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I passaggi chiave dei discorsi leonini a San Marino e a Rimini

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Leone abbandona il retaggio più distruttivo del pastoralismo teologico del predecessore e della sua Chiesa

Papa Leone XIV, nel suo discorso al Meeting di Rimini, ha fatto un passaggio che ai media mainstream, sia laici che cattolici, è del tutto sfuggito, ma che invece è di grande importanza.

Verte sulla sinodalità, ossia sulla particolare ecclesiologia, desunta dall’esperienza delle Comunità di base che ruotavano attorno ai Gesuiti latinoamericani degli anni sessanta e settanta, che Papa Bergoglio, cresciuto in quel milieu, ha voluto imporre alla Chiesa Cattolica, presentandola come il compimento – discutibile e non unico – del rinnovamento ecclesiale inaugurato dalla Gaudium et Spes con la dottrina del sacerdozio reale e profetico dei fedeli battezzati.

Concepita dalla corte bergogliana, intrisa di teologia della liberazione, come una rivoluzione imposta dall’alto, quasi una specie di rivoluzione culturale permanente, una trasfusione di gocce di maoismo tramite la flebo di Gutierrez, la sinodalità, sospetta di interpretazione eterodossa per la messa in discussione della differenza ontologica tra sacerdozio legale e reale, fatta da alcuni suoi interpreti, e per l’uso di mettere in discussione dati dottrinali acquisiti – specie in morale – nella miriade di conciliaboli da sacrestia che l’hanno accompagnata, viene ripensata da Leone XIV secondo uno schema che potremmo definire wojtyliano.

Infatti Karol Wojtyła, nell’arcidiocesi di Cracovia, teneva stabilmente riunioni di laici alle quali sottoponeva temi sociali e politici, ma anche culturali e morali, guidandole con prudenza ma valorizzando nel contempo la partecipazione dei fedeli alla vita della Chiesa e, indirettamente, della nazione polacca, per poi portarne le istanze a Roma nel Sinodo dei Vescovi e davanti alle autorità comuniste.

Sembra che Leone, al netto delle tante discussioni che fervono nella Chiesa sui temi più svariati, voglia sposare questa linea, abbandonando il retaggio più distruttivo del pastoralismo teologico del predecessore e della sua Chiesa.

Ecco il passaggio preciso sul tema della sinodalità dal discorso al Meeting al Grande Auditorium, nella formulazione ufficiale:

«In questi ultimi anni, abbiamo riscoperto la dimensione sinodale e missionaria del nostro essere Chiesa, che ci chiama anzitutto a imparare ad ascoltarci a vicenda. […] È un cammino che richiede anche il rinnovamento di ogni realtà associativa e movimento ecclesiale. Vi invito, sia all’interno del Movimento di Comunione e Liberazione, sia nelle Chiese particolari a cui ognuno di voi appartiene, a fare questa esperienza del camminare insieme: ognuno ascolta, si lascia trasformare dalla fede altrui e insieme, sotto la guida dei pastori, si maturano nuove consapevolezze, passi ulteriori, obbedienze coraggiose allo Spirito Santo. Sinodalità non è il nome di un processo, ma la natura di un popolo che nell’amicizia e nell’incontro con l’altro avverte di appartenere a Dio solo. Allora l’autorità si converte in servizio, che onora le diversità e ne facilita l’armonia. Questo stile costituisce in quest’epoca travagliata un vero e proprio segno dei tempi.»

Facendo un’analisi sintetica del passaggio e del contesto, si evince quanto segue.

Innanzitutto, una  definizione chiara e correttiva della sinodalità. Leone XIV rifiuta esplicitamente l’idea di essa sinodalità come “processo” (termine spesso associato a procedure, assemblee, meccanismi decisionali o riforme strutturali e caro a Francesco).

La presenta, invece, come natura del popolo di Dio: qualcosa di ontologico, relazionale e spirituale, fondato sull’amicizia e sull’appartenenza a Cristo, della quale la Chiesa è in effetti corpo.

Poi, abbiamo un chiaro ruolo della gerarchia, all’interno della gestione dello stile sinodale.  L’espressione chiave è “insieme, sotto la guida dei pastori”. Non è un cammino orizzontale autonomo, né una democrazia ecclesiale.

L’ascolto reciproco e la trasformazione reciproca avvengono sotto la guida dei pastori. Questo è coerente con quanto Leone ha detto in altre occasioni, come al Concistoro di giugno 2026, dove aveva ribadito che la sinodalità “non indebolisce l’autorità” ma aiuta a comprenderne il significato più profondo, etimologico, ossia custodire la comunione e orientare il cammino.

Ancora, il Papa definisce, in modo non nuovo ma significativo nel contesto, l’Autorità come servizio, quando dice che essa “si converte in servizio, che onora le diversità e ne facilita l’armonia”.

Non è abolizione dell’autorità, ma sua conversione evangelica. Le diversità sono onorate, non annullate; l’armonia è facilitata, non imposta. È la rivoluzione certo, ma di Gregorio Magno, non di Padre Arrupe, e nemmeno di Papa Francesco, che ha sempre avuto uno stile autoritario.

Abbiamo poi una applicazione concreta a CL e alle Chiese locali.

L’invito è doppio: interno al Movimento e nelle Chiese particolari. Non è un’esortazione generica, ma un richiamo a vivere la sinodalità anche nei movimenti, evitando chiusure identitarie e coltivando unità con i pastori, con la Sede Apostolica e con il Successore di Pietro.

È anche una garanzia di rispetto della particolarità di ognuno dei Movimenti, che invece nel papato precedente non erano considerati tutti allo stesso modo.

Va poi notato anche il tono e lo stile complessivo del discorso.

Il passaggio sulla sinodalità arriva verso la fine, dopo un lungo sviluppo su amicizia sociale e “prima le persone, poi i confini”; realismo della misericordia contro il “falso realismo” che riarma; necessità di “pionieri coraggiosi” che invertano la rotta (lavoro, tecnologia, finanza, potere); appello ai giovani a uscire dalle appartenenze ristrette.

La sinodalità è presentata come lo stile ecclesiale coerente con questa visione: un popolo che cammina insieme *sotto guida*, non un metodo di management o di redistribuzione del potere. Papa Leone ha marcato e di molto la discontinuità con Bergoglio.

Vale la pena di far notare che questo Discorso storico si inserisce a pettine negli altri pronunziati dal Papa durante il viaggio apostolico appena conclusosi. Nel Discorso alle Autorità e alla Società civile di San Marino nel Palazzo Pubblico, il tema centrale è stato la libertà.

Non c’è vera libertà civile senza libertà personale, cioè senza rispetto e promozione della dignità della persona umana. Questa libertà è donata e garantita da Dio e risuona nella coscienza. Promuovere la libertà significa difendere gli spazi della coscienza, come mostrano i “martiri della libertà”, a partire da San Tommaso Moro.

Libertà e comunione stanno o cadono insieme, per cui la libertà si realizza nel dono, nell’incontro e nel dialogo, non nell’individualismo o nei progetti politici ed economici “schiavi degli idoli e del potere”.

San Marino è stato poi presentato come “laboratorio di buona politica”: piccolo Stato a misura d’uomo, dove si può attingere (senza derogare alla laicità) ai principi della dottrina sociale cattolica (bene comune, destinazione universale dei beni, sussidiarietà e solidarietà, giustizia sociale).

L’obiettivo primario è cura dell’umano, ossia la tutela di ogni vita dal concepimento alla morte naturale. Vi è stato poi apprezzamento per la tradizione di accoglienza (anche verso gli ucraini) e per l’impegno a favore del diritto internazionale umanitario, “oggi quotidianamente disatteso se non calpestato”.

Il discorso si è concluso con la stima di San Marino, condivisa con la Santa Sede per diplomazia e multilateralismo.

Nel Discorso alla Comunità ecclesiale di San Marino – Montefeltro, nella Basilica di San Marino, il tema centrale è stato la comunione e il cammino sulle orme di Cristo, con un richiamo ai Santi Marino e Leone come fondatori di una civiltà centrata sulla persona umana e un appello ai giovani: “Tenete aperta la finestra sull’infinito” (citazione di Benedetto XVI 2011) e “Abbracciate con entusiasmo la vostra missione (matrimonio, consacrazione, impegno sociale e politico)”.

Il Papa ha rammentato  l’importanza del patto educativo tra famiglie e comunità ecclesiali; la famiglia è il primo luogo di formazione alla fede. In un mondo ferito da conflitti, violenze e paura dell’altro, la risposta è camminare con maggiore convinzione sulla via del Vangelo: attenzione ai più deboli, perdono, comunione, solidarietà.

È necessario anche la valorizzazione delle piccole comunità interne che resistono allo spopolamento come “fiammelle” di Magnifica Humanitas. La parola conclusiva più cara al Papa è stata comunione, come testimonianza di unità tra parrocchie, tra pastori e fedeli, tra carismi e ministeri.

Nel saluto spontaneo ai giovani in piazza Leone ha chiesto loro di riconoscere il valore della vita (in quanto creati e amati da Dio) e che la vera libertà si trova solo in Gesù Cristo e nella verità.

Nell’Incontro con ammalati, disabili e poveri nella Cattedrale di Rimini, il Papa ha detto: “Qui voi siete a casa”.

Gesù metteva al centro i malati, i poveri e le persone con disabilità per guarirli e restituire loro dignità, perciò essi sono invitati a lasciarsi guarire, perdonare e convertire da Lui, e poi a camminare insieme nella Chiesa in parrocchie, associazioni, luoghi di accoglienza e servizio.

Infine, nell’Omelia della Messa al Porto di Rimini a Piazzale del Porto, il tema centrale (dal Vangelo di Pietro che riconosce Gesù come il Cristo) è stato, come in alcuni passaggi del Discorso al meeting, che l’autorità è servizio.

“Siamo qui perché crediamo che Gesù è il Messia, inviato per servire e dare la vita in riscatto per molti”.

Le chiavi del Regno consegnate a Pietro mostrano che nella Chiesa,  a ogni livello, l’autorità è servizio. Non solo vescovi e sacerdoti, ma ogni battezzato è chiamato ad accogliere, riunire, liberare, perdonare chi è prigioniero del peccato e delle sue conseguenze.

Con un elogio della gente di Romagna, “schietta, di indole gioviale, laboriosa e solidale”, Leone l’ha invitata a fare di questo territorio un luogo accogliente “non solo per il ristoro e il divertimento, ma anche per lo spirito”.

Abbiamo quindi un filo rosso di tutta la giornata: libertà autentica, non individualistica, che porta alla comunione, con l’autorità come servizio, la misericordia come realismo cristiano e la priorità delle persone sui confini e sulle strutture di potere. Speriamo sia filo di sutura per tante lacerazioni.

Autore

  • Vito Sibilio

    Vito Sibilio

    Vito Sibilio, docente di storia e filosofia nei Licei, PhD in Storia Medievale, storico patrio, scrittore, saggista, co-fondatore di Christianitas, membro dei cc. sc. di Medioevo Latino, Femininum Ingenium, scrive su theorein.it, reportnovecento.com e StoriaDelMondo.

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