La democrazia occidentale minacciata dalle continue ingerenze dell’Islam
E se la vera debolezza dell’Occidente non fosse la forza di chi lo minaccia, ma la sua incapacità di riconoscere le proprie vulnerabilità?
Da anni il dibattito europeo sull’immigrazione, sull’integrazione e sulla presenza dell’Islam nelle nostre società viene affrontato prevalentemente attraverso categorie morali: accoglienza, discriminazione, inclusione, islamofobia.
Sono concetti inadeguati quando ci troviamo di fronte a fenomeni che hanno anche una dimensione politica e geopolitica.
Il problema, infatti, non è il musulmano che pratica la propria religione. Una democrazia liberale deve garantire la libertà di parola di pensiero e religiosa.
Il problema nasce quando una corrente politica o ideologica sostiene che una norma religiosa debba prevalere sulla legge dello Stato, quando un’organizzazione considera la partecipazione democratica non come accettazione del pluralismo, ma come uno strumento per trasformare radicalmente l’ordinamento che la ospita.
È qui che occorre prendere coscienza che l’Islam, per sua natura, è un ordinamento politico-giuridico: una religione che è anche ideologia politica che tutto regola, ogni aspetto della vita quotidiana, delle relazioni sociali e dello Stato. Come tale è incompatibile con altre istituzioni statali che, anzi, mira a sovvertire.
Il cosiddetto Islam moderato è la fase transitoria della maggior parte dei musulmani che sono ospiti di un’altra nazione non musulmana.
Nel momento in cui i musulmani diventano un numero consistente e non più un’esigua minoranza, l’Islam può dispiegarsi in tutti i suoi fondamentali precetti.
L’Islam tenta di infiltrarsi nelle istituzioni politiche occidentali attraverso:
• una massiccia e costante immigrazione;
• la demografia, procreando molti figli per donna;
• l’istituto del ricongiungimento familiare;
• il generoso welfare messo a disposizione dalle società occidentali.
• il politicamente corretto, che impedisce agli autoctoni di respingere l’avanzata migratoria pena l’accusa di islamofobia, razzismo, nazionalismo, fascismo;
• la concessione facile e acritica della cittadinanza, senza dover dimostrare attaccamento alla cultura ospitante (l’Italia ne concede 250 mila l’anno, più di tutti in Europa);
• la democrazia occidentale, utilizzata partendo dalla politica amministrativa locale per scalare i gradi del potere fino al comando del Paese ospitante.
La drammatica conferma di questa dinamica si vede oggi nei disordini che scuotono la Francia: le seconde e terze generazioni, anziché integrarsi, dimostrano sul campo la propria estraneità sventolando bandiere straniere, come quelle algerine e palestinesi, anziché quella francese, confermando che, una volta insediate, creano fratture profonde e rivolte identitarie.
Un preludio di ciò che sta già iniziando ad accadere anche in Italia, dove il cortocircuito si sposta sui banchi di scuola: l’esplosione di classi composte quasi interamente da alunni immigrati pone problemi enormi, con bambini che a malapena conoscono la lingua italiana, bloccando il percorso educativo e certificando il fallimento preventivo di qualsiasi assimilazione.
La democrazia occidentale può essere acquisita da movimenti estranei alla sua tradizione senza che venga sparato un colpo.
Il vero interrogativo, allora, riguarda l’Occidente.
Siamo ancora capaci di stabilire dei confini?
Siamo ancora capaci di distinguere tra libertà religiosa e potere politico?
Siamo ancora capaci di discutere dell’integrazione senza trasformare ogni critica in un’accusa di razzismo?
Il rischio maggiore, dunque, non è necessariamente una conquista militare dell’Occidente. È qualcosa di più sottile: una progressiva infiltrazione di poteri estranei ai valori e principi della tradizione liberale occidentale.
La sfida dell’Occidente è dimostrare di essere ancora capace di difendere il proprio ordinamento senza rinunciare ai propri principi.
Perché una democrazia che, per paura di sembrare intollerante, smette di applicare i propri valori è destinata al tramonto.
La risposta necessaria dell’Occidente: difesa della sovranità e rifiuto del dogma migratorio.
L’Occidente applica le categorie giuridiche e morali dello Stato di diritto – tolleranza, pluralismo, neutralità – a un fenomeno che, in molte delle sue espressioni ideologiche organizzate, risponde a una logica di conquista sistemica e sovversiva dell’ordinamento ospite.
Per uscire da questa trappola, bisogna innanzitutto smantellare il falso mito secondo cui l’immigrazione sia un atto dovuto: chi l’ha detto che un Paese debba accogliere centinaia di migliaia di persone all’anno?
L’immigrazione non è un diritto universale di ingresso in casa d’altri; è la nazione che accoglie a decidere i numeri, a selezionare gli immigrati e ad avere la piena facoltà di ridurli drasticamente, arrivando persino a quota zero se l’interesse nazionale e la sicurezza lo richiedono.
La sopravvivenza del nostro ordinamento liberale richiede il coraggio di ristabilire paletti fermi attraverso tre pilastri operativi fondamentali:
1. La sovranità assoluta sui flussi e la primazia della legge civile
Affermare il diritto inalienabile dello Stato di decidere quanti e chi fare entrare, azzerando i flussi quando non vi sono le condizioni di sicurezza o assimilazione, e sancendo l’inderogabile superiorità della legge civile su qualsiasi precetto confessionale o consuetudinario.
2. Il rigetto del multiculturalismo e dello sfruttamento del welfare
Subordinare la permanenza a un reale ed effettivo attaccamento ai valori fondanti della civiltà occidentale (parità tra i sessi, laicità dello Stato, libertà di coscienza, padronanza della lingua), superando la logica dei numeri automatici e dei ricongiungimenti acritici che alimentano le sacche di ghettizzazione delle seconde generazioni. Chi arriva dall’estero non può pretendere di sfruttare e parassitare il welfare di una nazione di cui non ha contribuito a costruire nulla: l’accesso alle prestazioni assistenziali e sociali universali deve essere precluso ai non cittadini, potendovi accedere solo una volta ottenuta la cittadinanza.
3. La fine del ricatto ideologico
Smantellare la cappa del politicamente corretto che utilizza l’accusa di “islamofobia” o “razzismo” per impedire alla politica di chiudere i confini, riformare la scuola e gestire con autonomia il proprio territorio.
Una democrazia che abdica alla difesa dei propri confini e della propria identità per paura di apparire intollerante non sta praticando l’apertura: sta semplicemente firmando la propria resa.





