Sta nascendo una nuova Europa: impariamo a dire no
L’illusione derivata dal fatto che il diritto internazionale potesse essere la panacea di molte criticità, come pure la creazione degli organismi che avrebbero dovuto applicare il diritto stesso, unitamente alla promozione dell’incontro tra i popoli ha rivelato tutta la sua inconsistenza.
Tali organismi, voluti dopo la seconda guerra mondiale dai Paesi occidentali, non hanno fondato un nuovo ordine mondiale per la semplice ragione che i rapporti di forza e le aspirazioni dei popoli non sono mai stati sostituiti dalla forza del diritto che, in campo internazionale, è privo dei caratteri di coercibilità applicati da un’autorità superiore tipici di uno stato.
La velleitaria Corte penale internazionale, con la sua pretesa di arrestare e processare Putin, lo dimostra.
Peraltro, l’ONU è nelle mani di una maggioranza di stati illiberali che utilizzano le sue strutture e la sua reputazione per i loro fini.
Israele è il bersaglio preferito di questa maggioranza, sia per il grande peso del mondo islamico – economico, numerico, militare, geopolitico -, sia perché Israele è l’esempio dei vantaggi che un sistema liberale e democratico può portare in zone del mondo dominate da classi dirigenti che si basano sulla triade corruzione, fanatismo religioso, sottosviluppo.
Come pure va anche preso atto di un sostanziale fallimento dell’idea di un’Europa quale pacifica potenza commerciale tutta dedita alla regolamentazione di ciò che già esiste, ma priva di un’identità in campo internazionale.
La soluzione non sono gli Stati Uniti d’Europa, purtroppo utopia priva di minime basi realistiche.
La divisione in stati non deriva dall’ostinazione di inveterati nazionalisti, ma è un prodotto della storia dei popoli. Proprio quella che manca a un’Europa federale.
Quale lingua parlerebbero i popoli oggi divisi in 27 stati diversi?
Non esiste e non esiste una storia comune. Gli stati nazionali non sono giocattoli che si possono smontare a piacere.
La soluzione più seria è riporre sugli scaffali l’utopia e puntare sull’adozione di politiche comuni su assi strategici fondamentali come difesa, energia, rapporti internazionali e industria.
La strada è già stata imboccata, ma si va avanti male, perché dietro la retorica europeista si celano robusti interessi non solo nazionali, ma di tutti quelli che da questa Europa traggono vantaggi.
Una nuova Europa, però, sta nascendo intorno alla difesa dell’Ucraina, vero spartiacque della nostra epoca e al riarmo.
Non si può, poi, più sopportare il romanticismo sull’immigrazione, che va limitata con una particolare attenzione a quella musulmana, perché porta da noi la pretesa di espandere un mondo antioccidentale.
Non si può più sopportare il finto pacifismo di chi vorrebbe aiutare la Russia a ricostituire un suo impero.
Non si può sopportare che in un mondo che si riarma e che minaccia solo noi europei dobbiamo rinunciare alle armi.
Non si può sopportare una chiesa cattolica che esalta la passività confidando nella forza dell’amore e, quindi, sfociando nel martirio.
Bisogna che qualcuno cominci a dire no, perché i nodi sono venuti al pettine.





