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Messaggio forte e chiaro della Santa Sede: cari preti fare i preti

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Santa Sede

Le parrocchie non sono centri di accoglienza e la CEI non deve diventare un soggetto politico sostitutivo dei partiti progressisti

Messaggio forte e chiaro della Santa Sede per tutta la filiera di preti che invece di fare il loro mestiere si sono trasformati in organizzatori di centri di accoglienza, in assistenti sociali e, quando serve, ovverossia sempre, in contestatori dei provvedimenti del Governo.

La filiera Zuppi ha di ché meditare.

La Santa Sede ha confermato ieri la rimozione di don Massimo Biancalani, divenuto celebre per la sua accoglienza massiva agli immigrati nella canonica e perfino in chiesa, dal servizio pastorale nelle parrocchie di Santa Maria Maggiore a Vicofaro e San Niccolò a Ramini, a Pistoia.

Il Dicastero per il Clero ha rigettato il ricorso presentato dal sacerdote contro il provvedimento avviato dall’ex vescovo di Pistoia e Pescia, monsignor Fausto Tardelli, giungendo così al punto conclusivo dell’iter canonico.

Il provvedimento della Santa Sede nei confronti di don Massimo Biancalani è un decreto del Dicastero per il Clero (Dicasterium pro Clericis / “pro clericis”) che ha respinto la sua “remonstratio” (ricorso) contro le decisioni dell’ex vescovo di Pistoia e Pescia, mons. Fausto Tardelli.

Il provvedimento è del Dicastero per il Clero della Santa Sede. Firmatari: segretario mons. Carlo Roberto Maria Redaelli e sottosegretario mons. Enrico Massignani.

Il contenuto essenziale è la conferma della rimozione di don Biancalani dal servizio pastorale come parroco delle parrocchie di Santa Maria Maggiore a Vicofaro e San Niccolò a Ramini (diocesi di Pistoia).

Le motivazioni sono (secondo fonti che lo hanno visionato): grave negligenza nell’esercizio del ministero parrocchiale (mancanza di catechesi e altre attività pastorali), perdita della buona stima presso i parrocchiani, conflitto insanabile e trasformazione non autorizzata delle parrocchie in centri di accoglienza.

La notizia della decisione è emersa intorno al 19 agosto 2026. Non risultano pubblicati ufficialmente (almeno nelle fonti aperte) un protocollo numerico preciso o la data esatta di firma del decreto.

Don Biancalani ha 60 giorni di tempo per un eventuale ulteriore ricorso al Supremo Tribunale della Segnatura Apostolica (che non sospenderebbe l’efficacia del provvedimento).

La decisione vaticana mette un punto fermo su una vicenda durata oltre un decennio.

Dopo aver rifiutato il trasferimento all’Ufficio missionario diocesano proposto nell’estate 2024 – soluzione individuata dal clero per dare continuità alla sua vocazione così integralmente solidaristica – e dopo la perdita della rappresentanza legale di Vicofaro, il sacerdote aveva adito le vie legali in base al diritto canonico (ex articoli 1732-1739).

In sostanza, la Santa Sede conferma che l’accoglienza ai migranti – pur essendo un valore riconosciuto dal magistero – non può diventare l’attività prevalente o quasi esclusiva se ciò comporta lo svuotamento delle funzioni tipiche del parroco (celebrazioni, catechesi, cura spirituale della comunità, gestione ordinata dei luoghi di culto).

Il punto non è l’accoglienza in sé, ma il bilanciamento e il rispetto dei limiti canonici e pastorali.

Il messaggio istituzionale è chiaro e va nella direzione di ricordare ai sacerdoti che il loro primo compito rimane quello di “fare i preti” (cura delle anime, vita sacramentale e comunitaria della parrocchia), e che altre opere di carità, pur meritorie, non possono sostituirlo o metterlo in secondo piano fino al punto di annullare la vita ordinaria della comunità.

Nel contesto italiano attuale il provvedimento assume inevitabilmente un valore politico, anche se le motivazioni ufficiali della Santa Sede restano strettamente ecclesiali e pastorali.

In Italia il tema migranti è da anni fortemente polarizzato. Don Biancalani è diventato un simbolo dell’accoglienza “incondizionata” e “da chiesa – ospedale da campo”, in aperta contrapposizione con la linea del Governo.

I settori della sinistra e del mondo cattolico progressista lo hanno invece come testimone concreto del magistero di Papa Francesco sull’accoglienza.

Il Dicastero per il Clero non motiva, ovviamente, la decisione con argomenti politici o di politica migratoria. Il decreto parla di negligenza pastorale, mancanza di catechesi, perdita della stima dei parrocchiani e trasformazione non autorizzata delle chiese in centri di accoglienza. È un richiamo interno alla disciplina e alle priorità del ministero sacerdotale.

Tuttavia, in un Paese dove alcuni sacerdoti e settori della Chiesa (soprattutto a livello locale o associativo) hanno spesso preso posizioni pubbliche contrarie alle politiche restrittive sull’immigrazione, un atto di questo tipo finisce per essere interpretato come un segnale di contenimento: “Fate i preti prima di tutto, e non trasformate la parrocchia in un fronte politico-sociale autonomo”.

Comunque sia siamo di fronte ad un segnale di discontinuità rispetto a una certa interpretazione pastorale dell’epoca di Francesco, soprattutto sul rapporto tra accoglienza, attività politica e governo ordinario delle parrocchie.

Il messaggio sembra essere: l’accoglienza dei migranti è una dimensione della missione della Chiesa, ma non può trasformare una parrocchia in una struttura di accoglienza sottraendola alla sua funzione pastorale e alla responsabilità del vescovo.

Durante il pontificato di Francesco c’è stata una forte valorizzazione di sacerdoti e realtà ecclesiali impegnate nell’accoglienza. Biancalani stesso ha sempre interpretato la propria attività come coerente con l’indirizzo di Bergoglio.

E, infatti, ieri, commentando la rimozione, ha sostenuto sostanzialmente che l’accoglienza dei migranti gli era stata indicata proprio da Francesco.

Il vero messaggio però, potrebbe essere rivolto ai vescovi e alla CEI.  

La Santa Sede non ha semplicemente detto: «Biancalani ha sbagliato»; ha confermato l’autorità del vescovo diocesano. Questo significa che la catena di comando è: parroco, vescovo, diocesi, Santa Sede e non parroco, propria interpretazione del Vangelo, opinione pubblica, Santa Sede.

Il provvedimento è, pertanto, anche un’affermazione del principio gerarchico. E questo può avere una ricaduta sulla CEI, perché negli ultimi anni alcuni vescovi e settori della Chiesa italiana sono stati molto presenti nel dibattito politico su migranti, accoglienza, guerra, ambiente e diritti.

Il messaggio per la CEI potrebbe essere: la Chiesa può intervenire nel dibattito pubblico, ma l’attività pastorale non può essere assorbita dalla militanza politico-sociale.

Il messaggio alla CEI potrebbe essere su tre livelli: primo livello ai sacerdoti (non trasformate la parrocchia in una struttura politica o sociale autonoma); secondo livello, ai vescovi (esercitate pienamente la vostra responsabilità sui parroci); terzo livello, alla CEI (la Chiesa italiana non deve diventare un soggetto politico sostitutivo dei partiti progressisti).

Quest’ultimo punto è naturalmente un’interpretazione politica, non qualcosa che il decreto dice esplicitamente, ma è proprio qui che il caso diventa interessante rispetto alla vicinanza di alcuni settori della CEI al campo progressista.

Autore

  • Desina Novalis

    Segretaria di professione, detective per passione, ama far luce sui punti oscuri di cronaca, politica nazionale ed estera.

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