I fattori di destabilizzazione
L’economia della Cina sta rallentando. Così almeno sembrerebbe dai principali indicatori economici.
La produzione industriale, infatti, è sì aumentata del +4,5% su base annua a luglio, ma ha registrato il primo rallentamento mensile in 3 mesi.
Di per sé non sarebbe preoccupante e noi, davanti a un dato simile, ci leccheremmo le dita, se non fosse che, nello stesso periodo, le vendite al dettaglio sono cresciute solo dello +0,6% su base annua, che è il terzo dato più basso in almeno 18 mesi.
Questo avviene mentre gli acquisti di veicoli passeggeri, la componente più grande delle vendite al dettaglio, sono diminuiti del -21,0% su base annua.
Inoltre, l’investimento in attivi fissi è sceso del -6,7% su base annua nei primi 7 mesi del 2026, peggiorando rispetto al -5,7% di calo nella prima metà dell’anno.
Nello stesso periodo, l’investimento immobiliare è sceso del -19,2% su base annua, il calo più grande mai registrato, e questo risente molto della deflagrazione della bolla immobiliare che ha coinvolto Evergrande e il 20% del PIL cinese.
Il rallentamento economico della Cina si sta rilevando in tutti i principali settori.
Va detto però che questo quadro generale si spiega in gran parte con l’attuale congiuntura mondiale, trainata al ribasso dalla componente inflattiva innescata dalla crisi dei carburanti, una crisi che colpisce le economie produttive come quella cinese, a causa della contrazione dei consumi.
L’andamento dei consumi nel mondo, infatti, mostra una crescita globale altalenante e disomogenea, frenata dall’inflazione e dalle incertezze geopolitiche, con una forte spinta verso la transizione digitale ed ecologica.
Si registrano, quindi, dinamiche differenti tra i beni essenziali, che tengono, e i beni voluttuari o specifici mercati, come il calo nei consumi di vino.
In questo contesto, è normale che quella parte di economia cinese orientata a produzioni voluttuarie a basso costo, soffra e per l’aumento dei costi e per la diminuzione del mercato di riferimento.
Fin qui l’analisi in senso strettamente matematico.
Guardando più in là, però, ci sono altre considerazioni da fare.
Innanzitutto, la politica dei dazi e delle barriere commerciali voluta da Trump e seguita dall’inasprimento di quelli esistenti da parte della UE, non ha frenato l’export cinese che a luglio registra un +23% dopo il +27% di giugno.
Questo significa che il divario di competitività tra Cina ed occidente si sta dilatando al punto tale da surclassare le produzioni autoctone, malgrado l’aggravio dei dazi e l’aumento dei costi dell’energia.
Quindi, la Cina affronta due scenari distinti: da un lato una economia interna che mostra segnali di sofferenza, ma dall’altro un export che continua a galoppare.
È una situazione ben diversa da quella del 2008 quando a seguito della crisi subprime l’export cinese si fermò per 2 mesi, in una economia che dipendeva totalmente dall’estero.
Allora i cinesi compresero che quello era il loro lato vulnerabile e si diedero da fare per creare e far crescere una forte economia interna, fino ad allora quasi inesistente, che potesse attenuare le turbolenze sui mercati esteri.
Al di là degli indicatori economici, quindi, la Cina è molto più solida di quanto di possa pensare.
Da almeno 10 anni, infatti, si è invertita la tendenza: prima l’obiettivo era attrarre investimenti dall’estero per creare economia, mentre ora i cinesi investono all’estero per assimilare know-how e per colonizzare interi sistemi economici.
Eppure, oggi anche la Cina ha le sue criticità e, nel medio periodo, si accentueranno sempre più.
La prima riguarda l’occupazione, principale cruccio di un Paese con 1,4 miliardi di abitanti ai quali gli obiettivi di crescita dell’economia interna impongono una politica di reddito adeguata.
Per 20 anni il Governo ha sostenuto l’occupazione con una legge assai semplice: in un’economia orientata all’export, le aziende che volevano esportare dovevano acquistare una licenza molto costosa o, in alternativa, assumere nuovo personale in quantità proporzionale al costo della licenza stessa.
Le imprese hanno scelto tutte di assumere nuovo personale, ma questo da una parte ha drogato il mercato del lavoro, dall’altra ha mandato le imprese stesse in sovrapproduzione.
Il fenomeno dei piazzali pieni di merci da smaltire è anche figlio di questa politica, che ha mostrato la corda nei momenti in cui i vari segmenti commerciali non sono più stati così ricettivi.
Oggi, l’occupazione in Cina è in una fase di lenta decrescita.
A preoccupare è, soprattutto, la disoccupazione giovanile, che ha toccato il 16,7%, con una grandissima maggioranza di laureati altamente qualificati, che non riescono più a essere assorbiti dall’industria ormai satura.
A questo si aggiunga l’evoluzione tecnologica, che sta portando all’automazione totale delle fabbriche con la sostituzione della forza lavoro umana.
Il Governo cinese, per ora, non ha preso posizione, ma recenti sentenze dei tribunali di Hangzhou e Pechino hanno vietato di licenziare personale sostituendolo con l’intelligenza artificiale e questo la dice lunga sulla paura che genera questo salto generazionale.
Un altro fattore di destabilizzazione riguarda il commercio al dettaglio e la dinamica del valore aggiunto.
Proprio per dare impulso ai consumi interni, la filosofia commerciale cinese è da sempre molto diversa da quella occidentale.
In Cina, infatti, la differenza di prezzo tra ingrosso e dettaglio è sempre stata minima.
Per fare un esempio, tra l’acquisto di 1 milione di pezzi di un determinato prodotto da un produttore e l’acquisto di 1 pezzo dello stesso prodotto da un dettagliante, la differenza di prezzo non era superiore al 10%.
Sia all’ingrosso che al dettaglio, quindi, il valore aggiunto per singolo prodotto, e il contributo sul PIL, è molto limitato, perché il sistema cinese privilegia competitività e quantità, alla pura logica del ricarico.
Un rallentamento dei mercati obbliga, però, ad aumentare i ricarichi e quindi i prezzi, frenando ancor di più i consumi, come un gatto che si morde la coda.
Il tracollo di Evergrande e di altre immobiliari, poi è stata la ciliegina sulla torta perché ad andare in fumo sono stati risparmi del nuovo ceto medio cinese.
A testimoniare queste criticità è anche l’andamento del debito pubblico cinese, fino a 20 anni fa trascurabile, e oggi arrivato ufficialmente al 70% del PIL, che però sale a oltre il 124% del PIL se si considerano i debiti fuori bilancio e il finanziamento degli enti locali (LGFV) stimato dal Fondo Monetario Internazionale.
L’andamento del debito è in costante crescita proprio a causa del rallentamento economico e dei salvataggi locali.
Il governo cinese, infatti, ha sempre protetto il proprio tessuto produttivo con sussidi sempre più importanti, anche per finanziare le politiche di dumping commerciale nei confronti dei mercati esteri.
Ora, però, qualcosa sembra cambiare e la leadership cinese pare voler attuare una stretta alla politica dei sussidi, iniziando proprio dal settore automobilistico.
Vedremo se questo nuovo orientamento sarà assorbito senza traumi dal settore produttivo oppure se si tradurrà in un aggravamento delle difficoltà attuali.
Certamente, una Cina più occidentale è anche più vulnerabile, ma sono curioso di vedere come il governo cinese riuscirà a conciliare l’inevitabile occidentalizzazione, con la crescita e la stabilità.





