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L’evoluzione dei conflitti in Africa

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L'evoluzione dei conflitti in Africa

La possibile saldatura delle diverse situazioni belliche, tra alleanza e risvolti geopolitici

Ben oltre il solo Sahel, nuove e vecchie instabilità vedono il peso di alcuni fattori alquanto inediti, veri e propri cambi di paradigma che si assommano ad altri di più storici e a tutt’oggi consolidati.

Il Mali, ad esempio, l’operazione congiunta scatenata su più fronti da JNIM e FLA lo scorso 25 aprile ha obbligato le FAMA e gli alleati di Africa Corps a ripiegare verso sud, da lì avviando un lento conflitto di logoramento verso il nord.

Ciò non ha impedito che JNIM e FLA, pur indebolite dalle costanti e consistenti perdite di uomini, armi e mezzi, tentassero una seconda offensiva a luglio, avvalendosi dei nuovi rinforzi nel frattempo giunti da oltrefrontiera.

FAMA e Africa Corps continuano comunque la loro opera, non soltanto sul fronte militare, ma anche diplomatico: Mosca ha mediato tra Bamako ed Algeri, che fino a pochi mesi fa sosteneva soprattutto il FLA, e le due nazioni si sono riappacificate.

Nel mentre, è la Libia a fornire le maggiori preoccupazioni, rendendosi oggi complice d’interessi cari soprattutto a Francia, EAU, Israele e Stati Uniti, supportando i movimenti jihadisti e separatisti attivi contro il governo maliano.

I rapporti tra Mosca e il governo di Haftar potrebbero forse favorire, in futuro, una ricomposizione simile a quella avvenuta con Algeri, ma al momento questa azione diplomatica non si nota o in ogni caso non è riuscita a prevalere sull’importante influenza che Abu Dhabi, e per suo tramite Tel Aviv, riesce ad avere su Bengasi.

Non sfugge neppure, nelle aree del nord tra Mali e Niger, la presenza di ISSP, correlata all’ISIS laddove JNIM lo è invece ad al-Qaeda.

In Niger, lo scorso agosto una fazione di soldati ha attaccato la Base 101 presso l’aeroporto di Niamey, la zona presidenziale e la radio-TV nazionale.

La pronta risposta della Guardia Presidenziale e degli alleati di Africa Corps, insieme al forte supporto popolare, hanno presto sventato il golpe, mentre l’Algeria, che col Niger ha storicamente dei buoni rapporti (anche questo ha favorito, infatti, la ricomposizione tra Algeri e Bamako, giacché ad un certo punto l’intera AES, come alternativa, avrebbe interrotto le sue relazioni col governo algerino), ha addirittura inviato 4 Su-30 e garantito il supporto aereo, del resto oggi fornito insieme a quello satellitare pure al confinante maliano per meglio coordinare la guerra contro JNIM e FLA (che non combattono ad occhio nudo, disponendo a loro volta di supporto militare e satellitare francese ed ucraino).

Non è un caso che in quell’occasione il presidente nigerino Tchiani abbia accusato apertamente paesi come Francia, Benin, Ciad ed EAU per il tentato golpe, ricalcante le modalità di altri attacchi già di recente conosciuti da Niamey e soprattutto dal suo aeroporto.

Tuttavia, come emerso anche dalle ultime denunce del presidente, le minacce non sono finite: soprattutto avvalendosi proprio del retroterra fornito da Libia e Ciad, Paesi come Francia, Israele, EAU e agenti ucraini possono portare avanti le loro nuove offensive, garantendo a realtà come JNIM, ISSP e gruppi sedicenti Tuareg di compiere nuovi attacchi.

I rapporti tra Niger e Ciad, oggi, appaiono non a caso piuttosto raffreddati. Il discorso del presidente Tchiani all’ONU credo sia sfuggito a pochi: le denunce, ben lontane dalle fantasie udite da altri leader e capi di Stato, non ammettono facili repliche.

La Libia, in questo momento, è un attore da tenere d’occhio: non solo per i rapporti energetici che vi ha il nostro Paese, ma anche perché, riguardo al Sahel, nella coabitazione tra i suoi due governi s’è ormai prodotto, almeno a prima vista, un significativo scambio di ruoli.

Oggi Tripoli mantiene relazioni tutto sommato più positive con l’AES di quante ne intrattenga invece Bengasi: ognuno paga la sua geopolitica.

Nel prestarsi a politiche potenzialmente ostili ai paesi AES, Bengasi pare oggi porsi nel solco di quanto sin qui ha fatto sul fronte sudanese, sostenendo col Ciad le RSF nella guerra civile in Sudan.

Tuttavia, in Sudan le RSF perdono costantemente effettivi, alleati e posizioni a vantaggio delle SAF, le forze armate nazionali: se pochi mesi fa erano a 50 km da Khartum, che ancor prima in parte occupavano, oggi invece vi si trovano a 350 km, e il loro arretramento non pare cessare.

Sono guidate e foraggiate da EAU ed Israele, che s’avvalgono di paesi come Libia, Ciad, Etiopia, Sud Sudan, come tramiti e complici locali-attori clienti. Se Bengasi ha dato loro aeroporti creati ad hoc per fornirle di armi e mercenari (anche colombiani) provenienti e pagati dagli EAU, e il Ciad molta manovalanza attinta dalle Baqqare delle tribù Rizegat, l’Etiopia ha invece fornito loro quattro campi di addestramento sul suo suolo, nello stato del Benishangul-Gumuz.

Anche Addis Abeba, non solo per le consistenti relazioni col nostro paese, è un altro attore su cui è bene oggi non distogliere troppo lo sguardo. Giorni fa, vi è nata una coalizione politica e militare interetnica, l’Alleanza delle Forze Etiopiche per la Sopravvivenza, con sette forze (TPLF, FANO, ANURF, ONLF, OLA, ARDUF, BPLM, GPDM) a rappresentanza delle maggiori etnie del paese, oggi in lotta col governo federale.

Da tempo la possibilità di una saldatura dei vari conflitti presenti nel Paese era supposta da molti; oggi è una certezza, che tuttavia può ancora estendersi ulteriormente, saldandosi con le altri crisi nella regione, dalla Somalia al Sudan, dal Ciad al Mali, senza trascurare poi altre realtà poste su un fianco geografico più meridionale.

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