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Immigrazione, non se ne può più dei luoghi comuni

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Immigrazione, non se ne può più dei luoghi comuni

Il rischio di colonizzazione sociale e culturale è reale

Immigrazione non se ne può più di due vecchi luoghi comuni.

1. C’è gente che muore e che soffre e noi dobbiamo aiutarli, quindi, porte e porti aperti a chiunque voglia venire da noi;

2. Siamo 450 milioni di europei non c’è nessun problema ad accogliere un tot milioni di immigrati, anzi, ne abbiamo bisogno per mandare avanti le attività produttive.

Ebbene, questi argomenti hanno stufato.

L’umanità consta di oltre 8,5 miliardi di abitanti e, volendo fare una stima grossolana, almeno i 2/3 soffrono per qualcosa. Non possiamo aiutarli tutti e ci sarà sempre qualcuno che soffrirà.

Smettiamola con questa mentalità parrocchiale per cui basta aggiungere un posto a tavola e stringersi un po’. In questo modo si cala nell’ottusità buonista e non si vedono i problemi. Che sono enormi.

Chi arriva qui non viene per integrarsi, ma per condividere il benessere. E non è vero che si possono soddisfare le domande di manodopera perchè chi arriva non conosce la lingua e, difficilmente, conosce un mestiere.

Inoltre, si tratta di portatori di culture diverse non compatibili con il nostro stile di vita.

L’esempio più clamoroso è quello degli islamici che hanno una visione su base religiosa che si trasforma in ideologia molto lontana dalla nostra. Non è, però, che chi arriva da altri Paesi sia poi così pronto a inserirsi in una società occidentale.

Prendiamo il caso della Svezia.

È uno dei Paesi col più alto tasso di criminalità in Europa ed è tutto determinato dall’eccessivo afflusso di immigrati che si è verificato nel corso degli ultimi decenni.

Cosa ci dice la Svezia?

Che l’atteggiamento degli immigrati quando si formano gruppi su base etnica e religiosa è quello di chi prende possesso di un territorio e si approfitta dell’accoglienza e dello spirito pacifico degli autoctoni.

Rapidamente imparano a usare le nostre regole garantiste e tolleranti per provare a imporre le loro.

Aiutiamoli a casa loro anni fa era considerato dalle sinistre un’indicazione di intolleranza e disumanità. Oggi è una strategia.

Cerchiamo di non arrivare tardi a capire che il rischio di colonizzazione sociale e culturale è reale.

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