Occorre ripristinare una linea d’azione basata sui fatti e sui reali rapporti di forza economici e politici
In un momento storico in cui la propaganda sostituisce spesso l’analisi dei fatti è necessario ritornare al realismo economico e politico puro per comprendere le reali linee di frattura che stanno ridisegnando gli equilibri continentali.
Anche oggi cerchiamo di toccare alcuni punti essenziali per comprendere la realtà che stiamo vivendo, unendo i dati attuali a corsi e ricorsi storici, che mostrano come le trappole ideologiche siano sempre state usate per confondere a favore dell’immaterialità della finanza.
Riprendiamo da qui le nostre riflessioni quotidiane, con i piedi ben piantati a terra, per osservare dove questo crollo si stia manifestando con la precisione della fisica.
Mentre i salotti di Bruxelles continuano a produrre scartoffie normative e proclami bellicisti, la realtà materiale continua a presentare il conto oltremanica.
La City di Londra, che la propaganda mainstream e non solo dipinge ancora come l’inviolabile tempio della finanza globale, si trova in queste ore stritolata da una crisi di liquidità senza precedenti.
Con il petrolio reale schizzato sopra i 105 dollari al barile, i rendimenti dei titoli di Stato britannici (i Gilt decennali) sono volati al 5,40%, toccando i massimi storici dal 1998.
La finanza immateriale dei derivati offshore sta letteralmente finendo la benzina: quando la risorsa fisica prende la parola e aumenta di valore, la carta dal nulla si scioglie.
Dopo questa parentesi, riprendiamo il filo dei corsi e ricorsi storici e torniamo in America per comprendere sia l’attuale lotta interna che caratterizza la potenza americana, sia come i meccanismi di controllo messi in campo dalle élite siano sempre caratterizzati dalle stesse modalità propagandistiche che si susseguono nel tempo.
Oggi la svolta dell’America profonda verso il realismo e i patti bilaterali sul silicio nasce proprio dalla necessità di sganciarsi da questa dipendenza anglo-europea che per sessant’anni ha preso in ostaggio Washington.
Ma per capire fino in fondo come le élite globaliste siano riuscite a imporre questa gabbia per così tanto tempo, dobbiamo fare un passo indietro nella storia ed esaminare un fenomeno scientificamente distorto dai libri di scuola: il Maccartismo dei primi anni ’50.
La narrazione ordinaria ci racconta l’era della “Blacklist” (la lista nera) come una temporanea follia collettiva guidata da un senatore paranoico che ce l’aveva con i comunisti.
Ma se applichiamo la contabilità delle istituzioni, scopriamo una realtà completamente diversa.
Il Maccartismo non è stato un incidente psicologico, ma il primo, violentissimo esperimento moderno di ingegneria sociale e controllo burocratico.
È stato l’antenato millimetrico e biologico del moderno cancel culture, del controllo digitale e di tutta la propaganda a cui siamo sottoposti oggi, a dimostrazione che la mente delle persone è sempre stata un campo di battaglia per affermare posizioni economiche e di potere.
Negli anni ’50 in America, il meccanismo della Blacklist funzionava come un perfetto software di sorveglianza ante litteram. Gli apparati non avevano bisogno di prove fisiche di spionaggio per colpire il dissenso; bastava che un burocrate apponesse un’etichetta ideologica dal nulla, quella di “simpatizzante comunista”, su un faldone di carta.
La sanzione non era penale, ma civile ed economica: scattava il divieto assoluto di lavorare per studi cinematografici, università e aziende. Venivi cancellato dalla società per via amministrativa, privato del reddito e isolato.
A cosa serviva, nei fatti materiali, questa ‘purga’?
Le élite globaliste dovevano rispondere a un’esigenza superiore di geopolitica monetaria e militare.
L’opinione pubblica americana, infatti, usciva dagli anni della ripresa del New Deal e da quattro mandati consecutivi di F. D. Roosevelt.
Il popolo aveva vissuto la Russia degli Zar nel secolo precedente come alleato storico e l’Unione Sovietica come alleato fisico nella seconda guerra mondiale; non aveva alcuna intenzione di finanziare una nuova stagione di conflitti e quel sentimento pacifico e manifatturiero di allora era incompatibile con la Guerra Fredda, che i salotti britannici e la finanza offshore volevano imporre per mantenere il controllo dei flussi mondiali.
Occorreva, quindi, fabbricare artificialmente la paura del nemico interno per piegare le menti, addomesticare i sindacati della produzione e costringere il ceto medio ad accettare le delocalizzazioni industriali e le spese militari per conto terzi.
Serviva, insomma, costruire quel complesso militare-industriale che avrebbe trasformato gli Stati Uniti nel “gendarme del mondo”, così come lo che abbiamo visto operare fino ai giorni nostri.
Il parallelismo con il presente è immediato. Ieri si inventavano un’esigenza superiore legata al terrore ideologico per condizionare l’opinione pubblica; oggi le oligarchie burocratiche della City e di Bruxelles utilizzano l’emergenza green, la transizione nominale o il dogma della lotta alla “disinformazione” per proporre gli stessi identici strumenti di sanzione e controllo: l’Euro digitale tracciabile, i crediti di carbonio e la profilazione algoritmica.
Il fine è immutato: emettere scartoffie dal nulla per togliere la terra e il lavoro a chi produce e pensa in modo indipendente, inoculando un sentimento di perenne ansia e vulnerabilità per spingere i cittadini ad accettare spontaneamente il controllo sui propri saldi patrimoniali.
Il lupo perde il pelo ma non il vizio.
Ma la fisica ci insegna che i sistemi basati esclusivamente sul controllo immateriale hanno una rigidità strutturale che li condanna al crollo non appena toccano il massimo dell’oppressione.
Come l’esercito reale si ribellò agli eccessi di McCarthy, nel 1954, facendo sgonfiare il suo castello di carte, anche se l’obiettivo di sistema era ormai stato raggiunto, così oggi il ritorno della materia, il silicio strategico, l’oro fisico di Tether e le raffinerie scudate dal Golden Power italiano, stanno disarmando i software di sorveglianza europei.
Questa volta, però, l’obiettivo non è stato portato in cassa, ma si è scontrato contro l’esagerazione che i piani dell’odierna agenda si erano prefissati.
La gabbia si sta rompendo perché ha esaurito la sua spinta termodinamica.
La ragione e la concretezza stanno riprendendo il loro spazio e chi mantiene i piedi ben piantati sulla terraferma della realtà non ha nulla da temere dal fallimento della carta.
Piedi per terra, un passo alla volta e buona giornata.





