La teoria di Overton e la nuova geopolitica dei corridoi
La vera domanda non è soltanto chi stia spostando la finestra di Overton. È capire quale idea stia entrando oggi nella finestra che soltanto pochi anni fa sarebbe stata considerata impensabile.
Ma che cos’è la finestra di Overton?
È il perimetro delle idee che, in un determinato momento, una società considera accettabili e, quindi, discutibili pubblicamente.
Il concetto, elaborato dal politologo statunitense Joseph Overton, descrive il processo attraverso il quale un’idea può muoversi dall’essere impensabile a diventare discutibile, poi ragionevole, accettabile e, infine, politicamente praticabile.
È un cambiamento che spesso precede quello delle decisioni, prima cambia il linguaggio, poi cambia il dibattito, quindi cambia la percezione di ciò che è possibile e, infine, può cambiare la politica ed è proprio qui che Overton diventa interessante per la geopolitica.
La sua finestra non va letta soltanto come uno strumento per comprendere il dibattito politico, ma come una lente attraverso la quale osservare come crisi, guerre, vulnerabilità energetiche, trasformazioni tecnologiche e competizione strategica possano spostare progressivamente il confine di ciò che una società considera possibile.
Negli ultimi anni quel confine si è mosso, il riarmo europeo, la sicurezza delle infrastrutture strategiche, la protezione dei cavi sottomarini, la competizione nell’Artico, l’autonomia strategica e la militarizzazione di spazi per decenni considerati prevalentemente economici o commerciali sono entrati nel centro del dibattito e non necessariamente perché qualcuno abbia imposto dall’alto una nuova agenda, ma perché la realtà ha modificato la percezione del rischio.
Hormuz è un caso esemplare.
Per anni una grave interruzione dei flussi attraverso lo Stretto apparteneva soprattutto agli scenari estremi, oggi la vulnerabilità di Hormuz è diventata una variabile concreta nelle valutazioni energetiche e strategiche.
Non è soltanto quanto costa un barile, è ciò che quel prezzo rivela sulla fragilità di un sistema globale concentrato su pochi chokepoint. Quando una vulnerabilità viene percepita, discussa e ripetuta abbastanza a lungo, cambia il perimetro delle risposte considerate legittime.
Diversificare le rotte energetiche diventa più urgente, proteggere le infrastrutture diventa una priorità, come cercare forniture alternative diventa una necessità, ma anche ridisegnare i corridoi torna a essere una questione strategica.
Qui si vede concretamente il meccanismo della finestra di Overton, non è necessariamente l’evento, da solo, a cambiare la politica; è il modo in cui un rischio persistente modifica ciò che una società è disposta a discutere, preparare e, infine, considerare necessario.
Partendo da Hormuz si può comprendere il passaggio all’Artico.
Se Hormuz mostra cosa accade quando un corridoio già centrale per il sistema globale diventa più vulnerabile, l’Artico mostra cosa accade quando un corridoio precedentemente marginale acquista progressivamente valore strategico.
Per decenni l’Artico è stato percepito soprattutto come una frontiera geografica estrema, territorio di ricerca scientifica, ghiacci e risorse naturali.
Oggi viene sempre più interpretato attraverso il linguaggio della sicurezza, rotte marittime, infrastrutture, risorse, Groenlandia, cavi, basi e competizione tra grandi potenze, non è soltanto che nell’Artico si stanno aprendo nuove possibilità di navigazione.
È che il cambiamento ambientale, la competizione per le risorse e la crescente attenzione alle rotte settentrionali stanno modificando il valore strategico di uno spazio che per decenni era rimasto ai margini della pianificazione geopolitica.
Hormuz e Artico, quindi, sembrano appartenere a due mondi opposti ma in realtà raccontano la stessa trasformazione.
Il primo rappresenta un chokepoint consolidato la cui vulnerabilità aumenta il valore delle alternative e il secondo rappresenta uno spazio alternativo il cui valore cresce proprio perché aumenta la vulnerabilità delle rotte tradizionali.
In entrambi i casi, la variabile decisiva è il corridoio.
E quando cambia il valore di un corridoio, cambia anche il valore degli spazi che lo collegano, lo proteggono o possono sostituirlo e la geopolitica contemporanea diventa più difficile da leggere.
Perché non basta più chiedersi chi controlla un territorio. Bisogna chiedersi quali flussi lo attraversano, da quali infrastrutture dipendono e quali alternative esistono quando quella continuità viene interrotta.
Ogni giorno, inoltre, siamo immersi in un flusso continuo di crisi. Guerra, energia, cavi, porti, sanzioni, semiconduttori, rotte marittime, Artico, una nuova emergenza sostituisce rapidamente quella precedente.
L’eccezionale viene ripetuto così tante volte da diventare familiare, tanto che se diventa familiare può progressivamente diventare normale; ciò che diventa normale può diventare accettabile; ciò che diventa accettabile può entrare nel campo delle decisioni.
Non è automaticamente manipolazione ma una trasformazione della percezione del rischio.
Quindi, la finestra di Overton incontra la dimensione cognitiva della geopolitica, la competizione contemporanea non si svolge soltanto per il controllo di territori e risorse, ma anche attorno alle percezioni, alle narrazioni e alla definizione di ciò che appare possibile.
La guerra cognitiva è una dimensione di questo confronto; Overton offre, invece, una chiave per osservare come il perimetro del possibile possa progressivamente spostarsi.
Hormuz, Bab el-Mandeb, Suez, il Mediterraneo, l’Artico e le grandi reti energetiche e digitali non sono punti isolati della carta geografica, ma segmenti di una stessa architettura: quella dei corridoi attraverso i quali scorrono energia, merci, dati, capitali e capacità strategica.
La finestra di Overton evidenzia che prima cambia la percezione del rischio; poi cambia il valore attribuito all’infrastruttura; infine cambia la geografia delle scelte.
Per questo, la geopolitica non può più essere letta soltanto sulle mappe. Va letta anche nel linguaggio, nelle parole che si ripetono, nelle emergenze che diventano ordinarie e nelle infrastrutture che improvvisamente assumono un valore strategico.
La mappa non è ancora cambiata ma il mondo che la guarda sì.


Elena Tempestini, giornalista, storica, speaker radiofonica, comunicazione, capo redattore di Idee di Governo.


