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La “culture of memory” come antidoto al nazi-fascismo woke

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Superare le etichette di destra e sinistra per ritrovare la capacità dell’analisi concreta della situazione concreta – Il multipolarismo è geopolitico e culturale – L’Occidente deve ritrovare la sua identità nel concerto multipolare

“Essere di destra o di sinistra significa scegliere una delle tante maniere con cui l’uomo può essere un imbecille, poiché entrambe rappresentano una forma di «emiplegia morale»”.

Così il filosofo spagnolo José Ortega y Gasset, profeticamente, ci consegna la questione oggi più che mai all’ordine del giorno.

Ortega usa questa espressione nel Prologo per i francesi inserito nel 1937 per l’edizione francese del suo libro più famoso, La ribellione delle masse, per indicare che chi si rinchiude ciecamente in una di queste due etichette perde la capacità di vedere la complessità della realtà.

woke, nazismo, StalinDestra e sinistra, oggi, hanno perso completamente il loro significato e sono il rifugio settario di chi non è più in grado di fare i conti con la realtà e si rifugia nelle ideologie.

Ortega rifiuta gli automatismi ideologici per promuovere un pensiero radicato nell’esistenza concreta e nella libertà responsabile. Più che inseguire le correnti di massa o gli schemi di partito, la salvezza della civiltà europea, oggi direi occidentale, richiede l’impegno etico e culturale di minoranze intellettuali e spirituali qualificate.

La caduta rovinosa dell’ideologia woke e del pensiero unico politicamente corretto consente, dopo anni di oppressione, di ripensare l’Occidente.

Se qualcuno intende questo ripensamento come la sconfitta della sinistra e la rinascita della destra, significa che non ha capito nulla dell’ordine del giorno.

Nostalgie fasciste, nostalgie comuniste, nostalgie naziste sono semplicemente «emiplegia morale», chiusura mentale di chi aderisce ciecamente a un’ideologia politica, perdendo la capacità di giudicare la realtà in modo obiettivo. Il mondo sta cambiando sotto i nostri occhi e non ha bisogno di mani tese e di pugni alzati, ma di cerebri pensanti.

Il multipolarismo, che oggi è all’ordine del giorno della geopolitica, significa che è necessario riconoscere e rispettare non solo le grandi aree di influenza, ma anche le grandi aree culturali.

Riconoscere storia e cultura della Cina, della Russia, dell’India, del mondo arabo islamico e via discorrendo è altrettanto necessario che riconoscere i fattori di influenza politici, economici e militari.

In questo quadro generale, il problema dell’Occidente oggi è riconoscersi. E l’Occidente è oggi Usa ed Europa, ma forse andrebbe recuperato il concetto di Charles Da Gaulle di un’Europa «de l’Atlantique à l’Oural», cioè dall’Atlantico agli Urali.

La sua idea era quella di una grande Europa geografica e storica, comprendente anche la Russia europea. Concetto da aggiornare, evidentemente, ma valido per gli aspetti di identità filosofica, storica, religiosa. La storia ha sempre camminato sulle gambe delle idee.

Il concetto di “Occidente” è complesso e non è mai stato del tutto univoco. Lo si può descrivere come il risultato di molte stratificazioni: eredità greco-romana; tradizione giudaico-cristiana; Umanesimo e Rinascimento; Illuminismo; sviluppo della scienza moderna; liberalismo politico e costituzionalismo; pluralismo e diritti individuali.

Questi elementi non sono sempre stati armonici tra loro. La storia dell’Occidente è anche una storia di tensioni tra tradizione e innovazione, comunità e individuo, autorità e libertà, universalismo e identità nazionali.

Quanto a Charles de Gaulle, la formula dell’Europa “dall’Atlantico agli Urali” esprimeva l’idea che la Russia fosse parte della storia europea e che, nel lungo periodo, il continente potesse trovare una propria autonomia strategica senza essere definito soltanto dalla contrapposizione dei blocchi della Guerra fredda.

Oggi quel concetto incontra ostacoli politici molto rilevanti, ma continua a essere discusso come riferimento storico per ragionare sul rapporto tra Europa e Russia.

Recuperare e ridefinire un’identità occidentale

La questione di come recuperare o ridefinire un’identità occidentale è probabilmente una delle grandi domande del nostro tempo.

Una possibile risposta non consiste tanto nel cercare un’identità unica e immutabile, quanto nel riconoscere che l’Occidente è sempre stato un equilibrio dinamico fra diverse eredità: Atene (filosofia e ragione), Roma (diritto e istituzioni), Gerusalemme (dimensione religiosa ed etica), Rinascimento (centralità dell’uomo), Illuminismo (libertà e critica), scienza moderna (conoscenza empirica), democrazia costituzionale, pluralismo e partecipazione, welfare.

Se si guarda a questa tradizione nel suo insieme, emerge un elemento ricorrente: la capacità di discutere criticamente le proprie idee, di mettere in questione le ortodossie e di rinnovarsi attraverso il confronto.

In un mondo multipolare, il problema dell’Occidente è: quali principi e quali forme di convivenza vogliamo proporre, mantenendo apertura verso altre culture e riconoscendo la pluralità delle civiltà?

La storia cammina spesso sulle gambe delle idee e le idee che hanno avuto maggiore durata, nella storia occidentale, sono state spesso quelle capaci di unire identità e apertura, memoria e innovazione, appartenenza e confronto.

L’Occidente non deve smettere di criticare sé stesso. Deve smettere di confondere l’autocritica con l’autonegazione.

Si difende una civiltà dimostrando di essere ancora capaci di comprenderne l’intera storia senza vergognarsi di possederla. Una civiltà che considera la propria storia soltanto come una successione di colpe da espiare finisce per perdere la capacità di dire perché dovrebbe continuare a esistere.

Non cancellare la storia. Possederla

La cancel culture è diventata tossica in quanto passa dalla critica del passato alla delegittimazione del passato: statue abbattute, autori espunti, opere giudicate esclusivamente secondo categorie morali contemporanee, istituzioni storiche considerate sospette per la loro stessa origine.

L’identità occidentale non può essere ridotta neppure a una celebrazione acritica dell’Occidente. La sua peculiarità dovrebbe essere nella capacità di conservare anche ciò che si contesta o si supera.

Se distruggi la memoria, non ottieni automaticamente una società più libera; puoi ottenere una società senza genealogia.

Se accettiamo che esistano grandi aree culturali – Cina, India, mondo islamico, Russia, Occidente – allora nasce inevitabilmente la domanda: perché dovrebbe esistere una “civiltà occidentale” se gli occidentali stessi negano che essa possieda una specificità?

Questo produce una curiosa asimmetria. La Cina riconosce la propria civiltà, l’India riconosce la propria civiltà, il Mondo Islamico riconosce la propria tradizione, la Russia riconosce la propria specificità.

Il tema è, pertanto se può esistere un Occidente politicamente plurale, economicamente diverso e persino strategicamente autonomo, ma culturalmente consapevole delle proprie radici?

La risposta alla cancel culture è la culture of memory: non cancellare ciò che è problematico, ma conservarlo, studiarlo, giudicarlo storicamente e inserirlo nella propria genealogia. Non cancellare la storia. Possederla.

Per possederla è necessario partire dall’idea che il risultato di una stratificazione di popoli, culture, lingue, religioni e forme politiche che si sono incontrate, combattute, contaminate e fuse.

La stratificazione la rappresenterei così:

stratificazione dell'Europa

 

Ma aggiungerei altri strati:

Le civiltà pre-romane: Etruschi, Celti, Liguri, Iberi, Traci, Daci, Illiri, popoli germanici e molti altri non sono semplicemente un “prima” destinato a scomparire. Entrano nella formazione delle identità europee.

Il mondo germanico e nordico: la formazione dell’Europa medievale sarebbe incomprensibile senza Franchi, Sassoni, Longobardi, Visigoti, Angli, Normanni, Scandinavi. Anche molte delle istituzioni politiche medievali nascono dalla fusione fra eredità romana e strutture germaniche.

Bisanzio: è una componente enorme e spesso sottovalutata. Costantinopoli conserva, sviluppa e trasmette l’eredità greca e romana, producendo una civiltà propria. Da lì passa una parte fondamentale della tradizione ortodossa verso Balcani, Russia e mondo slavo.

Il mondo slavo: Polacchi, Cechi, Slovacchi, Croati, Serbi, Bulgari, Ucraini, Russi e altri popoli hanno contribuito in maniera diversa alla formazione dello spazio europeo.

Questo diventa particolarmente importante se torniamo alla questione de Gaulle–Urali: eliminare il mondo slavo e russo dalla definizione storica dell’Europa significa adottare una definizione esclusivamente geopolitica dell’Europa.

L’ebraismo europeo: non soltanto come religione, ma come componente storica delle società europee: dalle comunità mediterranee alle comunità ashkenazite, dalla filosofia alla medicina, dalla finanza alla letteratura.

L’Islam: anche qui bisogna evitare una semplificazione. L’Islam non è semplicemente “esterno all’Europa”. Al-Andalus, Sicilia islamica, Balcani ottomani, Mediterraneo e secoli di rapporti con il mondo islamico fanno parte della storia europea.

E, soprattutto, la trasmissione attraverso il mondo arabo-islamico di una parte della filosofia e della scienza greca è uno dei grandi processi attraverso cui l’Europa medievale recuperò e trasformò la propria eredità classica.

Il mondo mediterraneo

Il mondo mediterraneo: questo è forse il livello che manca più spesso nelle rappresentazioni moderne.

L’Europa non è soltanto una penisola dell’Eurasia rivolta verso l’Atlantico. È anche una civiltà mediterranea.

Grecia, Italia, Spagna, Portogallo, Francia meridionale, Balcani, Levante hanno avuto per millenni rapporti con Nord Africa e Vicino Oriente.

L’Europa, pertanto, va intesa, come incontro e stratificazione di Mediterraneo, mondo germanico, mondo celtico, mondo slavo, Bisanzio, cristianesimo latino e ortodosso, ebraismo, rapporti con l’Islam, Rinascimento, scienza, Illuminismo, modernità politica.

Riconoscere le radici molteplici significa riconoscere l’Europa come una quercia, che non ha una sola radice, ma ha un sistema radicale. E proprio perché le sue radici sono molteplici, profonde e intrecciate, può sviluppare un’identità riconoscibile.

Questo potrebbe diventare il fondamento di una concezione dell’Europa diversa sia dall’autonegazione identitaria sia dal nazionalismo esclusivo: un’Europa consapevole della propria pluralità originaria.

E qui la formula di de Gaulle acquista un significato ancora più interessante: “dall’Atlantico agli Urali” non dovrebbe essere soltanto una frontiera geografica, ma la ricerca dello spazio storico nel quale queste molteplici stratificazioni europee possono essere riconosciute.

Cambiare il paradigma culturale dalla finanza alla produzione

La rivoluzione culturale implica anche il ripassare dalla finanza all’economia reale, perché la finanza è stata ed è il veleno dell’Occidente.

Una parte crescente dell’Occidente ha spostato il baricentro dalla produzione alla rendita finanziaria, mentre Cina e, in misura diversa, India e Russia hanno mantenuto una maggiore centralità della capacità produttiva materiale.

Occidente e Cina

 

La Cina è il caso più netto. Ha costruito una gigantesca base manifatturiera e infrastrutturale, mantenendo contemporaneamente un sistema finanziario fortemente subordinato agli obiettivi industriali dello Stato.

L’India sta cercando di trasformare la crescita dei servizi e della tecnologia in una base manifatturiera molto più ampia. La sua traiettoria è ancora diversa da quella cinese.

La Russia possiede soprattutto una straordinaria dotazione di energia, materie prime, industria pesante e capacità militare; il suo problema è invece la diversificazione tecnologica.

Il punto veramente importante è che il denaro non è produzione

L’idea della finanza che «il denaro fa denaro», è il cambiamento culturale degli ultimi decenni del secolo scorso e di questi primi decenni di questo secolo.

Nella logica industriale il capitale si investe in macchine, lavoro, energia, prodotto, valore.

Nella logica finanziarizzata il capitale dà origine all’attività finanziaria, al rendimento, ad altro capitale.

La logica finanziaria, nel breve, può essere estremamente redditizia, ma non produce automaticamente acciaio, energia, macchine utensili, semiconduttori, navi, fertilizzanti o infrastrutture.

E qui emerge il problema strategico.

Una società può avere: molto capitale finanziario e poca capacità produttiva e quindi essere ricca sulla carta, ma vulnerabile materialmente.

È esattamente il problema che emerge, ad esempio, per l’Italia, quando si affronta il tema di Taranto.

Un altoforno non è soltanto una fabbrica. È una concentrazione di: energia, minerali, capitale, tecnologia, ingegneria, manodopera qualificata, logistica, industria a valle.

Quando lo perdi, non perdi semplicemente una fonte di PIL. Perdi una capacità strategica.

E la stessa cosa vale per: cantieristica; macchine utensili; chimica; fertilizzanti; semiconduttori; turbine; trasformatori; reti elettriche; aerospazio; industria della difesa.

Prima bisogna costruire capacità produttiva, poi costruire il sistema finanziario intorno alla capacità produttiva. L’Occidente ha progressivamente fatto il percorso inverso: prima massimizzare il rendimento del capitale, poi chiedersi dove sia finita la capacità produttiva.

Un Occidente che non produce è dipendente economicamente e culturalmente

E qui arriviamo al problema dell’identità occidentale.

Identità culturale e dipendenza industriale possono essere unite.

Un Occidente che non produce più abbastanza: acciaio, energia, macchinari, navi, semiconduttori, sistemi d’arma, non è soltanto economicamente dipendente.

Progressivamente diventa anche politicamente dipendente, perché la capacità di decidere autonomamente dipende dalla capacità materiale di sostenere le proprie decisioni.

La sovranità culturale senza sovranità produttiva è fragile. La sovranità produttiva senza identità culturale è cieca.

E forse il problema dell’Occidente contemporaneo è proprio la frattura tra queste due dimensioni.

Da una parte dovrebbe recuperare la propria memoria culturale; dall’altra dovrebbe recuperare la propria capacità di produrre.

È qui che l’idea di un’Europa “dall’Atlantico agli Urali” potrebbe essere reinterpretata in chiave contemporanea: non necessariamente come progetto politico unitario, ma come ricerca di uno spazio europeo capace di combinare cultura, energia, materie prime, industria, tecnologia e mercato.

In altre parole: per tornare soggetto della storia, l’Occidente deve tornare, contemporaneamente, a pensare e a produrre.

Autore

  • Silvano Danesi

    Silvano Danesi, laureato in Filosofia all’Università Statale di Milano. Dopo la laurea ha seguito studi storici e antropologici, ha pubblicato diversi saggi di storia, antropologia e massoneria, e ha tenuto varie conferenze e seminari.

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