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«White Jihad»: nazismo bianco e radicalismo islamista – Parte 4

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White Jihad

Come evidenziato nei precedenti articoli, siamo in presenza di un continuum composto da disagio sociale, radicalizzazione online, comunità antagonista, legittimazione della violenza, episodio violento, spettacolarizzazione, imitazione, nuova radicalizzazione

E su questo punto le istituzioni stanno effettivamente osservando qualcosa di molto diverso dalla semplice «follia individuale».

Il Viminale parla esplicitamente di monitoraggio delle dinamiche online legate all’estremismo e, nel 2026, ha descritto alcune recenti forme di violenza urbana come fenomeni che presenterebbero, secondo l’analisi ministeriale, caratteristiche eversive e una ricerca dell’insurrezione.

C’è poi un elemento particolarmente importante rispetto alle analisi sin qui condotte: il salto dalla protesta alla violenza.

Nel settembre 2025 il ministro dell’Interno ha parlato del rischio di un «salto di qualità» dagli ambienti antagonisti all’azione violenta e ha richiamato espressamente il problema degli effetti emulativi.

Quindi la questione da affrontare dovrebbe essere: qual è il percorso che trasforma un individuo, una protesta o una comunità digitale in un vettore di violenza politica?

Negli anni Settanta (Brigate Rosse, ecc.) il meccanismo poteva essere rappresentato così: ideologia, organizzazione, reclutamento, clandestinità, azione, propaganda, mentre oggi potrebbe essere: narrazione, algoritmo, comunità digitale, radicalizzazione, individuo, azione, viralità, imitazione.

Nel secondo modello l’organizzazione può quasi scomparire.

Ed è precisamente questo che rende problematico parlare semplicemente di «folli isolati»: un singolo autore può essere psicologicamente e socialmente isolato, ma il processo che lo conduce all’azione può essere collettivo e transnazionale.

La fabbrica dell’odio

Questa è una società che produce odio. L’odio ha sostituito il dialogo e la tolleranza. La logica di molti esponenti politici attuali, soprattutto della sinistra progressista, è: se non la pensi come me sei fascista o nazista e, pertanto, sei da odiare.

Questa è una questione che va oltre la politica ed entra nell’ambito della filosofia, della sociologia, dell’etica e persino dell’ontologia.

Se portiamo il ragionamento a questo livello, il problema non è più semplicemente la polarizzazione politica, ma la trasformazione del rapporto con l’alterità.

Il problema di fondo è: che cosa accade a una società quando l’avversario smette di essere qualcuno con cui confrontarsi e diventa qualcuno che non dovrebbe esistere nello spazio morale della comunità?

Qui entrano in campo effettivamente filosofia, sociologia, etica e ontologia.

In una democrazia pluralista la struttura dovrebbe essere: io penso A, tu pensi B, siamo portatori di due visioni differenti, discutiamo e poi decidiamo attraverso regole condivise.

La degenerazione avviene quando diventa, come oggi accade: io penso A, tu pensi B e poiché B è moralmente inaccettabile, chi sostiene B è moralmente inaccettabile.

Gli esempi di esclusione morale o di intolleranza al dialogo sono molti: chi è per la famiglia tradizionale è un patriarcale; chi è per la procreazione naturale è un omofobo; chi è contro l’utero in affitto è fascista; chi è contro la famiglia queer è un retrogado; chi considera la questione del clima molto discutibile è un negazionista; chi non è d’accordo con le politiche green è da condannare come nemico del pianeta e dell’umanità, chi sostiene la funzione essenziale dei confini è un sovranista, e via discorrendo.

La logica progressista e quella woke sono diventate il paradigma dell’odio e dell’esecrazione di chi non la pensa secondo quello che è stato definito come il pensiero unico politicamente corretto.

Se vogliamo sfumare il concetto, possiamo dire che una parte del discorso progressista contemporaneo può trasformare il dissenso politico in una questione di colpa morale e in pratica di odio.

L’etichetta sostituisce l’argomentazione

Il problema filosofico nasce quando l’etichetta viene utilizzata per sostituire l’argomentazione. Il dialogo è sostituito da affermazione, attribuzione di colpa morale, esclusione dell’interlocutore.

E questa è precisamente una forma di chiusura del dialogo.

La ricerca sulla polarizzazione dà qualche sostegno a questa lettura.

Interessante, ai fini del nostro ragionamento, è la ricerca recente sulla moralizzazione delle questioni politiche: quando un valore viene percepito come moralmente fondamentale, il compromesso diventa più difficile.

Uno studio del 2025 ha trovato che una maggiore «necessità di chiusura» è associata a una minore disponibilità al compromesso su questioni politicizzate e che questo rapporto è collegato al modo in cui vengono mobilitati i fondamenti morali.

Uno studio pubblicato sull’American Economic Review nel 2024 ha trovato sperimentalmente che la pressione dell’immagine sociale può produrre una differenza fra ciò che le persone dichiarano privatamente e ciò che dichiarano pubblicamente, riducendo la quantità di informazione effettivamente trasmessa nel dibattito.

Questo è molto vicino all’idea che non sia necessario censurare formalmente qualcuno per ridurre il pluralismo. Può essere sufficiente rendere socialmente costoso esprimere determinate opinioni.

C’è un ulteriore passaggio che potremmo chiamare moralizzazione del dissenso.

La sequenza è: opinione, giudizio morale sull’opinione, giudizio morale sulla persona, delegittimazione dell’interlocutore, rifiuto del dialogo, polarizzazione, radicalizzazione.

A quel punto il conflitto non riguarda più soltanto ciò che pensiamo. Riguarda chi siamo.

Ed è qui che ritorna il discorso che riguarda l’ontologia.

Dire: la tua idea sulla famiglia è sbagliata lascia intatta la persona. Dire: chi sostiene quella concezione è omofobo, fascista e moralmente riprovevole,  trasforma invece un’opinione in un’identità morale negativa. Il dissenziente non è più qualcuno da convincere, ma qualcuno da stigmatizzare.

Il punto filosofico, allora, potrebbe essere ancora più radicale

La domanda è: può una società pluralista sopravvivere se trasforma progressivamente il dissenso in colpa morale?

Perché la democrazia presuppone qualcosa di apparentemente molto semplice e in realtà difficilissimo: posso considerarti profondamente sbagliato senza considerarti moralmente indegno di parlare.

Questo è il vero contrario dell’odio. Non è l’indifferenza. È il riconoscimento dell’alterità.

Il tema che si pone è giudicare un’idea senza negare l’umanità di chi la sostiene.

Se la persona viene definita «fascista», «nazista», «nemico», «traditore» ecc., la classificazione può diventare una forma di disumanizzazione simbolica.

Non significa che ogni utilizzo di queste parole costituisca automaticamente disumanizzazione: esistono naturalmente comportamenti e ideologie storicamente riconducibili al fascismo e al nazismo.

Il problema nasce quando l’etichetta viene utilizzata come strumento per eliminare la possibilità stessa del confronto.

Il sistema finisce per produrre le condizioni della propria radicalizzazione.

Qui che il discorso sull’odio si collega al fenomeno digitale

I social hanno una caratteristica strutturale: premiano l’intensità emotiva.

L’algoritmo non deve necessariamente avere un’intenzione politica perché il risultato possa essere destabilizzante; può semplicemente avvenire che emozione avvii l’engagement, determini visibilità, imitazione e radicalizzazione. L’odio diventa una merce comunicativa.

L’antidoto è recuperare l’appartenenza all’umanità.

Il vero antidoto è recuperare il principio della comune appartenenza all’umanità.

La tradizione filosofica occidentale ha costruito, attraverso percorsi differenti, una distinzione fondamentale:

posso combattere un’idea senza combattere l’esistenza di colui che la sostiene.

Socrate, per esempio, fonda il confronto sulla possibilità che l’altro possa essere interrogato e possa rispondere. La democrazia presuppone esattamente questo: l’avversario politico deve rimanere interlocutore.

Quando invece l’altro viene trasformato in «nemico assoluto», il dialogo diventa impossibile.

E qui compare quella che potremmo chiamare la spirale mimetica dell’odio: io demonizzo te, tu demonizzi me, io considero la tua demonizzazione una giustificazione della mia, tu fai altrettanto.

A quel punto ciascuno può percepirsi come vittima e contemporaneamente legittimato ad aggredire.

La destabilizzazione dell’Occidente.

Una società fortemente polarizzata diventa un ambiente nel quale la destabilizzazione è più facile.

Un attore esterno potrebbe eventualmente sfruttarlo, ma non avrebbe necessariamente bisogno di crearlo da zero.

La destabilizzazione può essere intenzionalmente provocata oppure può essere sfruttata dopo essere stata prodotta a livello endogeno.

L’obiettivo di una misura attiva sofisticata non deve necessariamente essere convincere una popolazione di una determinata verità. Può essere sufficiente farle perdere la capacità di distinguere l’avversario dall’odio per l’avversario.

Il risultato finale sarebbe: pluralismo, polarizzazione, demonizzazione, tribalizzazione, odio, violenza, delegittimazione delle istituzioni.

A quel punto il problema è la sopravvivenza del principio stesso secondo cui l’altro, pur essendo radicalmente diverso da me, ha diritto di esistere, parlare e dissentire.

Ed è precisamente qui che la questione diventa ontologica: quale idea dell’essere umano sta alla base della società?

Un individuo che riconosce nell’altro un alter ego, oppure un individuo che considera l’altro un ostacolo da eliminare?

Questa seconda concezione, storicamente, è il terreno sul quale le società pluralistiche possono cominciare a trasformarsi in società di conflitto permanente.

Chi finanzia la narrativa dell’odio

La domanda, a questo punto, è: chi produce la narrativa, chi la finanzia, chi la distribuisce, chi recluta, chi fornisce infrastrutture e chi sfrutta politicamente il risultato?

La risposta più rigorosa è costruire una catena dell’ecosistema di destabilizzazione:

catena di radicalizzazione

Il punto decisivo è quindi distinguere produzione della narrativa, da produzione della violenza.

Un giovane può essere radicalizzato da una narrativa che non è stata concepita specificamente per lui, attraverso algoritmi e comunità che non hanno alcun coordinamento diretto con chi l’ha originata.

E, viceversa, un’organizzazione può cercare di appropriarsi politicamente di una violenza che non ha organizzato.

A questo punto c’è da chiedersi quali soggetti controllano ciascun passaggio della catena e quali collegamenti documentabili esistono fra un passaggio e l’altro.

Una destabilizzazione contemporanea potrebbe essere molto più simile a un ecosistema di soggetti diversi che si alimentano reciprocamente che a una struttura gerarchica clandestina.

Il problema è qui: ricostruire la filiera e allora il tema è che lo Stato e la politica devono uscire dal giustificazionismo pseudo psicologico e attivarsi per capire la filiera e combatterla con i mezzi opportuni.

Dire «quel ragazzo era disturbato», «era frustrato», «era emarginato» può spiegare una parte della vulnerabilità individuale, ma non risponde alla domanda sulla filiera.

Si possono tenere insieme entrambi i livelli: individuo (vulnerabilità, frustrazione, ricerca identitaria); ambiente (comunità online, linguaggi, modelli imitativi, normalizzazione della violenza); rete (propaganda, reclutamento, finanziamento, facilitazione, addestramento); infrastruttura (piattaforme, canali di comunicazione, sistemi finanziari, logistica);  azione (intimidazione, violenza, terrorismo, disordine); politica (appropriazione del risultato, polarizzazione, delegittimazione dell’avversario).

Il compito dello Stato dovrebbe quindi essere mappare ciascun livello e stabilire quali strumenti giuridici e investigativi siano appropriati.

Il punto sul “giustificazionismo”

Il problema nasce quando la spiegazione causale diventa una sostituzione dell’analisi della responsabilità e della rete.

Dire che è successo perché era fragile non esclude la domanda relativa a chi lo ha radicalizzato e questa non chi ha prodotto il materiale che lo ha radicalizzato. E ancora: «Chi lo ha distribuito? Chi lo ha reclutato? Chi gli ha fornito strumenti o contatti? Chi eventualmente ha finanziato quella rete?»

Questa è precisamente la differenza tra psicologia dell’attore e intelligence della filiera.

Lo Stato deve cambiare prospettiva

Lo Stato dovrebbe aspettare necessariamente l’attentato per intervenire.

La sequenza investigativa dovrebbe essere: contenuto, rete, persone, finanziamenti, infrastrutture, trasferimento all’azione in base ad un principio fondamentale: ogni passaggio deve essere verificato con prove, non dedotto ideologicamente.

Gli strumenti devono essere proporzionati al livello del fenomeno: prevenzione e alfabetizzazione digitale dove il problema è propagandistico; investigazione e contrasto al reclutamento quando emerge una rete; strumenti antiterrorismo quando ricorrono gli elementi previsti dalla legge; contrasto finanziario quando esistono flussi illeciti; cooperazione internazionale quando la rete attraversa le frontiere.

Quindi la tua intuizione può essere condensata in una formula molto forte: la società può spiegare perché una persona diventa vulnerabile alla radicalizzazione e lo Stato deve accertare chi trasforma quella vulnerabilità in una risorsa per una rete.

Ed è proprio qui che la distinzione fra “atto di follia” e “fenomeno organizzato” diventa empiricamente verificabile: non attraverso l’impressione iniziale, ma ricostruendo la filiera prima, durante e dopo l’atto.

segue

Autore

  • Silvano Danesi

    Silvano Danesi, laureato in Filosofia all’Università Statale di Milano. Dopo la laurea ha seguito studi storici e antropologici, ha pubblicato diversi saggi di storia, antropologia e massoneria, e ha tenuto varie conferenze e seminari.

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