La precisazione della produzione del documentario “Oltre il muro – Madre del Buon Consiglio”
Riceviamo e pubblichiamo quanto ricevuto dalla produzione dell’opera “Oltre il muro – Madre del Buon Consiglio”, a seguito della recensione online di ieri, 5 ottobre, a firma di Giovanni de Ficchy, al fine di offrire ai nostri lettori, come sempre, la possibilità di farsi un’opinione autonoma non condizionata.
Il cinema come linguaggio universale del dialogo tra le religioni
Prodotto da Tania Cammarota e Gjon Kolndrekaj per CrossinMedia, in collaborazione con Rai Documentari, il documentario ideato da Gjon Kolndrekaj e diretto da Pal Kolndrekaj sarà presentato fuori concorso il 23 ottobre alla Festa del Cinema di Roma e sarà proiettato alla Conferenza di Pace di ABU DHABI del 2027.
C’è un cielo che non conosce confini, non distingue le fedi, non separa i popoli. È lo stesso cielo sotto il quale uomini e donne, appartenenti a tradizioni religiose, culture e storie differenti, continuano a cercare una strada comune verso la pace.
Da questa immagine nasce “Un solo cielo – Seminare pace”, un progetto cinematografico che si propone come il primo manifesto internazionale audiovisivo per la Pace realizzato con la collaborazione di dieci tradizioni religiose: le religioni abramitiche – cristiana, ebraica e islamica -; le religioni dharmiche – buddista, induista e Sikh -; le tradizioni ecumeniche anglicana, ortodossa e protestante, insieme alla religione baha’i.
Il documentario, della durata di 52 minuti, è prodotto da CrossinMedia, con la collaborazione della struttura Rai Documentari, ideato da Gjon Kolndrekaj e diretto da Pal Kolndrekaj giovane sceneggiatore e regista che dopo gli studi al DAMS ha completato la propria formazione cinematografica al Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma, con esperienze che lo hanno portato a confrontarsi con diversi linguaggi e forme della narrazione audiovisiva.
La presentazione fuori concorso alla Festa del Cinema di Roma assume un significato particolare in un anno segnato da due importanti anniversari.
Nel 2026 ricorrono infatti i 60 anni di Nostra Aetate, la dichiarazione del Concilio Vaticano II sul rapporto tra la Chiesa cattolica e le altre religioni, e i 40 anni dello storico incontro di Assisi del 1986, quando Giovanni Paolo II convocò rappresentanti delle principali religioni del mondo per una Giornata Mondiale di Preghiera per la Pace.
Due momenti diversi della storia, ma uniti da una stessa intuizione: il dialogo può diventare una strada concreta per costruire la pace.
Il seme di nostra aetate
Il 1965 rappresentò una svolta nei rapporti tra la Chiesa cattolica e le altre religioni. Con Nostra Aetate, il Concilio Vaticano II aprì una nuova stagione fondata sulla conoscenza, sul rispetto e sulla collaborazione tra i popoli.
Particolare attenzione venne dedicata al rapporto con il popolo ebraico, condannando ogni forma di antisemitismo, discriminazione e persecuzione religiosa.
Tre grandi tradizioni religiose – cristianesimo, ebraismo e islam – avrebbero guardato alla stessa figura: Abramo. Quel seme sarebbe stato raccolto negli anni successivi da Giovanni Paolo II, che il 26 ottobre 1986 convocò ad Assisi i rappresentanti delle diverse religioni per pregare insieme nella diversità.
Non per discutere di dottrine, ma per pregare ciascuno secondo la propria tradizione, con un’unica intenzione: invocare il dono della pace per tutta l’umanità.
Quell’incontro aprì un lungo cammino di pace tra le religioni. Anche Benedetto XVI avrebbe proseguito sulle orme di Giovanni Paolo II, fino ad arrivare a Papa Francesco e all’enciclica Fratelli Tutti.
Papa Leone XIV, nel primo mese del suo pontificato, ha incontrato rappresentanti delle diverse religioni, indicando a sua volta la necessità di un cammino comune.
Una storia lunga secoli
Il documentario non guarda soltanto al presente. Il suo percorso attraversa la storia per mostrare come il dialogo tra culture e religioni abbia radici profonde.
Si parte dal III secolo a.C., nell’India dell’imperatore Ashoka, dove compare una delle più antiche testimonianze di una politica fondata sul rispetto delle diverse tradizioni religiose e sulla ricerca della pace tra i popoli.
Tra l’VIII e il IX secolo Baghdad diventa uno dei grandi centri intellettuali del mondo. Cristiani, musulmani ed ebrei partecipano, in forme diverse, a una straordinaria circolazione del sapere.
A volte il primo ponte tra le religioni non è una preghiera. È il dialogo. Nella Spagna medievale musulmani, cristiani ed ebrei condividono per secoli uno stesso spazio storico.
Nascono scambi straordinari nel campo della filosofia, della medicina e della letteratura. Nel 1219, nel mezzo della Quinta Crociata, un frate cristiano decide di attraversare le linee nemiche.
È Francesco d’Assisi, che arriva davanti al sultano al-Malik al-Kamil. Quattro secoli dopo, in India, un altro sovrano compie una scelta altrettanto straordinaria. Nel 1575 Akbar crea l’Ibādat Khāna, una casa dedicata alla discussione religiosa, dove si incontrano musulmani, hindu, jainisti, parsi e cristiani.
Poi arriva il 1893, anno destinato a cambiare la storia del dialogo interreligioso. Per la prima volta, in una grande manifestazione internazionale, rappresentanti di differenti tradizioni religiose vengono riuniti a Chicago.
Nasce qualcosa di nuovo: il movimento interreligioso organizzato. Il Parlamento delle Religioni del 1893 viene considerato il punto di origine della moderna tradizione dei grandi incontri interreligiosi internazionali.
Da quel momento il dialogo non sarà più soltanto un episodio. Comincerà a diventare un movimento. Il Novecento e la necessità di una nuova consapevolezza Ma il XX secolo avrebbe messo alla prova l’idea stessa di convivenza.
Due guerre mondiali devastano interi continenti. Nazionalismi esasperati e totalitarismi di diversa natura producono persecuzioni, discriminazioni, violenze di massa e milioni di vittime.
Sarebbe servita una nuova consapevolezza. E una nuova stagione si apre con il Concilio Vaticano II, celebrato a Roma tra il 1962 e il 1965. In quegli anni la Chiesa cattolica avvia un profondo processo di rinnovamento e apre una nuova stagione di ascolto e confronto con il mondo contemporaneo. È in questo contesto che nasce Nostra Aetate.
Il seme piantato allora avrebbe continuato a germogliare anche nella società civile: nel cinema, nello sport, nell’arte, nella cultura. Agli inizi del XXI secolo il dialogo interreligioso ha segnato un cammino che coinvolge molteplici sfaccettature della società civile.
È una svolta nel modo di guardare all’altro. L’altro non è più semplicemente qualcuno da convertire, da giudicare o da mantenere a distanza. Diventa una persona con cui incontrarsi, conoscersi e confrontarsi.
Un manifesto audiovisivo per la pace È proprio da questa eredità che nasce l’iniziativa cinematografica ideata da Gjon Kolndrekaj da sempre interessato ai temi del dialogo tra le religioni e prodotta da CrossinMedia.
Un progetto che vuole unire arte, fede, cultura e cinema in un messaggio universale di fraternità tra i popoli. Un’opera audiovisiva che racconta, attraverso volti, luoghi sacri, memorie storiche e testimonianze, la convivenza delle fedi come pratica viva di pace, arte e cultura.
Il linguaggio scelto è quello del cinema, un linguaggio capace di superare le barriere linguistiche e culturali e di portare lo spettatore dentro luoghi, storie e tradizioni differenti. È, soprattutto, un documentario rivolto alle nuove generazioni.
La scelta di affidare la regia a un giovane autore si inserisce nella volontà della produzione di rivolgersi anche alle nuove generazioni e di guardare al futuro, affidando a uno sguardo giovane il racconto di un tema universale e profondamente attuale.
Il film parte dalle origini del dialogo interreligioso e arriva a temi di assoluta attualità: inclusione, intercultura, emigrazione e immigrazione, convivenza e tolleranza.
Un solo cielo
Come evoca il titolo stesso, “Un solo cielo” nasce da un’immagine semplice e profondamente universale: tutti viviamo sotto lo stesso cielo. Il cielo non appartiene a una religione, a un popolo o a una cultura. Non ha confini. Non chiede a nessuno quale sia la sua fede prima di accoglierlo.
Sotto quello stesso cielo vivono persone diverse, con parole diverse, gesti diversi, tradizioni diverse. Pregano in luoghi differenti, utilizzano linguaggi differenti, custodiscono memorie differenti.
Eppure condividono qualcosa di essenziale: la domanda sul senso dell’esistenza, il desiderio del bene, la speranza di poter vivere in pace. È questa la forza simbolica del titolo.
Un solo cielo non significa cancellare le differenze. Al contrario, significa riconoscerle e imparare a viverle senza trasformarle in muri. Il dialogo interreligioso non significa pensare tutti allo stesso modo. Non significa rinunciare alla propria identità, alla propria fede o alla propria tradizione.
Significa avere il coraggio di incontrare l’altro così com’è. Significa ascoltare prima di giudicare. Conoscere prima di costruire un pregiudizio. Accettare che la propria identità possa rimanere intatta anche nel momento in cui entra in relazione con quella degli altri.
Perché l’incontro non necessariamente indebolisce le identità. Può renderle più consapevoli. Il film sembra così porre una domanda essenziale: se il cielo è uno solo, perché dovremmo vivere come se appartenesse soltanto a noi? È una domanda semplice, ma dentro quella semplicità si trova il cuore del progetto.
Seminare pace
E poi c’è l’altra parte del titolo: “Seminare pace”. La pace non è soltanto l’assenza di una guerra o di un conflitto. È qualcosa che si costruisce ogni giorno, attraverso gesti che possono apparire piccoli e che invece hanno la capacità di cambiare il modo in cui le persone si guardano.
Una parola che accoglie invece di ferire. Un ascolto sincero. Una mano tesa. La capacità di superare un pregiudizio. Il desiderio di conoscere chi è diverso da noi prima di giudicarlo.
La pace è come un seme. Non nasce già grande. Deve essere piantato, custodito, innaffiato e atteso. Richiede tempo, pazienza e cura. A volte non vediamo immediatamente il frutto dei nostri gesti, ma questo non significa che il seme non stia crescendo. Anzi, spesso il seme lavora nel silenzio.
“Un solo cielo” ricorda anche qualcosa di ancora più profondo: prima di appartenere a una tradizione religiosa, a una cultura o a un popolo, siamo persone. Abbiamo volti, storie, ferite, desideri, paure e speranze.
In un mondo attraversato da conflitti, migrazioni, differenze culturali e religiose, la domanda non è soltanto come convivere. È come imparare a riconoscersi.
Il cinema diventa allora uno strumento per mettere in relazione volti e storie, per raccontare la diversità non come una distanza da colmare, ma come una realtà da conoscere.





