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Iran – Tagikistan, quando le sanzioni cambiano la mappa energetica

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Iran - Tagikistan, quando le sanzioni cambiano la mappa energetica

Verso una nuova geografia del potere

Quando una sanzione non riesce a interrompere un flusso, ma lo costringe a cambiare direzione, la domanda non è più soltanto chi stia violando una restrizione, ma quale nuova geografia del potere stia nascendo proprio a causa di quella pressione.
È questo il significato strategico che può assumere l’arrivo di prodotti petroliferi iraniani in Tagikistan nonostante il regime di sanzioni statunitensi contro Teheran.

A prima vista potrebbe sembrare una vicenda commerciale circoscritta, una delle tante traiettorie attraverso cui l’Iran continua a trovare sbocchi per la propria produzione ma, in realtà, osservata all’interno della più ampia trasformazione dei corridoi eurasiatici, racconta qualcosa di molto più importante.

Quando una potenza tenta di restringere i flussi attraverso sanzioni finanziarie e commerciali, gli Stati colpiti e i loro interlocutori possono rispondere non soltanto cercando nuovi mercati, ma costruendo nuove geografie di connessione.

Il rapporto tra Iran e Tagikistan va infatti letto su più livelli.

Da una parte c’è la necessità di Dushanbe di diversificare le proprie forniture energetiche, il Paese è fortemente dipendente dalle importazioni di prodotti petroliferi e la Russia rappresenta ancora la principale fonte di approvvigionamento.

Dall’altra c’è l’Iran, che cerca nuovi mercati e nuove connessioni regionali in un momento nel quale la pressione delle sanzioni rende sempre più importante la capacità di diversificare sbocchi e direttrici commerciali.

Le prime forniture iraniane al Tagikistan sono iniziate alla fine di agosto, mentre i due Paesi hanno discusso una cooperazione petrolifera di più lungo periodo.

Dushanbe ha manifestato l’interesse a ricevere quantità molto significative di prodotti petroliferi, ma è importante distinguere tra volumi richiesti o potenziali e quantità effettivamente consegnate, che non sono state rese pubbliche.

È una distinzione essenziale, perché la nuova relazione energetica è ancora in fase di costruzione, tuttavia, non è soltanto la quantità di petrolio che potrebbe arrivare; ricordiamoci che il Tagikistan è un Paese senza sbocco sul mare.

Durante i contatti tra i due Paesi sono stati affrontati insieme energia, trasporti e logistica, perché un aumento delle forniture iraniane richiede, necessariamente, nuove soluzioni per il trasferimento delle merci e il potenziamento delle connessioni.

Il petrolio non viaggia nel vuoto: ha bisogno di ferrovie, strade, terminali, porti, sistemi doganali e accordi di transito.

Quello che sta emergendo, quindi, non è soltanto un rapporto tra un produttore e un consumatore, ma la possibilità di costruire una connessione energetico-logistica tra l’Iran e l’Asia centrale.

Il Tagikistan non sta necessariamente scegliendo l’Iran al posto della Russia, sta cercando di aumentare le proprie opzioni. Dushanbe mantiene rapporti con Mosca, Pechino, Teheran, Ankara e altri interlocutori, mentre cerca di ridurre la vulnerabilità derivante dalla dipendenza da una sola direttrice energetica.

Per l’Iran, invece, il rapporto offre un mercato e contemporaneamente una porta verso una regione nella quale la competizione per infrastrutture, energia e corridoi sta aumentando ma le due esigenze si incontrano.

Il Tagikistan cerca una nuova fonte di approvvigionamento.

L’Iran cerca un nuovo mercato e una maggiore proiezione verso l’Asia centrale, la logistica deve trasformare questa convergenza politica in un flusso reale. Una sanzione può modificarne la geografia.

È il paradosso della pressione economica applicata alla geopolitica, nel tentativo di restringere una rete, si può contribuire alla nascita di una rete alternativa.

Questo non significa che le sanzioni siano automaticamente inefficaci, né che ogni nuovo collegamento rappresenti necessariamente un progetto coordinato per aggirarle.

Significa che la loro efficacia non può essere valutata soltanto osservando quanto diminuisca un determinato flusso. Occorre guardare anche dove quel flusso si sposta, quali infrastrutture utilizza, quali intermediari coinvolge e quali nuove dipendenze produce.

L’Iran non è soltanto un grande produttore di energia sottoposto a sanzioni, è anche una piattaforma geografica collocata tra Golfo Persico, Mar Caspio, Caucaso, Asia centrale e Oceano Indiano.

La sua posizione geografica gli consente di guardare contemporaneamente in più direzioni.

Verso nord, attraverso il Caspio e il Caucaso, verso l’Asia centrale e la Russia. Verso est, verso la Cina e le reti terrestri eurasiatiche. Verso sud, attraverso il Golfo e l’Oceano Indiano. E verso ovest, attraverso i corridoi che collegano l’Iran al Caucaso e alla Turchia.

Questa molteplicità geografica acquista un valore ancora maggiore in una fase nella quale Hormuz rappresenta una vulnerabilità strategica del sistema energetico globale, se il chokepoint diventa più rischioso, aumenta il valore delle rotte che possono evitarlo.

È per questo che il collegamento tra Cina, Kazakhstan, Mar Caspio e Iran e il completamento della ferrovia Rasht – Astara assumono un valore che va oltre la semplice logistica.

L’International North-South Transport Corridor, che collega India, Iran, Azerbaigian e Russia, può diventare una delle architetture attraverso cui energia e merci possono muoversi lungo direttrici terrestri alternative alle rotte marittime più esposte.

In questa nuova geografia il Tagikistan non appare più come una periferia isolata ma diventa uno dei punti attraverso cui osservare l’allargamento delle connessioni iraniane verso l’Asia centrale.

L’Asia centrale sta progressivamente passando dall’essere una regione di confine a essere una regione di passaggio.

Kazakhstan, Uzbekistan, Turkmenistan e Tagikistan non sono più soltanto territori collocati tra grandi potenze. Sono spazi nei quali Russia, Cina, Iran, Turchia, India e altri attori cercano accesso, energia, transito e capacità di connessione.

È ancora troppo presto per dire se il rapporto energetico con il Tagikistan raggiungerà una scala sufficiente a modificare realmente la dipendenza del Paese dalle forniture russe.

I volumi effettivamente consegnati e la sostenibilità economica e logistica di forniture molto più consistenti devono ancora essere verificati. Ma non si può aspettare che una nuova geografia sia già completamente costruita per riconoscerne i primi segnali.

La trasformazione può iniziare molto prima, nel momento in cui due Paesi scoprono di avere bisogno l’uno dell’altro per ragioni diverse.

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