Mosca ha iniziato in anticipo la campagna d’inverno – Gli USA comprano asset Lukoil e mettono le carte in tavola – Colpire le raffinerie russe è come colpire gli States
Il continuo attacco di Kiev alle raffinerie russe, che ha come conseguenza quella di far salire il prezzo del petrolio raffinato, ha come conseguenza il profilarsi all’orizzonte di una stagione autunnale e invernale con un’Ucraina senza energia elettrica e con le infrastrutture essenziali distrutte.
L’attacco alle raffinerie russe è la principale causa dell’innalzamento dei prezzi della benzina e, in particolare, del gasolio, con le conseguenze che tutti stiamo vivendo quando facciamo il pieno e con un’importante conseguenza politica riguardante le elezioni di medio termine in America.
Il gasolio alle stelle, con gli effetti inflazionistici connessi e con la ricaduta sui prezzi delle derrate alimentari, è un incentivo all’elettorato Usa a non votare repubblicano.
Non è difficile, a questo punto, capire a quale gioco gioca il comico di Kiev diventato presidente, il quale chiede continuamente soldi, mentre è circondato da continue ruberie.
L’Unione Europea, che ha chiuso negli scorsi anni buona parte delle proprie raffinerie, in omaggio ad una politica demenziale green, ora ne fa le spese.
Se si vuole una conferma della follia del presidente ucraino la si ricava dalle sue dichiarazioni de 3 ottobre: “Intensificheremo i raid sulle raffinerie russe”
Che la logica di Zelensky, che è quella degli inglesi, sia distante da quella degli USA, lo dimostrano anche le indiscrezioni del NYT sui negoziati USA – Russia e su un possibile maxi-accordo sugli asset Lukoil, che trasformano gli attacchi alle raffinerie russe3 in attacchi agli interessi USA.
I colloqui dell’amministrazione Trump con la Russia per porre fine alla guerra in Ucraina si sono ampliati includendo un accordo petrolifero da miliardi di dollari.
L’accordo, subordinato all’approvazione del governo USA e del Cremlino, riguarda l’acquisto di un vasto complesso di asset – giacimenti petroliferi, raffinerie e stazioni di servizio in tutto il mondo – della Lukoil, una delle maggiori compagnie energetiche private russe.
Il gruppo promotore dell’operazione comprende un investitore americano, Todd Boehly – che ha donato 2 milioni di dollari alle cause politiche del presidente Trump – due gruppi mediorientali che hanno intrattenuto affari con Kushner o con la famiglia di Witkoff e un ente dello stesso governo statunitense.
Le trattative, in corso da mesi e descritte da otto persone informate sui fatti, gettano nuova luce sull’approccio adottato di recente da Trump per risolvere un conflitto che dura da quattro anni e ha causato centinaia di migliaia di vittime.
Le fonti hanno parlato a condizione di anonimato, data la delicatezza dei negoziati.
Il presidente russo, Vladimir Putin, avrebbe menzionato l’accordo durante l’incontro avuto al Cremlino il 5 settembre con Witkoff e Kushner, secondo quanto riferito da tre persone a conoscenza dei fatti.
Putin ne ha proposto la conclusione come un modo per dimostrare ai russi che è possibile fare affari con gli Stati Uniti. Gli americani hanno risposto che se ne sarebbero occupati, vedendo nell’iniziativa un’opportunità per costruire un rapporto di fiducia con il Cremlino e, al contempo, ridurre i prezzi globali dell’energia.
L’accordo si prospetta vantaggioso anche per gli acquirenti: l’approvazione statunitense alla vendita svincolerebbe gli asset dalle sanzioni americane, aumentandone istantaneamente il valore.
A Mosca, la decisione sull’accordo è considerata di competenza esclusiva di Putin, sebbene Lukoil sia tecnicamente una società privata. In ultima analisi, la gigantesca transazione che coinvolge asset eterogenei quali giacimenti petroliferi in Camerun, raffinerie in Europa e stazioni di servizio nel New Jersey dipende dalle decisioni di Putin e Trump.
Trump promuove la prospettiva di accordi commerciali con la Russia sin dall’inizio dello scorso anno, descrivendo il Paese come una “opportunità straordinaria”.
La mappa dell’impero LUKOIL

Il punto fondamentale è questo: l’impero LUKOIL non è principalmente fatto di stazioni di servizio.
Il suo vero patrimonio è una catena verticale: giacimento, estrazione, oleodotti/trasporto, raffineria, petrolchimica, distribuzione, stazione di servizio. La parte più preziosa rimane concentrata in Russia, Siberia occidentale, Caspio, Kazakistan, Uzbekistan, Iraq.
Ne consegue che se Zelensky attacca Lukoil ora attacca direttamente interessi Usa e questo mette allo scoperto il giuoco del comico di Kiev che fa la guerra per conto della finanza della City di Londra e del kombinat burocratico di Bruxelles, che della finanza è il diretto braccio operativo.
La campagna d’inverto di Mosca è già cominciata
L’effetto raffinerie ha già attivato, prima del tempo, la campagna del gelo di Mosca.
Secondo quanto dichiarato da Zelensky in un’intervista all’agenzia Reuters, l’intelligence ucraina ha ottenuto documenti che dimostrano l’esistenza di una “nuova dottrina” di attacchi militari contro uno spettro più ampio di obiettivi civili in vista dell’inverno.
“Abbiamo visto i documenti che autorizzano ad attaccare infrastrutture civili – ha aggiunto elencando gli obiettivi della nuova campagna dei russi – infrastrutture, logistica, strade, scuole, ospedali. Vogliono spingere la gente a lasciare la capitale, a lasciare diverse città”.
La conseguenza del gioco pesante di Zelensky a livello internazionale è che Mosca ha anticipato la campagna d’inverno e, da quel che si capisce, nei prossimi mesi metterà a ferro e fuoco l’Ucraina consegnandola al gelo.
Sabato la Russia ha avvertito di nuovi attacchi massicci contro Kiev e di pericolo mortale per chi decide di restare in città.
In una dichiarazione, il ministero degli Esteri russo ha affermato di “aver precedentemente esortato i cittadini stranieri e i diplomatici presenti a Kiev a lasciare la città e ad astenersi dal visitare l’Ucraina”.
“Notiamo con preoccupazione che non tutti hanno prestato ascolto a questi avvertimenti e che alcune persone si espongono consapevolmente a un pericolo mortale”, ha dichiarato il ministero.
“Le Forze armate della Federazione Russa continueranno a sferrare massicci attacchi – ha avvertito il ministero aggiungendo che – la responsabilità di eventuali conseguenze negative ricade interamente su chi ignora questo avvertimento”.
Come riferisce il Kyiv Independent, le forze russe hanno lanciato un attacco al Ponte Nord sul fiume Dnipro a Kiev nelle prime ore del mattino del 3 ottobre, prendendo di mira per il terzo giorno consecutivo i ponti chiave della capitale.
Poco dopo le 6:30 del mattino, sono state segnalate delle esplosioni in città, in concomitanza con avvistamenti di droni in avvicinamento alla capitale.
I video pubblicati sui social media mostrano una forte esplosione sul ponte che collega la riva destra della città con la riva sinistra. Il transito sul ponte è stato interrotto in seguito all’attacco.
L’amministrazione militare della città di Kiev (KMDA) ha annunciato nuove restrizioni alla circolazione sui ponti di Kiev durante gli allarmi antiaerei.
Sul Ponte Sud, il traffico è limitato dalla riva destra a quella sinistra per i primi quindici minuti di un allarme. Sul Ponte Podilsko-Voskresenskyi, il traffico è completamente bloccato in entrambe le direzioni per i primi quindici minuti di un allarme.
Il traffico sul Northern Bridge, sul Metro Bridge, sul Darnytskyi Bridge e sul Paton Bridge può riprendere senza restrizioni.
Il 2 ottobre, un drone russo ha colpito il Ponte Sud sul fiume Dnipro, segnando il quarto attacco con droni in due giorni.
L’obiettivo degli attacchi russi potrebbe essere piuttosto quello di bloccare il traffico, interrompere la logistica ed esercitare pressione psicologica sulla popolazione di Kiev.
Sia il ponte Nord, sia quello Sud rappresentano alcune delle principali arterie di traffico della capitale, con decine di migliaia di residenti che li attraversano quotidianamente.
Ora per Zelensky è arrivato il momento delle carte in tavola e le carte sono quella che distribuisce Trump.





