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Bill Clinton e la pace mancata

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Che cosa prevedevano davvero Oslo e gli Accordi sulla Cisgiordania

Quando si parla degli Accordi di Oslo e della Cisgiordania, è importante evitare le semplificazioni.
Non è corretto dire che i palestinesi avessero già ricevuto tutta la Cisgiordania, ma non è corretto neppure sostenere che Israele avesse ottenuto definitivamente l’Area C o che Oslo avesse autorizzato un’annessione permanente.

La realtà è più complessa.

Nel settembre 1993, con gli Accordi di Oslo, l’OLP di Yasser Arafat riconobbe ufficialmente il diritto di Israele a esistere in pace e sicurezza e dichiarò di rinunciare al terrorismo e alla violenza.

Israele, a sua volta, riconobbe l’OLP come rappresentante del popolo palestinese e accettò di avviare un processo di autogoverno palestinese in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza.

Quella fu la principale concessione politica di Arafat: l’OLP abbandonava formalmente l’obiettivo di sostituire Israele con un unico Stato palestinese e accettava un processo negoziale fondato sulla possibile divisione del territorio.

Ma Oslo non creò immediatamente uno Stato palestinese indipendente e non stabilì i confini definitivi tra Israele e una futura Palestina.

Prevedeva invece un periodo transitorio, durante il quale alcune competenze amministrative e di sicurezza sarebbero state trasferite gradualmente all’Autorità Palestinese.

Con Oslo II, nel 1995, la Cisgiordania fu divisa in tre aree amministrative e di sicurezza.

Area A: sotto controllo civile e di sicurezza dell’Autorità Palestinese.
Comprendeva soprattutto le principali città palestinesi, come Ramallah, Nablus, Jenin, Tulkarem, Qalqilya, Betlemme e parti di Hebron.

Area B: sotto controllo civile palestinese, ma con una responsabilità israeliana prevalente per la sicurezza.
Comprendeva numerosi villaggi e aree rurali.

Area C: sotto controllo civile e militare israeliano. Comprendeva circa il 60% della Cisgiordania, gli insediamenti israeliani, molte strade, zone strategiche e gran parte delle aree non densamente popolate.

Qui sta il punto essenziale: la divisione in A, B e C non era una spartizione definitiva del territorio. Era un accordo provvisorio, pensato per accompagnare un negoziato successivo.

L’Area C era quindi sotto controllo israeliano durante il periodo transitorio, ma il suo status finale non era stato deciso. Non era stata assegnata definitivamente a Israele, ma non era stata neppure consegnata definitivamente ai palestinesi.

I confini finali, lo status di Gerusalemme, il destino degli insediamenti, la questione dei rifugiati e gli accordi di sicurezza dovevano essere stabiliti in un accordo permanente.

Questo significa anche che Oslo non imponeva automaticamente lo smantellamento di tutti gli insediamenti israeliani.

La questione degli insediamenti era stata lasciata ai negoziati sullo status finale.

Allo stesso tempo, però, Oslo non autorizzava Israele ad annettere unilateralmente la Cisgiordania o a trasformare il controllo provvisorio dell’Area C in sovranità permanente senza un accordo.

Gli Accordi di Oslo furono dunque uno scambio graduale:

• Arafat e l’OLP riconoscevano Israele e rinunciavano formalmente al terrorismo e alla violenza;

• Israele riconosceva l’OLP come rappresentante del popolo palestinese;
l’Autorità Palestinese riceveva il controllo civile e, nell’Area A, anche quello della sicurezza;

• Israele manteneva il controllo della maggior parte della Cisgiordania durante il periodo transitorio;

• le questioni più difficili venivano rinviate a un accordo definitivo.

Quando si parla delle “concessioni di Arafat”, quindi, non si deve intendere che egli avesse già accettato tutti i confini definitivi o rinunciato a ogni rivendicazione palestinese.

La sua concessione principale fu il riconoscimento ufficiale di Israele e l’accettazione di un processo che avrebbe dovuto portare, attraverso negoziati, a una soluzione permanente e probabilmente alla creazione di uno Stato palestinese accanto a Israele.

Allo stesso modo, quando si parla “delle concessioni israeliane”, bisogna ricordare che Israele accettò di riconoscere l’OLP, di trasferire competenze all’Autorità Palestinese e di accettare l’idea di un autogoverno palestinese.

Ma Israele non accettò con Oslo un confine definitivo e non rinunciò in anticipo a ogni posizione negoziale sugli insediamenti, sulla sicurezza o su Gerusalemme.

Nel 2000, a Camp David e nei successivi parametri di Clinton, si tentò di trasformare quel processo provvisorio in un accordo definitivo.

La proposta americana prevedeva:
• uno Stato palestinese a Gaza e nella quasi totalità della Cisgiordania, con scambi territoriali;
• una capitale palestinese a Gerusalemme Est
• garanzie per la sicurezza di Israele e per i luoghi santi.

Ma restavano questioni decisive: i confini, Gerusalemme, gli insediamenti, la sicurezza e il diritto al ritorno dei rifugiati palestinesi.

Clinton sostenne che Arafat non avesse accettato il compromesso necessario, soprattutto sulla questione dei rifugiati e del Muro Occidentale.

Arafat, invece, riteneva che le proposte non garantissero sufficientemente i diritti palestinesi e non risolvessero in modo accettabile la questione di Gerusalemme, dei confini e dei rifugiati.

Il negoziato fallì e, poco dopo, la violenza della Seconda Intifada rese ancora più profonda la distanza tra le parti.

Dal punto di vista israeliano, gli attentati e il mancato rispetto degli impegni sulla sicurezza distrussero gran parte della fiducia nel processo di Oslo.

Dal punto di vista palestinese, il protrarsi del controllo israeliano, l’espansione degli insediamenti e l’assenza di uno Stato alimentarono la convinzione che la fase transitoria fosse diventata una situazione permanente.

Anche sul tema degli insediamenti è necessario essere precisi.

La loro presenza in Area C non significava automaticamente che Israele avesse già deciso di annettere tutta la Cisgiordania.

Ma la loro espansione, insieme alla costruzione di infrastrutture e al mantenimento del controllo israeliano, ha reso sempre più difficile immaginare una futura soluzione fondata su due Stati.

Per questo non è corretto dire semplicemente che “Israele vuole prendersi tutta la Cisgiordania”, come se questa fosse una conclusione già contenuta negli Accordi di Oslo.

È però corretto riconoscere che l’espansione degli insediamenti e l’assenza di un trasferimento definitivo dell’Area C hanno alimentato il timore palestinese che la provvisorietà potesse trasformarsi in annessione permanente.

Allo stesso modo, non è corretto dire che Oslo avesse già stabilito che tutti i coloni dovessero andarsene.

È però corretto dire che il futuro degli insediamenti doveva essere deciso nell’accordo finale e che, nelle proposte di Clinton, alcuni avrebbero potuto rimanere sotto sovranità israeliana attraverso scambi territoriali, mentre altri avrebbero potuto essere evacuati.

La fotografia del 1993 rappresentava, quindi, una promessa, non una pace già raggiunta.

Le aree A, B e C furono il risultato concreto di quella promessa, ma anche il segno dei suoi limiti: i palestinesi ottennero un’autonomia parziale nei centri abitati, mentre Israele conservò il controllo della maggior parte della Cisgiordania durante il periodo transitorio.

Il passaggio successivo trasformare quell’autonomia provvisoria in uno Stato palestinese indipendente, garantendo nello stesso tempo la sicurezza di Israele e definendo il destino degli insediamenti e dell’Area C non fu mai completato.

Ed è proprio questa incompiutezza, insieme al terrorismo, alla sfiducia reciproca, all’espansione degli insediamenti e al fallimento della leadership palestinese nel compiere il passo decisivo verso la fine del conflitto, a spiegare perché la promessa di Oslo sia rimasta incompiuta.

Essere dalla parte di Israele non significa dover negare la realtà o ignorare le aspirazioni palestinesi.

Significa, prima di tutto, riconoscere il diritto di Israele a esistere, a difendersi e a vivere in sicurezza, senza terrorismo e senza minacce alla sua sopravvivenza.

Ma significa anche comprendere che una pace stabile non può nascere da una situazione provvisoria trasformata in permanente.

Israele ha bisogno di confini sicuri e di garanzie reali e i palestinesi hanno bisogno di un futuro politico ed economico credibile.

Nessuna delle due esigenze può essere cancellata.

La lezione di Oslo non è che Israele abbia semplicemente “preso” la Cisgiordania, né che i palestinesi abbiano semplicemente “rifiutato la pace”.

La lezione è che gli accordi lasciarono aperte le questioni decisive e che, quando arrivò il momento di affrontarle, mancò la fiducia necessaria per compiere il passo finale.

La pace, però, non può significare la cancellazione di Israele, il ritorno illimitato dei rifugiati o la rinuncia alla sicurezza israeliana.

E non può nemmeno significare che i palestinesi debbano vivere per sempre senza diritti politici e senza una prospettiva.

La soluzione più realistica resta quella di due popoli e due Stati, ma soltanto se lo Stato palestinese sarà realmente disposto a vivere accanto a Israele, riconoscendone il diritto all’esistenza e garantendo che il territorio non diventi una nuova base per attacchi contro gli israeliani.

Questa è la difficile eredità di Oslo: non una pace tradita da una sola parte, ma un processo incompiuto nel quale entrambe le leadership non riuscirono a trasformare una promessa storica in un accordo definitivo.

PS: Io sono pro Israele, pro ebrei, pro israeliani.

Ma non sono una fanatica e non mi riconosco nel fanatismo che ogni tanto vedo comparire nei commenti ai miei post o ai miei articoli.

Sostenere Israele non mi impedisce di guardare i fatti e ragionarci sopra.
La realtà storica va raccontata con rigore, senza forzature e senza modificarla per adattarla alle proprie convinzioni.

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