L’Europa rivendichi con forza il suo primato culturale
Una delle risposte più forti al nazifascismo è stata la nascita del relativismo culturale.
Semplificando un po’ le cose, possiamo dire che il relativismo acquista la forma che conosciamo nel 1950, grazie all’antropologo ebreo Lévi-Strauss, che nel saggio “Razza e Storia” stabilisce che non si possa guardare alla storia dando per scontata la propria collocazione, senza pensare a chi si è.
Dunque, Lévi-Strauss, esattamente come nella fisica, “relativizza” stabilendo che anche chi parla è collocato in una cultura e in un contesto. In soldoni, dice che non si può avere un punto di vista europeo pensando che quello sia neutro. Punto. Non dice affatto che le culture sarebbero tutte equivalenti.
Bisogna anche ricordare che Lévi-Strauss era ebreo, e sta scrivendo all’indomani della Shoah, quindi ha bisogno di una critica forte, di uno strumento per smontare le pretese di superiorità che avevano portato alla catastrofe.
Ma nel 1971, lo stesso Lévi-Strauss ripete il suo discorso e mette in guardia dagli sviluppi che aveva avuto la discussione.
E questa è la parte che il qualunquismo culturale dimentica, o finge di dimenticare. Dire che ogni cultura è figlia di uno sviluppo nel tempo, anche la nostra, non vuol dire che tutte le culture si equivalgono.
Cioè: non è vero che non esista una cultura migliore delle altre. E sì, esistono parametri oggettivi per giudicare. Più ci si avvicina a un rispetto per gli individui, per i diritti umani, per la persona, più cresce il rispetto per il prossimo, migliore è quella cultura.
E no, non è antropocentrismo questo: il cilindro di Ciro, la regola aurea che si trova anche in Cina, India e antica Grecia, oltre che nel Tanakh, dice che esistono dei diritti universali: “Non fare ad altri ciò che non vuoi sia fatto a te”. Più una cultura si avvicina a questo principio, migliore è.
Quindi no, la cultura dei talebani e quella europea non possono essere messe sullo stesso piano.
Una cultura che discrimina la donna, che ritiene che non ci siano diritti, che pratica la segregazione, che nega la libertà di pensiero, è peggiore di una cultura che abbia al suo centro diritti e rispetto.
È oggettivamente peggiore. Non è un giudizio di valore: è una constatazione.
Oggi la cultura europea – con tutti i suoi difetti, limiti e contraddizioni – è la migliore cultura esistente. È il modello per gli altri popoli.
Non perché siamo superiori, ma perché abbiamo costruito un sistema che riconosce la dignità di ogni persona, che garantisce diritti, che protegge i deboli, che cerca di estendere la libertà a tutti.
È il frutto di secoli di lotte, di rivoluzioni, di sacrifici, di pensiero. E nessuno può, in nome di un malinteso senso del rispetto – che chiede rispetto per l’abuso, la violenza, l’oppressione – venire a dare lezioni.
Su certi temi, l’Europa non ha nulla da imparare, ma solo da insegnare. E dovrebbe farlo con orgoglio, non con vergogna. Con la certezza di avere dalla sua parte la ragione, la storia, la giustizia.
Perché la giustizia, come la verità, non è un’opinione. È un obiettivo.
E l’Europa, verso quell’obiettivo, ha camminato più di chiunque altro.
E non deve scusarsene. Deve rivendicarlo.
Con forza, chiarezza e la consapevolezza che la libertà, quando viene difesa, è sempre più forte dell’oppressione.





