La forza militare a guida italiana potrebbe integrarsi con il Piano Mattei – Taranto hub europeo di una filiera siderurgica euro-africana
In alcune recenti esternazioni, il generale ucraino Valerij Fedorovyč Zalužnyj, dopo aver criticato l’arretratezza dottrinale della Nato, ha detto che per la difesa dell’Ucraina preferisce appoggiarsi su una struttura più agile e moderna come la Joint Expeditionary Force.
La Joint Expeditionary Force è una coalizione militare multinazionale guidata dal Regno Unito e formata da 10 nazioni del Nord Europa.
È progettata per intervenire rapidamente in scenari di crisi, condurre operazioni di deterrenza e garantire la sicurezza, in particolare nel Nord Atlantico, nell’Artico e nella regione del Mar Baltico.
La JEF comprende 10 Paesi partecipanti, tutti oggi membri della NATO: la Nazione guida (Framework Nation), ossia il Regno Unito, Paesi Nordici (Danimarca, Finlandia, Islanda, Norvegia, Svezia), Paesi Baltici (Estonia, Lettonia, Lituania) e Paesi Bassi.
Il comando operativo risiede presso lo Standing Joint Force Headquarters (SJFHQ) a Northwood, nel Regno Unito.
A differenza della NATO, che richiede il consenso di tutti i membri per attivare decisioni collettive complesse, la JEF funziona su base volontaria (opt-in). Questo permette a un sottogruppo di Stati membri di mobilitarsi molto rapidamente per una missione specifica senza dover attendere tutti gli altri partner.
La JEF non fa parte direttamente della NATO, ma è pensata per completarla. Può agire in autonomia in situazioni di crisi a bassa o media intensità, oppure integrarsi sotto il comando NATO o dell’ONU se la situazione subisce un’escalation.
JEF unisce assetti di terra, mare, aria e forze speciali, coordinando fino a circa 10.000 militari ad altissima prontezza operativa.
La JEF concentra la sua attenzione geopolitica e militare su:
Mar Baltico e Paesi Baltici (Protezione di infrastrutture critiche sottomarine: cavi dati, gasdotti e contrasto alla minaccia ibrida;
Alto Nord e Artico (Controllo delle rotte marittime strategiche e monitoraggio delle attività navali nei mari settentrionali);
Minacce ibride (esercitazioni dedicate alla cyber-security, sorveglianza spaziale e contrasto alle tattiche non convenzionali).
Lanciata ufficialmente al vertice NATO del 2014 e diventata pienamente operativa nel 2018, la JEF ha assunto un ruolo centrale dopo l’invasione russa dell’Ucraina nel 2022.
La coalizione effettua regolarmente esercitazioni di pattugliamento navale e di proiezione rapida delle forze nell’Europa settentrionale.

Guardare a minacce e opportunità del Fronte Sud
Il generale Paolo Capitini, ottimo esperto non solo militare in senso stretto, ma di geopolitica, in varie occasioni ha criticato la tendenza dell’Unione Europea e dei singoli Governi a presentare la corsa agli armamenti come la sola risposta immediata alle minacce internazionali.
A suo avviso, comprare unicamente nuovi sistemi d’arma senza una visione strategica chiara, senza competenze omogenee e senza un vero esercito strutturato rischia di ridurre la spesa per la difesa a un mero piano di aiuti di Stato all’industria pesante anziché a una reale politica di sicurezza comune.
L’analisi strategica europea, secondo il generale, soffre di un errore di fondo: considerare la Russia come unico potenziale nemico convenzionale. Questo approccio distoglie l’attenzione dal Fronte Sud e dal bacino del Mediterraneo, area da cui provengono rischi sistemici (geopolitici, migratori e d’instabilità), oltre a sottovalutare i domini della guerra moderna, come la minaccia cyber, satellitare e ibrida.
Capitini ha sottolineato i limiti delle sole sanzioni e delle forniture di armi se non accompagnate dalla diplomazia. La strada per la stabilità richiede il ritorno a un tavolo negoziale realista e il riconoscimento delle rispettive esigenze geopolitiche.
La JEFFS, Joint Expeditionary Force Fronte Sud o del Mediterraneo
Da quanto sin qui scritto penso si possa ragionevolmente proporre una Joint Expeditionary Force (JEF) del Fronte Sud o del Mediterraneo a guida italiana che sarebbe la controparte mediterranea e mediorientale della JEF guidata dal Regno Unito e focalizzata sul Nord Europa e sul Baltico.
Costruita secondo il Framework Nations Concept dell’Alleanza, questa forza ad altissima prontezza non sostituirebbe la struttura di comando NATO, ma servirebbe da “primo risponditore” agile e snello per gestire crisi ibride, missioni di evacuazione di emergenza (NEO), stabilizzazione, contrasto alla pirateria e protezione delle infrastrutture critiche sottomarine nel Mediterraneo allargato.
La Nazione Guida (Framework Nation) sarebbe Italia (attraverso il comando di vertice COVI e il Comando della Squadra Navale CQSNC). Nazioni Partecipanti (Core Group): Italia, Francia, Spagna, Portogallo e Grecia.
Partner Strategici del Fronte Sud: Croazia, Albania, Turchia (su base mission-by-mission) e potenziali collaborazioni estese con paesi extra-NATO del Mediterraneo (esempio Giordania o Egitto per operazioni di evacuazione civili o antiterrorismo).
Aree di Operazione Preferenziali potrebbero essere: Mediterraneo Orientale e Stretti (Dal Canale di Sicilia ai Dardanelli e al Canale di Suez); il Nord Africa e Sahel (Operazioni d’oltremare per il contrasto all’instabilità e al terrorismo); il Mar Rosso e Corno d’Africa (Protezione delle linee di comunicazione marittime ‘SLOC’ commerciali ed energetiche); Dominio Sottomarino e Deep-Sea (Controllo e protezione dei cavi dati transoceanici e dei gasdotti subacquei nel Mediterraneo).

Centralità strategica del Mediterraneo
A differenza della NATO, che richiede l’unanimità dei 32 membri (Articolo 5 o decisioni del NAC), una JEF Sud opererebbe su base volontaria. Se una crisi richiede un intervento immediato in Nord Africa o nel Mar Rosso, i paesi dell’Europa meridionale potrebbero agire in poche ore senza veti incrociati.
Si baserebbe su strutture già consolidate, ma frammentate, come la SIAF (Forza Anfibia Italo-Spagnola) o la EUROMARFOR, riorganizzandole in chiave interforze ed expeditionary moderna e permetterebbe alla NATO di proiettare sicurezza a 360°, dimostrando che la fiancatura Sud non viene trascurata rispetto alle minacce convenzionali sul fronte orientale.
L’Italia è per sua naturale posizione storico geografica legata al Mediterraneo e, conseguentemente, al Medio Oriente e all’Africa.
Il Mediterraneo era il Mare Nostrum al tempo di Roma, è stato solcato dalle repubbliche marinare ed è diventato, in seguito, appannaggio inglese grazie ai Savoia.
Al Congresso di Vienna le due ultime repubbliche marinare (Genova e Venezia) furono sacrificate agli interessi del Regno di Sardegna, il quale restituì il favore consegnando il Mediterraneo al dominio britannico.
“Per imporsi sul Regno delle Due Sicilie, dotato di una discreta Marina militare e di un’ottima Marina mercantile – scrive Federico Bertasi (Domino 5/2026) – il regno sabaudo scelse di affidarsi agli inglesi, da tempo impegnati nel ridimensionare la presenza borbonica e francese nel Mediterraneo”.
Gli americani, ascrive sempre Bertasi, dopo la seconda guerra mondiale, “prima ancora della proclamazione della Repubblica affidarono le amministrazioni locali a fedelissimi e mafiosi per assicurarsi il controllo del territorio e insidiare il governo centrale. Quindi edificarono installazioni militari (Augusta, Sigonella) per monitorare il transito marittimo attraverso il Canale di Sicilia e proiettarsi tra occidente oriente
Vantaggi Strategici e connessioni con il Piano Mattei
Una “Joint Expeditionary Force del Fronte Sud” avrebbe un possibile interessante rapporto con il piano Mattei.
Il punto di contatto è il Mediterraneo allargato.
Il Piano Mattei non è un piano militare: riguarda cooperazione, energia, infrastrutture, agricoltura, formazione, salute, acqua e sviluppo con i Paesi africani, ma la sua logica strategica parte dal presupposto che ci sia la stabilità dell’Africa settentrionale, del Sahel e del Mediterraneo.
Stabilità direttamente collegata alla sicurezza italiana ed europea. Il documento strategico del Piano, per esempio, considera il Mezzogiorno italiano una piattaforma strategica del Mediterraneo e dedica attenzione alla sicurezza e diversificazione dei flussi energetici Africa-Europa.
La NATO sta ragionando in termini analoghi, anche se con strumenti diversi: JFC Naples ha una responsabilità centrale per il fianco meridionale e il NATO Strategic Direction-South Hub studia proprio le dinamiche politiche, economiche e sociali di Africa e Medio Oriente.
Quindi un rapporto lineare conseguenziale si può rappresentare così: Piano Mattei, sviluppo, energia, infrastrutture, connessioni Africa-Europa, NATO, forze expeditionary, sicurezza, deterrenza, protezione delle infrastrutture e delle rotte, Mediterraneo, spazio geografico nel quale le due dimensioni si incontrano.
Se il Piano Mattei favorisce gas, elettricità, rinnovabili, interconnessioni e corridoi energetici tra Africa ed Europa, aumenta anche l’importanza strategica di porti, cavi sottomarini, terminali, oleo/gasdotti e rotte marittime. La protezione di queste infrastrutture è una questione di resilienza nazionale ed europea e può avere una dimensione NATO.
Una maggiore presenza economica italiana in Nord Africa e Africa occidentale presuppone un Mediterraneo relativamente sicuro. La NATO già conduce attività di sicurezza marittima nel Mediterraneo e sta investendo nella situational awareness del fianco Sud.
Se guardimamo alla stabilizzazione del Sahel e Nord Africa, il collegamento è ancora più evidente. Il Ministero degli Esteri italiano collega esplicitamente instabilità del Sahel, sicurezza dell’Africa settentrionale e sicurezza mediterranea, sostenendo una combinazione di sviluppo, rafforzamento delle capacità e cooperazione nel settore della sicurezza.
Un esempio molto attuale è la Task Force X–Central Mediterranean, lanciata nel 2026 sotto leadership italiana: NATO e Italia stanno sperimentando sistemi senza equipaggio, ISR, counter-UAS e condivisione di dati nel Mediterraneo centrale. Non è il Piano Mattei, ma mostra il tipo di ecosistema di sicurezza nel quale le grandi infrastrutture e i corridoi economici del Mediterraneo potrebbero essere protetti.
Politica di sviluppo e politica di sicurezza
Il vero rapporto, quindi, potrebbe essere fra una “politica di sviluppo” e una “politica di sicurezza” dello stesso spazio geopolitico.
Il Piano Mattei cerca di fare dell’Italia un hub tra Europa e Africa. Una capacità expeditionary del fianco Sud potrebbe contribuire a rendere sicuro l’ambiente nel quale quell’hub dovrebbe funzionare.
Ed è significativo che un’analisi dell’Istituto Affari Internazionali abbia già individuato esplicitamente la possibilità di una sinergia fra il ruolo italiano nel fianco Sud della NATO e il Piano Mattei.
Se immaginiamo una “JEF del Fronte Sud” guidata dall’Italia, orientata al Mediterraneo allargato, Africa settentrionale, Sahel, Corno d’Africa e forse Mar Rosso, il Piano Mattei potrebbe diventare uno dei principali pilastri politico-strategici che ne giustificano l’esistenza.
E non è soltanto una speculazione teorica: la documentazione italiana sulla politica della Difesa sta già mettendo nello stesso quadro Piano Mattei, stabilizzazione dell’Africa, sicurezza energetica e presenza militare nel Mediterraneo.
Una JEF Sud italiana potrebbe avere una logica a tre livelli.
Il Piano Mattei è la dimensione politico-economica. Italia, UE e Paesi partner sviluppano: energia; infrastrutture; porti e corridoi logistici; digitale; acqua e agricoltura; formazione; cooperazione industriale.
Il JEF Sud darebbe una dimensione di sicurezza. La forza garantirebbe, quando richiesto dai governi e dai mandati internazionali: sorveglianza marittima; protezione delle infrastrutture critiche; sicurezza delle linee di comunicazione; evacuazione di cittadini; risposta a crisi; contrasto alle minacce ibride; stabilizzazione; addestramento delle forze partner; deterrenza.
La NATO funzionerebbe da cornice strategica. La forza potrebbe essere nazionale o multinazionale ma NATO-compatible, come la JEF britannica che non è formalmente una forza NATO, ma compatibile con la Nato.
Taranto hub europeo di una filiera siderurgica euro-africana
Se ipotizziamo un Piano Mattei molto ambizioso, centrato sulla costruzione di grandi sistemi energetici e infrastrutturali africani, Taranto diventa potenzialmente molto più strategico di quanto sembri oggi.
Il punto fondamentale è distinguere acciaio primario da semplice trasformazione dell’acciaio.
Un’espansione energetica africana richiederebbe enormi quantità di: tralicci e strutture per reti elettriche; torri eoliche; strutture per impianti fotovoltaici; tubazioni e gasdotti; serbatoi; centrali elettriche; trasformatori e infrastrutture industriali; ferrovie e porti; ponti e opere civili; impianti di desalinizzazione; infrastrutture per idrogeno e ammoniaca; strutture per miniere e industria manifatturiera.
Non è un’ipotesi marginale: l’Africa ha ancora circa 600 milioni di persone senza accesso all’elettricità e gli investimenti necessari per sviluppare le reti continentali sono dell’ordine di migliaia di miliardi.
L’IEA sottolinea esplicitamente che la crescita energetica africana comporterà una forte crescita della domanda di acciaio e cemento.
L’impianto di Taranto è particolare perché è uno dei pochi grandi impianti italiani di produzione integrata di acciaio primario. La Commissione europea lo definisce infatti il principale produttore integrato di acciaio italiano e il sito di Taranto è il più grande degli stabilimenti di Acciaierie d’Italia.
Questo significa che Taranto non è semplicemente un impianto che trasforma semilavorati importati, ma produce la materia prima siderurgica a monte.
E questo è strategicamente importante perché una grande politica infrastrutturale ha bisogno innanzitutto di tonnellate di acciaio, non soltanto di prodotti siderurgici finiti.
Non significa che Taranto potrebbe fornire da sola l’acciaio necessario all’Africa. La domanda africana sarebbe enormemente superiore alla capacità di un singolo stabilimento.
Il punto è un altro: Taranto potrebbe diventare uno degli hub europei di una filiera siderurgica euro-africana.
La posizione geografica di Taranto diventa allora interessante perché consente di immaginare una piattaforma industriale mediterranea.

E c’è un dato che rende lo scenario tutt’altro che teorico: nel 2026 il Piano Mattei comprende 18 Paesi partner, 76 progetti in corso, 5,5 miliardi di euro di dotazione iniziale e 4 miliardi di garanzie SACE.
Inoltre, le stime sull’infrastrutturazione energetica africana indicano che acciaio, cemento e alluminio potrebbero arrivare a rappresentare circa due terzi dei materiali richiesti dalla nuova infrastruttura elettrica africana nel lungo periodo.
Se il Piano Mattei deve diventare una vera politica di industrializzazione dell’Africa, mantenere in Italia una grande capacità di produzione di acciaio primario non è una questione semplicemente occupazionale. È una questione di politica industriale e strategica.





