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Africa, missioni di pace che non risolvono i conflitti

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Africa, missioni di pace che non risolvono i conflitti

Crisi locali complesse, gruppi armati frammentati, assenza di una vera volontà politica delle parti in lotta

Ho sempre guardato con un certo scetticismo alle missioni di pace, soprattutto in particolari Paesi, perché, anziché risolvere le crisi per cui vengono avviate, finiscono col prolungarle a tempo indeterminato oppure a rinviarne al futuro un’acutizzazione che le renderà nuovamente inevitabili.
Il caso della missione MONUC e MONUSCO in RD Congo, passata alla storia come la più costosa e sostanzialmente improduttiva tra tutte le missioni ONU mai viste, ne è una chiara prova.

Fra l’altro, il fatto di ospitare al loro interno forze di Paesi i cui governi sono attivi contributori di quelle crisi, è proprio una delle prime ragioni del loro fallimento: immaginiamoci una missione di pace ONU a Gaza con la presenza di truppe israeliane e americane.

Eppure, in RD Congo, dove, ad esempio, nella missione ONU sono presenti truppe ruandesi, questo paradosso avviene. Non a caso Kinshasha invoca, a buon diritto, presso il Consiglio di Sicurezza che il Ruanda, in quanto sostenitore delle milizie AFC/M23 causa della grave crisi conosciuta dalla RD Congo nelle aree orientali del Sud Kivu, Nord Kivu ed Ituri, veda sospesa la partecipazione delle sue truppe alla missione ONU.

Anche la ripetuta violazione della Risoluzione 2773 da parte di Kigali appare un altro buon motivo per privare il governo di Paul Kagame di quest’ennesima possibilità d’interferire negli affari interni del suo vicino congolese.

È difficile che Kinshasha vedrà accontentata la sua richiesta, considerando la sua attuale debolezza politico-strutturale a fronte di un vicino tanto ben sostenuto come il pur “piccolo” Ruanda di Paul Kagame.

Dopotutto, anche il recente ricorso alla Corte Internazionale di Giustizia del governo congolese contro Kigali non pare, per ora, aver fatto grandi progressi: non è, del resto, il primo caso.

In che termini il Ruanda sia ben “sostenuto”, non è un mistero per nessuno: basta guardare dove vadano a finire i preziosi minerali critici e l’oro trafugati dagli M23, veicolati in Ruanda e Uganda e da lì immessi in una vasta rete logistica, che spazia da Israele agli EAU, dall’UE all’UK fino agli USA.

Non a caso, proprio quelli sono stati i promotori di un certo Corridoio di Lobito che, dallo Zambia, giunge nella RD Congo per poi sfociare in Angola, sull’Atlantico, e dovrebbe addirittura far concorrenza al “monopolio logistico” della BRI nel Continente.

Un progetto euro-americano, reso possibile dall’accordo di pace “neocoloniale” firmato lo scorso dicembre a Washington tra RD Congo e Ruanda, sotto il compiaciuto sguardo di Trump.

È una delle fantomatiche “otto guerre” pacificate dal Presidente USA e, come tale, mai davvero “pacificata”, visto che è tuttora in corso: subito dopo la firma, infatti, gli M23 sono tornati a espandersi e a scontrarsi con le forze congolesi come se nulla fosse.

L’indebolimento riportato dalla RD Congo, col suo governo consapevole di quanto ricattabile fosse dopo una crisi geopolitica che lo stava travolgendo, è stato proprio l’apripista di quella “pace neocoloniale” che, in realtà, “pace” non è.

Non si creda, come già ho scritto in precedenza, che queste cose non avvengano altrove.

In Somalia siamo vicini all’esaurimento di varie missioni internazionali – UNTMIS, AUSSOM, EUTM e EUCAP, oltre all’UNSOS, recentemente prorogata, ed altre ancora – la cui storicità si perde praticamente nella memoria.

C’è di che scommettere che, dopo il loro ritiro, la Somalia non tarderà a superare le sue criticità, anziché riviverle. Ma di questo caso, dove analogamente spiccano presenze ostili a Mogadiscio, sarà opportuno parlare in un’altra occasione.

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