero leciti e quali opinioni fossero tollerabili.
Il potere politico si appropriò dell’interpretazione religiosa e la utilizzò per disciplinare la società.
Il principio centrale fu il velayat-e faqih, il “governo del giurista islamico”, nella forma sostenuta da Khomeini. Durante l’assenza dell’Imam nascosto della tradizione sciita, un giurista islamico avrebbe dovuto esercitare la suprema autorità politica.
La Guida suprema divenne così il vertice di un ordinamento che pretende di legittimare il proprio potere attraverso la religione.
La Costituzione del 1979, poi modificata nel 1989, collocò questo principio al centro del sistema.
La Repubblica islamica mantenne istituzioni elettive, un Parlamento e un presidente, ma li inserì dentro una struttura in cui la scelta dei cittadini è sottoposta a vincoli religiosi e politici.
Gli iraniani possono votare, ma non possono scegliere liberamente tra tutte le alternative politiche.
Le candidature vengono sottoposte al controllo degli organi del sistema, che possono escludere chi non viene ritenuto ammissibile.
La Guida suprema è il comandante delle forze armate, nomina il capo della magistratura e designa sei dei dodici membri del Consiglio dei Guardiani.
Gli altri sei sono eletti dal Parlamento tra i giuristi proposti dal capo della magistratura.
Il Consiglio dei Guardiani verifica la compatibilità delle leggi con la Costituzione e con i criteri islamici e controlla l’ammissibilità delle candidature.
Il Parlamento opera, dunque, dentro limiti che non può liberamente rimuovere.
Questa è la differenza tra una società in cui la religione ha un ruolo importante e uno Stato teocratico: nella Repubblica islamica l’interpretazione religiosa diventa fonte vincolante della legge e criterio di legittimità del potere.
L’islamizzazione investì ogni livello della vita pubblica. Le università furono sottoposte a una “rivoluzione culturale”, con epurazioni di docenti e studenti e una riorganizzazione secondo l’ideologia del nuovo regime.
La magistratura fu trasformata. L’istruzione, i mezzi di comunicazione, la produzione culturale e la legislazione familiare vennero sottoposti ai principi della Repubblica islamica.
L’abbigliamento femminile divenne materia di controllo statale.
Furono imposte separazioni tra uomini e donne in diversi ambiti.
La critica politica poteva essere trattata come un attacco alla religione o alla rivoluzione.
La condizione delle donne fu profondamente trasformata.
Il velo obbligatorio, le restrizioni nel diritto di famiglia e le discriminazioni giuridiche divennero elementi del nuovo ordine.
Norme applicate attraverso la polizia, i tribunali e gli apparati dello Stato, capaci di incidere sulla libertà quotidiana delle persone.
Dopo la caduta della monarchia, gli alleati e gli avversari che non accettavano quel monopolio furono progressivamente emarginati o eliminati. Il sistema si consolidò attraverso epurazioni, processi, esecuzioni, confische e controllo ideologico.
I Pasdaran nacquero proprio in questo contesto. Furono creati come il corpo armato della rivoluzione e della Repubblica islamica, distinto dall’esercito regolare. La loro funzione era difendere il nuovo ordine dalle aggressioni esterne e dalle minacce interne.
Per questo il loro ruolo è inseparabile dall’islamizzazione politica dell’Iran. Proteggono un sistema che subordina le istituzioni all’autorità religiosa e impedisce alla società di scegliere liberamente un ordinamento diverso.
Eppure, la civiltà persiana non può essere ridotta alla dottrina di Khomeini. La storia, la lingua, la cultura e la memoria dell’Iran sono molto più antiche della Repubblica islamica.
Il regime non è il destino inevitabile della Persia.
La Persia non comincia con Khomeini e non appartiene ai Pasdaran.
Confondere il Paese con il regime significa concedere ai governanti il privilegio di presentarsi come la sua unica espressione possibile.
Sul nucleare, infine, la situazione resta inquietante proprio perché manca la verifica.
Bisogna distinguere gli impianti che producono elettricità, quelli che arricchiscono l’uranio e le eventuali attività finalizzate a sviluppare un’arma.
Sono capacità diverse, che non si possono dedurre semplicemente dalla presenza di strutture sotterranee.
Natanz ha subito danni pesanti. Il complesso sotterraneo di Pickaxe Mountain, vicino a Natanz, risultava invece non colpito secondo le informazioni pubblicate da Reuters il 10 settembre. A Taleghan 2, nel complesso militare di Parchin, immagini satellitari di settembre documentano lavori di ricostruzione.
Un sito sotterraneo sopravvissuto non dimostra da solo che l’arricchimento sia operativo. Un cantiere non dimostra che un’arma sia in produzione. Ma entrambi impediscono di liquidare la questione come definitivamente risolta.
Rafael Grossi ha segnalato che l’AIEA non disponeva dell’accesso e delle informazioni necessari per verificare lo stato degli impianti e dei materiali dichiarati.
La perdita della continuità delle verifiche sulle scorte di uranio, comprese quelle arricchite fino al 60%, costituisce un problema concreto di proliferazione.
Non possiamo trasformare questo vuoto in una certezza rassicurante. Non sappiamo abbastanza per affermare che ogni capacità sia stata eliminata, né per stabilire che un’arma sia già pronta.
La lettera di venticinque pagine va letta dentro questa realtà: un apparato che subisce danni, conserva potere, reprime il dissenso e tenta di usare le difficoltà economiche della guerra per condizionare il dibattito americano.
La sua arroganza non dimostra che sia invulnerabile. La sua sopravvivenza dimostra però che la distruzione militare e lo smantellamento del potere sono risultati diversi.
E prima di spiegare agli americani come scegliere i propri rappresentanti, i Pasdaran dovrebbero consentire agli iraniani di scegliere liberamente il proprio futuro.





