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Titoli tossici contro l’Italia – Tre dati, tre distorsioni

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Titoli tossici contro l'Italia

Smentiamo tre luoghi comuni

Prima panzana: “In Italia ci sono pochi laureati”.

Il dato viene presentato come se Eurostat contasse soltanto lauree comparabili.

Non è così: la categoria europea istruzione terziaria comprende i livelli ISCED 5 – 8, quindi non soltanto lauree triennali, magistrali e dottorati, ma anche percorsi terziari brevi, spesso biennali e professionalizzanti.

In Paesi come Spagna, Francia e Austria questi titoli hanno un peso molto maggiore; in Italia il sistema è storicamente concentrato sulle lauree vere e proprie: nel 2024, il 96,3% degli studenti terziari italiani frequentava corsi bachelor o master.

Il ritardo italiano nell’istruzione superiore esiste, ma confrontare categorie differenti e titolare “pochi laureati” senza spiegarlo significa gonfiare artificialmente la distanza.

Seconda panzana: “Gli italiani lavorano in media soltanto 33 anni”.

Falso: Eurostat non ha misurato la carriera media degli occupati e neppure gli anni di contributi versati. Ha calcolato quanti anni un quindicenne potrebbe aspettarsi di rimanere nella forza lavoro se gli attuali tassi di partecipazione restassero invariati.

Nella forza lavoro sono inclusi sia gli occupati sia i disoccupati. Il valore italiano è abbassato soprattutto dalla ridotta partecipazione femminile, dall’ingresso tardivo dei giovani e dall’elevata inattività.

Dire che “un italiano lavora 33 anni” equivale a trasformare una proiezione demografico-statistica in una carriera realmente osservata. Non è una semplificazione: è un dato diverso. ⁠

Terza panzana: “Gli italiani sono tutti ignoranti”.

L’indagine OCSE PIAAC non misura l’intelligenza, la cultura generale, i titoli posseduti o la preparazione professionale. Sottopone un campione di adulti tra 16 e 65 anni a specifiche prove di comprensione dei testi, calcolo e soluzione adattiva dei problemi.

In Italia il 35% si colloca al livello 1 o inferiore in literacy e numeracy: un risultato serio, sul quale intervenire. Ma significa anche che il restante 65% non appartiene a quella fascia.

Trasformare un risultato campionario relativo a determinate abilità nell’affermazione “gli italiani sono ignoranti” è statisticamente e linguisticamente abusivo.

Tre casi in una settimana. Il problema non sono i numeri, ma il modo in cui vengono deformati.

Le possibilità sono tre: non si controllano le definizioni, non si comprendono gli indicatori, oppure si scelgono consapevolmente titoli denigratori perché attirano clic.

Nel primo caso è negligenza; nel secondo incompetenza; nel terzo malafede editoriale.

L’Ordine dei giornalisti dovrebbe cominciare a occuparsene: la libertà di stampa non comprende il diritto di falsificare il significato di una statistica per screditare sistematicamente un Paese.

Autore

  • Marco Pugliese

    Marco Pugliese, docente di ruolo area STEAM, giornalista economico scientifico, analista per il CISINT, cura corsi di geopolitica, geoeconomia, politica energetica. Docente di coding, ambito didattico, e nuove tecnologie, IA applicata alla didattica. Presidente di OpenIndustria.

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