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Maranza tra finte minacce e vere intimidazioni anche contro i preti

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Il parroco di Villanova trova la forza per reagire e denunciare, ma lo Stato dov’è?

Con i maranza ci vorrebbe don Camillo. Quello col fucile. Perché a un prete hanno appena spiegato che la sua chiesa non è più sua.

È loro. E per farglielo capire meglio hanno acceso un fuoco a due passi dalla canonica.

Il padrone di casa è diventato l’ospite. In casa sua. Gli aveva aperto le porte. Gliele hanno sfondate.

Quanto deve ancora bruciare prima che qualcuno si svegli?

Succede a Villanova, periferia di Pordenone. Il prete è don Luca, parroco di Cristo Re, aveva aperto il campetto della parrocchia a un gruppo del quartiere chiedendo solo due cose, lasciare in ordine e andarsene entro le 20.

In cambio ha avuto bottiglie di alcolici, mozziconi, un tombino di cemento spaccato. Poi il cancello montato per difendersi, forzato a mani nude.

E una frase detta in faccia: “Sei qui da 2 anni, noi siamo qui da 20, rivendichiamo il diritto di proprietà”.

Non sono bambini. Hanno tra i 18 e i 20 anni, sono pordenonesi e seconde generazioni insieme. Maranza.

Su un punto hanno ragione: il parroco è arrivato da poco. Ma nel 1975, quando Villanova era un blocco di case popolari appena costruite, fu il sacerdote di allora, insieme agli abitanti, a inventarsi una festa per trasformare degli sconosciuti in vicini di casa.

La comunità che oggi rivendicano l’ha cucita un prete.

Se a denunciare i maranza è un politico di destra, è propaganda. Se è un sindaco, è campagna elettorale.

Ma quando è un prete che ha aperto il cancello a tutti, senza chiedere a nessuno da dove venisse, chi ha il coraggio di dire che se lo è inventato?

Don Luca non ha cambiato idea in un giorno. Ci ha messo più di un anno. Prima la pazienza, poi le regole, poi il cancello, poi le telecamere, poi le denunce.

Alla fine la parola che un parroco non dovrebbe mai pronunciare in casa sua: paura.

Ogni gradino è una convinzione caduta. L’ultima, la più dura, è che bastasse la bontà.

Non è un caso isolato. È una mappa.

A Caravaggio, nella Bergamasca, il Sabato Santo hanno lanciato bastoni e un sasso contro il parroco. A Reggio Emilia un prete è stato buttato a terra e picchiato davanti alla sua chiesa.

Ad Ancona un parroco ha scritto al prefetto che il sagrato è diventato zona franca, con i coltelli nascosti nei sottovasi.

A Lugo, sorprese a rubare le offerte, due ragazze si sono inginocchiate fingendo di pregare.

A Prata di Pordenone hanno chiuso il parco giochi dell’oratorio, a Montereale all’oratorio hanno dato fuoco. A Roma hanno accerchiato don Antonio Coluccia, il prete antispaccio che vive sotto scorta.

Per un secolo l’oratorio è stato l’ultimo spazio aperto d’Italia: niente biglietto, niente tessera, nessuno che ti chiedesse chi eri. Oggi i preti comprano le telecamere.

Un tempo il peggior teppista di quartiere il prete non lo toccava. Non per fede: per tabù. La tonaca era una frontiera.

Quella frontiera è caduta da due lati. Per il ragazzo di cultura islamica la chiesa non è mai stata sacra: a Caravaggio, racconta il parroco, frequentavano l’oratorio per aggregazione, non per fede. Per il ragazzo italiano non lo è più.

Due strade diverse, lo stesso punto d’arrivo: la chiesa è solo uno spazio gratis, il prete solo un adulto senza potere.

Le ragazze di Lugo i gesti della preghiera li conoscono ancora. Li usano per nascondersi.

Perché i sacerdoti ci mettono tanto a reagire? Perché chi accoglie ha costruito la propria identità sul sì. Il parroco di Prata lo ha confessato: gli fa male al cuore dire di no.

Il prepotente lo fiuta. Sa che più sei buono, più tempo avrà prima che tu ti decida.

La scoperta che fanno questi preti non è che accogliere sia impossibile. È che non si può accogliere senza poter cacciare. Ogni casa ospitale ha una porta che si chiude: chi non sa dire di no non accoglie, subisce.

Del resto chi crede che il cristiano debba sopportare tutto ha letto il Vangelo a metà. Davanti a chi aveva occupato il Tempio, il più mite degli uomini non porse l’altra guancia: rovesciò i banchi.

“La mia casa sarà chiamata casa di preghiera”. I maranza dicono “casa nostra”. La risposta era già scritta.

Chi sono, allora, i nuovi padroni del campetto?

Il maranza non è il teppista di sempre. Ha una divisa, una colonna sonora, un’idea precisa di come marcare il territorio. Non distrugge per noia, ma per piantarci la bandiera.

Da soli abbassano gli occhi, in branco diventano padroni. Per loro il rispetto coincide con la paura che sanno incutere.

Chi non ha un mestiere né un titolo si aggrappa a quello che ha: un muretto, un parcheggio, un campo da calcio. Per questo lo difende perfino da chi glielo ha prestato.

La gentilezza la leggono come debolezza. Il prete era il bersaglio perfetto: non restituisce il colpo.

La strada è il loro palcoscenico. Il 18 settembre, a Milano, un trapper ha bloccato con decine di scooter una carreggiata della Milano-Meda per girare un video. Aveva pure il drone, per riprendere bene la coda.

Il drone che in Ucraina porta la guerra, lì inquadrava centinaia di automobilisti fermi. Per loro un gioco, per chi stava sotto no.

Nel video comparivano pistole. Erano giocattolo. È la formula del maranza: la minaccia è finta, l’intimidazione è vera.

Il trapper era moldavo, gli è stato revocato il permesso e imbarcato sul primo volo.

Giusto. Ma i ragazzi di Villanova su quale aereo li mettiamo? Sono di qui.

Non a caso “maranza” è tra le parole più cercate quest’anno sul vocabolario Treccani. Gli italiani vanno a cercare il nome di quello che vedono sotto casa.

Come ci siamo arrivati?

Un tempo il ragazzo di periferia aveva l’oratorio, la sezione del partito, la squadra di calcio, un padre che lo andava a riprendere. Erano appartenenze che davano un nome e un limite.

Sciolte quelle, è rimasto il branco.

Per i figli dell’immigrazione c’è un vuoto in più: non appartengono più al Paese dei padri, non si sentono parte di questo. Il maranza è un’identità costruita contro.

Don Luca dice di non conoscere le famiglie di quei giovani. Un parroco di quartiere che dopo due anni non sa di chi siano figli: basta questo a misurare il vuoto.

Torniamo a don Camillo. Tutti lo ricordano col fucile, ma tutti ricordano pure il Crocifisso che lo richiamava all’ordine.

Dall’altra parte c’era Peppone: comunista, avversario feroce, che però il prete lo rispettava. Si prendevano a pugni, poi si ritrovavano in chiesa per il battesimo del figlio chiamato Libero Antonio Camillo Lenin.

C’era un codice comune. Peppone litigava con don Camillo. I maranza gli spiegano che la chiesa è loro.

Intanto, nei salotti si discute se la parola “maranza” sia razzista. A Pordenone un prete monta le telecamere.

Chi li chiama “ragazzi” a vent’anni, chi ripete che “vanno integrati”, chi vede in ogni denuncia un’ondata di panico morale, vada a spiegarlo a don Luca. Davanti al cancello rotto.

Don Camillo aveva il Crocifisso che lo frenava. Don Luca si è frenato da solo: niente fucile, niente bastone. Ha aperto, ha pazientato, ha denunciato.

Ha fatto tutto quello che si chiede a un prete e a un cittadino. Lo ha detto lui, meglio di chiunque: “Se mai reagiamo a questo, mai riusciamo a cambiare”.

Il parroco ha reagito. Quel gruppo, invece, fino a oggi, nessuno lo ha fermato: si è solo spostato, da Torre a Vallenoncello, da Vallenoncello a Villanova.

Il prossimo sagrato è già sulla loro mappa. E lo Stato non ha un Crocifisso che gli chieda di trattenersi.

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