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Erdoğan vorrebbe utilizzare l’Interpol per la sua propaganda

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Interpol

Giustizia universale? No, semplice propaganda

La Turchia ha chiesto all’Interpol una Red Notice contro Benjamin Netanyahu per l’intercettazione della Global Sumud Flotilla.

Ma i titoli trionfalistici nascondono il fatto fondamentale: l’Interpol non ha emesso alcun mandato di cattura internazionale.

Un tribunale di Istanbul ha emesso un mandato turco e il governo di Ankara ha chiesto all’Interpol di diffondere una Red Notice.

Sarà l’Interpol a decidere se accettarla, dopo aver verificato che non si tratti di un’iniziativa prevalentemente politica o militare.

E anche un’eventuale Red Notice non sarebbe un mandato internazionale né obbligherebbe gli altri Stati ad arrestare Netanyahu.

È, dunque, propaganda presentata come giustizia universale.

Il procedimento riguarda l’intercettazione, nel maggio 2026, di circa cinquanta imbarcazioni dirette a Gaza con oltre 400 attivisti.

Le denunce di violenze e maltrattamenti devono essere verificate seriamente, ma trasformare per decreto turco l’intercettazione di una flottiglia in “genocidio” significa svuotare quella parola del suo significato giuridico e usarla come un randello politico.

E ora guardiamo chi pretende di amministrare questa giustizia planetaria.

Erdoğan governa la Turchia dal 2003, prima come capo del governo e poi come presidente.

In oltre vent’anni ha progressivamente smontato gli equilibri della democrazia turca, concentrando il potere nelle proprie mani e indebolendo magistratura, Parlamento, stampa e opposizione.

Nel 2013 fece reprimere duramente le manifestazioni di Gezi Park.

Il tentato golpe del 15 luglio 2016, che fu un fatto gravissimo e sanguinoso, diventò poi il pretesto per una purga immensamente più vasta della ricerca dei veri golpisti: più di 150.000 dipendenti pubblici furono sospesi o licenziati e decine di migliaia di persone arrestate.

Magistrati, militari, insegnanti, professori universitari, funzionari, giornalisti e oppositori finirono travolti da una repressione collettiva condotta spesso attraverso accuse generiche di terrorismo.

In pochi giorni furono rimossi migliaia di giudici e procuratori.
Giornali, televisioni, radio, università, scuole, associazioni e case editrici vennero chiusi.

Lo stato d’emergenza divenne lo strumento per rimodellare lo Stato e sostituire interi settori dell’amministrazione con uomini fedeli al presidente.

Nel 2017 Erdoğan impose una riforma costituzionale che abolì il sistema parlamentare e costruì una presidenza dotata di poteri enormi.

Da allora nomina e controlla una parte decisiva dell’apparato statale, governa attraverso decreti e domina una struttura nella quale la separazione dei poteri è stata drasticamente indebolita.

Ha fatto processare giornalisti per avere criticato o “insultato il presidente”; ha oscurato piattaforme e limitato i social durante le proteste; ha sottoposto televisioni e giornali indipendenti a multe, sequestri, chiusure e pressioni economiche.

Gran parte dell’informazione nazionale è ormai direttamente o indirettamente nelle mani dello Stato o di gruppi imprenditoriali vicini al potere.

Ha perseguito esponenti curdi, fatto arrestare parlamentari e sostituito sindaci democraticamente eletti con amministratori nominati dal governo, giustificando tutto mediante la formula onnivora della lotta al terrorismo.

E nel 2025 è arrivato il capolavoro: l’arresto di Ekrem İmamoğlu, sindaco di Istanbul e principale possibile sfidante di Erdoğan alla presidenza. Poco prima era stato annullato anche il suo diploma universitario, necessario per candidarsi.

L’arresto provocò le più grandi proteste antigovernative dell’ultimo decennio; le autorità risposero con divieti, restrizioni ai social e quasi 1.900 fermi.
Human Rights Watch ha parlato apertamente di uso flagrante della giustizia per indebolire l’opposizione.

Questo sarebbe l’uomo che oggi pretende di dare lezioni sull’indipendenza dei tribunali.
Sul piano internazionale l’ipocrisia è ancora più sfacciata.

Erdoğan definisce Hamas non un’organizzazione terroristica, ma un “movimento di liberazione”, nonostante il massacro del 7 ottobre 2023, i circa 1.200 assassinati e il rapimento di circa 250 persone.

La Turchia ha ospitato esponenti di Hamas e ha consentito loro una presenza politica sul proprio territorio.

Erdoğan invoca il diritto internazionale contro Israele, ma conduce da anni operazioni militari oltre i confini turchi, soprattutto in Siria e in Iraq, contro le organizzazioni curde;
occupa dal 1974 la parte settentrionale di Cipro, riconosciuta come Stato soltanto dalla Turchia; usa profughi e migranti come strumento di pressione sull’Europa; appartiene alla NATO, ma ricatta gli alleati quando gli conviene e intrattiene contemporaneamente rapporti opportunistici con Putin, l’Iran e i movimenti islamisti.

Non è diventato improvvisamente il custode dei diritti umani.

Sta utilizzando la causa palestinese per presentarsi come guida politica del mondo islamico, consolidare il consenso interno e contendere a Israele influenza in Siria e nel Mediterraneo orientale.

La controversia giuridica sulla flottiglia esiste e gli eventuali abusi vanno accertati.
Ma un tribunale controllato da un sistema autoritario non può decidere da solo che un’intercettazione navale costituisca “genocidio” e poi pretendere che l’Interpol esegua gli ordini di Erdoğan.

Questa non è ancora giustizia internazionale. È un mandato turco trasformato in spettacolo politico da un autocrate che protegge Hamas, imprigiona gli avversari, intimidisce i giornalisti e pretende contemporaneamente di processare il capo del governo israeliano.

Erdoğan può continuare a recitare la parte del sultano e del giudice universale.
Ma l’Interpol non è e non deve diventare la polizia politica del suo regime.

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