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La Cina costruisce il proprio paracadute energetico

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Cina costruisce il proprio paracadute energetico

Huizhou 19-6, la più grande piattaforma offshore dell’Asia per il trattamento del greggio situata nel Mar Cinese Meridionale

Non è una piattaforma petrolifera qualunque quella che Pechino sta preparando nel Mar Cinese Meridionale.

Huizhou 19-6 è il nome del grande giacimento offshore scoperto da CNOOC nel 2025, nel bacino della foce del Fiume delle Perle, a circa 170 chilometri da Shenzhen.

Le sue riserve in posto superano i 100 milioni di tonnellate di petrolio equivalente e la scoperta è considerata un importante salto nell’esplorazione cinese di formazioni profonde e ultra-profonde.

La piattaforma che dovrà svilupparlo ha appena raggiunto il topping out che in ingegneria indica il completamento del punto più alto della struttura principale, una tappa che segna la fine della costruzione strutturale essenziale ma non la fine dei lavori.

Da questo momento il progetto entra nelle fasi di installazione di condotte e cavi, montaggio e collaudo degli impianti e successiva messa in esercizio.

La piattaforma, alta circa 85 metri e con una struttura superiore di quasi 29.000 tonnellate, è quindi ancora un’infrastruttura in costruzione, non un impianto già operativo.

Il programma attuale prevede l’entrata in produzione nel settembre 2027.
La distinzione è importante, Huizhou 19-6 è il giacimento, la piattaforma è l’infrastruttura industriale che permetterà di estrarne e trattarne il greggio offshore.

Non si tratta, dunque, semplicemente di un nuovo pozzo, ma della costruzione di una capacità produttiva complessa destinata a rafforzare l’approvvigionamento energetico nazionale.

Non guardiamola come una grande opera di ingegneria, ma inseriamola nella nuova geografia energetica mondiale, dove la Cina sta cercando di accorciare la distanza fra la propria domanda energetica e le proprie fonti di approvvigionamento; c’è una differenza enorme.

Pechino non può eliminare la propria dipendenza dalle importazioni di petrolio semplicemente aumentando la produzione interna. Può, però, ridurre la vulnerabilità del sistema, costruendo, contemporaneamente, più fonti, più riserve, più infrastrutture e più alternative alle rotte sulle quali oggi transitano le proprie forniture.

Huizhou 19-6 diventa strategica.

Il giacimento si trova nel Mar Cinese Meridionale, all’interno dello spazio marittimo cinese, e rappresenta una delle grandi scommesse di CNOOC sull’esplorazione profonda e ultra-profonda.

La piattaforma non è soltanto il punto dal quale estrarre petrolio, è anche la dimostrazione di una capacità tecnologica nazionale applicata a un settore considerato strategico.

CNOOC ha infatti indicato proprio Huizhou 19-6 come uno dei nuovi motori della crescita della produzione offshore cinese.

Questo è il punto che collega direttamente la Cina a ciò che abbiamo osservato in queste settimane nel Golfo. La “lezione” di Hormuz è ormai evidente, non è necessario distruggere una risorsa per ridurne il valore strategico, è sufficiente rendere vulnerabile la catena che la porta al mercato.

Si può colpire una rotta, aumentare il rischio, far salire di prezzo assicurazioni e noli, allungare i tempi di navigazione o rendere più fragile un terminale. Quindi, trasformare un flusso energetico relativamente prevedibile in un flusso costoso, incerto e finanziariamente più rischioso, lo abbiamo visto con Qatar, Iran e Hormuz. Pechino osserva con particolare attenzione ciò che accade nel Golfo.

Lo Stretto di Hormuz resta uno dei principali colli di bottiglia energetici del pianeta, nel 2025 vi sono transitati circa 20 milioni di barili al giorno di petrolio e prodotti petroliferi, mentre circa l’80% dei flussi petroliferi che lo attraversano è destinato all’Asia.

Cina e India insieme hanno assorbito il 44% del greggio transitato attraverso lo Stretto.
Per la Cina, dunque, Hormuz non è soltanto una questione mediorientale, ma vulnerabilità nazionale.

La risposta cinese alla dipendenza energetica non consiste in una sola soluzione, ma nella costruzione di una rete di ridondanze, produzione domestica offshore, riserve strategiche, importazioni diversificate, infrastrutture terrestri, collegamenti con Russia e Asia centrale, sviluppo di corridoi alternativi e capacità tecnologica autonoma nell’esplorazione dei fondali.

Non significa che la Cina possa smettere di importare petrolio; è più realistico e strategicamente più importante ridurre il numero di punti nei quali il sistema energetico cinese può essere vulnerabile, la stessa logica che abbiamo individuato osservando Kharg dall’altra parte della catena.

Una questione di architettura. Risorsa. Estrazione. Piattaforma. Terminale. Porto. Rotta. Assicurazione. Finanza. Raffinazione. Mercato finale.

Più segmenti di questa catena uno Stato riesce a controllare direttamente, meno dipende da decisioni prese altrove.

Quando Trump si recò a Pechino, insieme alla delegazione americana, arrivarono anche i vertici di alcuni dei grandi nodi dell’economia contemporanea: tecnologia, semiconduttori, finanza, industria e piattaforme digitali.

Non abbiamo elementi per sostenere che quelle aziende conoscessero in anticipo l’evoluzione della crisi iraniana. Ma sarebbe altrettanto difficile pensare che Pechino non avesse già compreso la direzione del cambiamento.

Da almeno vent’anni il sistema internazionale osserva una progressiva saldatura fra tecnologia, energia, finanza e sicurezza. Se ricostruiamo questa traiettoria, la sequenza è impressionante: pagamenti digitali, social network, dati, cloud, AI, semiconduttori, infrastrutture tecnologiche, finanza, energia, porti, cavi, rotte, sicurezza.

All’inizio sembravano mondi diversi. Oggi mostrano sempre più chiaramente di essere parti di un’unica infrastruttura di potere.

È questa la nuova architettura nella quale anche Pechino si sta muovendo. E chi vuole essere dentro il nuovo ordine non può limitarsi a possedere una risorsa o una tecnologia: deve costruire le infrastrutture che permettono a quella risorsa, a quei dati, a quel capitale e a quell’energia di circolare e di diventare capacità strategica.

Mentre gli Stati Uniti hanno costruito una parte essenziale del proprio potere attraverso le grandi infrastrutture tecnologiche e finanziarie, Pechino ha lavorato alla propria capacità di ridurre le dipendenze esterne: semiconduttori, energia, infrastrutture, porti, corridoi terrestri e marittimi.

Forse, quindi, la domanda strategica non è se Pechino sapesse che sarebbe arrivata una determinata crisi. È se stesse già costruendo un sistema capace di funzionare quando le crisi avrebbero iniziato a colpire le infrastrutture del vecchio ordine.

È la stessa logica che emerge da Huizhou 19-6: non prevedere ogni crisi, ma costruire ridondanza prima che la crisi renda evidente la vulnerabilità.

Questione di tempo.

Tempo per reagire a una crisi. Tempo per sostituire una rotta. Tempo per utilizzare le riserve. Tempo per riorganizzare le importazioni. Tempo per evitare che un’interruzione temporanea diventi una crisi industriale.

Nella nuova geopolitica dell’energia, il vero vantaggio è essere abbastanza diversificati da non poter essere facilmente ricattati da un singolo punto della mappa.

Questa è la trasformazione che dobbiamo imparare a leggere, fare in modo che nessun altro possa controllare contemporaneamente tutte le vie attraverso le quali la tua economia può continuare a funzionare.

Autore

  • Elena Tempestini

    Elena TempestiniElena Tempestini, giornalista, storica, speaker radiofonica, comunicazione, capo redattore di Idee di Governo.

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