La geografia del petrolio sempre più vulnerabile
La chiave per leggere ciò che sta accadendo fra Iraq, Iran e Golfo e cosa accada dietro il prezzo del petrolio, l’instabilità di Hormuz, l’aumento dei noli e il ritiro americano da Erbil dobbiamo ricercarla nella geografia del potere energetico.
La domanda strategica non è soltanto perché gli Stati Uniti abbiano concluso dopo dodici anni la loro seconda presenza militare in Iraq, ma che cosa rimanga della loro capacità di influenza una volta ritirate le truppe.
Il dispositivo militare arretra, ma non scompare la leva americana sul sistema energetico e finanziario iracheno.
I proventi petroliferi continuano a essere gestiti attraverso un conto della Banca centrale irachena presso la Federal Reserve Bank of New York e, considerando il peso del petrolio sulle entrate pubbliche di Baghdad, il controllo dei flussi finanziari rappresenta una leva strategica di grande rilievo.
La natura del potere cambia, dalla presenza territoriale alla capacità di intervenire sui nodi del sistema, sui flussi finanziari, sulle reti energetiche e sui corridoi attraverso cui la risorsa raggiunge il mercato.
Non significa che il ritiro americano sia stato programmato per produrre la crisi attuale perché il processo era stato deciso prima dell’attuale escalation regionale.
Ma la questione è capire se Washington stia progressivamente sostituendo una strategia fondata sulla presenza fisica con una capacità più selettiva di influenza sui nodi strategici.
L’Iraq diventa centrale perché concentra tre geografie, produzione, transito e competizione strategica.
Quando Hormuz diventa instabile, la questione non è più soltanto quanto petrolio esista nei giacimenti, ma quanto possa essere estratto, caricato, assicurato, trasportato e consegnato, ricordiamo che è la geografia e non soltanto la quantità, a determinare il prezzo.
Hormuz diventa un chokepoint infrastrutturale, un punto nel quale una perturbazione locale si propaga attraverso navi, porti, assicurazioni, raffinerie, contratti e mercati finanziari.
Il ministro indiano Hardeep Singh Puri ha richiamato proprio l’impatto della crisi sui trasporti e sui noli, mostrando come la pressione sui prezzi possa derivare dalla difficoltà di movimentare l’energia più che dalla sua semplice scarsità.
La sequenza strategica è precisa: Erbil, Iraq, Hormuz, petroliere, assicurazioni, noli, prezzo del barile, inflazione, famiglie e imprese.
La competizione contemporanea non riguarda più soltanto il possesso della risorsa, ma la possibilità di farla circolare.
Hormuz è il chokepoint marittimo, l’Iraq è il chokepoint territoriale, il sistema finanziario attraverso cui transitano i proventi petroliferi rappresenta il chokepoint finanziario.
Tre livelli della stessa architettura.
Per questo il ritiro americano dall’Iraq non deve essere compreso soltanto come una sottrazione di potenza.
Può essere interpretato come parte di una trasformazione della modalità con cui Washington esercita la sua influenza, meno presenza militare diretta, maggiore ricorso a finanza, tecnologia, alleanze, deterrenza e controllo dei nodi strategici.
Parallelamente, l’Iran cerca profondità strategica attraverso l’Iraq e la capacità di condizionare i corridoi regionali, mentre gli Stati del Golfo cercano nuove rotte e nuove garanzie di sicurezza.
La conseguenza supera il Medio Oriente, un chokepoint energetico diventa instabile, il costo si trasferisce lungo le catene industriali globali: il trasporto diventa più caro, l’energia aumenta di costo, l’inflazione si trasferisce su imprese e famiglie e una vulnerabilità regionale diventa vulnerabilità sistemica.
Il petrolio può esserci, venire estratto ed essere venduto, ma se il corridoio che lo porta al mercato diventa troppo rischioso, costoso o lento, quella risorsa perde parte della sua funzione economica.
Ecco che si presenta in modo evidente quella “motivazione” che ho scritto in molti articoli, del riassetto dei corridoi e della gerarchia di essi, il potere è di chi controlla la certezza di fare arrivare a destinazione la merce.
Il giacimento è soltanto l’inizio della catena, il vero potere si distribuisce lungo tutto il percorso, nel territorio che produce, nello stretto che collega, nella nave che trasporta, nell’assicurazione che garantisce, nella banca che regola il pagamento e nell’infrastruttura finanziaria che trasforma la risorsa in valore.
Possiamo dire che il petrolio non manca ma la geografia del petrolio è diventata sempre più vulnerabile.





