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Come si finanzia la rete delle ONG attive nel Mediterraneo

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rete delle ONG attive nel Mediterraneo

Le donazioni sono reali e restano spesso una principale fonte di entrate, ma sono soltanto la base di una struttura composta da più livelli

A cura di Agenzia Nova

Le donazioni dei privati restano il principale motore finanziario di molte delle organizzazioni non governative impegnate nel Mediterraneo centrale ma fermarsi alla semplice raccolta fondi fornisce soltanto una parte del quadro.

Dietro navi, aerei da ricognizione, equipaggi, uffici legali, campagne di comunicazione e attività di pressione sulle istituzioni europee esiste un sistema molto più articolato, alimentato negli anni anche da governi, amministrazioni locali, Chiese e grandi fondazioni internazionali.

Il sistema è parzialmente opaco e frammentato: molte delle singole voci sono pubbliche, ma sono distribuite tra bilanci, sovvenzioni, fondi ecclesiali, donazioni filantropiche e finanziamenti a organizzazioni diverse da quelle che materialmente operano in mare. È osservandole insieme che emerge la dimensione complessiva della rete.

Il caso più evidente è quello della Germania, dove il sostegno al cosiddetto “soccorso civile in mare” è passato per alcuni anni direttamente dal bilancio federale. La decisione fu presa dal Bundestag nel novembre 2022, con uno stanziamento sino a 2 milioni di euro l’anno per il periodo 2023/26.

Nel 2024 il governo federale finanziò SOS Humanity con 500 mila euro, Sos Méditerranée con 492.060 euro, Sea-Eye con 393.540 euro e Resqship con 111.728 euro. Altri 499.544 euro andarono alla Comunità di Sant’Egidio per attività legate ai rifugiati a terra.

Le sole quattro organizzazioni direttamente collegate alle operazioni marittime ricevettero quindi circa 1,5 milioni di euro; includendo Sant’Egidio, l’impegno federale sfiorò i 2 milioni.

Una risposta ufficiale del governo a una richiesta del Bundestag certifica inoltre che nel 2024 le navi delle organizzazioni considerate avevano soccorso complessivamente 3.613 persone.

Il meccanismo è proseguito per i primi tre mesi del 2025, quando Berlino ha versato quasi 900 mila euro, prima che il nuovo governo – guidato da Friedrich Merz – interrompesse il programma.

La decisione ha segnato una cesura politica netta: il ministero degli Esteri ha confermato che dal 31 marzo 2025 non sono più stati concessi finanziamenti federali alla ricerca e soccorso civile.

Il Bundestag ha ribadito ancora nel 2026 che la precedente linea di sostegno era stata abbandonata. Il programma quindi oggi non esiste più, ma rimane un dato significativo: per un periodo lo Stato tedesco non si è limitato a riconoscere o tollerare le attività delle Ong, le ha finanziate direttamente attraverso il proprio bilancio.

A questo canale pubblico se ne affianca uno privato-confessionale che continua invece a funzionare. United4Rescue nacque nel 2019 su iniziativa della Chiesa evangelica in Germania (Evangelische Kirche in Deutschland, Ekd), dopo che il Kirchentag protestante aveva chiesto di sostenere direttamente una nave di soccorso.

Oggi l’alleanza riunisce circa 950 organizzazioni e gruppi. Entro l’autunno 2023 aveva già raccolto circa 6,5 milioni di euro, dei quali 4,9 milioni destinati a soccorso e progetti collegati; nel novembre 2024 dichiarava di aver superato complessivamente gli 8 milioni raccolti e di aver sostenuto una cinquantina di progetti.

In questo caso emergono dei collegamenti perfettamente documentati: United4Rescue ha versato 200 mila euro per contribuire all’acquisto della nave Sea-Watch 5, che costò complessivamente circa 4,5 milioni, altri 200 mila per la sua prima missione e ulteriori 200 mila per le attività del 2024 e del 2025.

Nel 2022 aveva stanziato 300 mila euro per le prime missioni della nave Humanity 1, anche per carburante, viveri, attrezzature di soccorso e medicinali; altri 300 mila servirono a sostenere due missioni della Sea-Eye 4 nello stesso anno e nel 2025 ha destinato inoltre 200 mila euro alle attività della nuova Sea-Eye 5, altre due navi da soccorso marittimo.

Si tratta di un circuito diverso rispetto ai fondi dello Stato tedesco, ma entrambi i canali mostrano quanto il sistema tedesco abbia rappresentato, almeno sino all’insediamento di Merz, uno dei principali poli finanziari europei del soccorso civile nel Mediterraneo.

La dimensione dei finanziamenti è ancora più evidente quando si parla della flotta aerea a disposizione delle Ong. Sea-Watch opera insieme alla svizzera Humanitarian Pilots Initiative (Hpi) con tre velivoli, Seabird 1, Seabird 2 e Seabird 3. I primi due sono Beechcraft Baron 58; il terzo, entrato nel dispositivo nel 2025, è stato acquistato anche grazie a una campagna di United4Rescue con un obiettivo di raccolta di 170 mila euro.

La stessa alleanza ha poi stanziato 40 mila euro per finanziare un ulteriore mese di voli sulla rotta atlantica tra Africa occidentale e Canarie. Nel 2025 Sea-Watch dichiara di aver effettuato 178 missioni aeree e individuato 180 imbarcazioni con oltre 8.800 persone a bordo.

A questi tre velivoli si aggiungono Albatross Uno, operato da Sos Méditerranée insieme a Hpi, e Colibri 2 della francese Pilotes Volontaires. Albatross Uno ha iniziato le attività alla fine del 2025 e tra novembre e giugno 2026 aveva già individuato 37 imbarcazioni con circa 1.800 persone a bordo. Colibri 2 è invece un Diamond DA42 bimotore capace di missioni di osservazione di sei-sette ore.

Il dispositivo civile dispone quindi oggi di almeno cinque velivoli stabilmente collegati ai principali programmi di monitoraggio delle rotte verso l’Europa, e tutto ciò con costi non marginali.

Il rapporto finanziario di Sea-Watch relativo al 2022 attribuiva al comparto “Airborne & Reconnaissance Aircraft” spese per 1,787 milioni di euro: quasi 789 mila euro per manutenzione, 392 mila per il personale, 325 mila per i costi operativi, oltre a assicurazioni, trasferte, sedi, comunicazione e consulenze legali.

Nello stesso anno erano state effettuate 83 missioni per 450 ore di volo. Rapportando il costo complessivo al numero delle missioni si arriva a poco più di 21.500 euro per volo.

Non significa che ogni decollo abbia esattamente quel prezzo, perché nel bilancio confluiscono anche costi fissi annuali, ma dà l’ordine di grandezza necessario per mantenere operativo un simile dispositivo.

In Francia il modello è differente. Non esiste un programma del governo centrale paragonabile a quello utilizzato in passato da Berlino. Il denaro pubblico arriva invece dal basso, attraverso una rete estremamente capillare di amministrazioni territoriali.

Nel 2024 SOS Méditerranée France ha registrato 14,22 milioni di euro di risorse: il 91 per cento era di origine privata, ma 1,33 milioni provenivano da soggetti pubblici, in particolare enti territoriali.

Le donazioni di cittadini e imprese valevano 7,72 milioni, mentre associazioni e fondazioni contribuivano per altri 5,04 milioni. La “piattaforma degli enti locali solidali” è passata dalle 28 amministrazioni del 2021 a 143 nell’aprile 2026. Nel 2023 i contributi superavano già 1,2 milioni di euro.

Alcuni esempi permettono di cogliere la scala del fenomeno: il dipartimento della Loira Atlantica versò 200 mila euro, Alta Garonna e Marsiglia 100 mila ciascuno, la Bretagna 95 mila. Parigi ha approvato nuovamente 100 mila euro anche per il 2026, esplicitamente destinati alle operazioni di soccorso in mare di Sos Méditerranée.

Altri Comuni versano somme inferiori, da poche centinaia a decine di migliaia di euro. Il risultato è un finanziamento pubblico diffuso che non compare in un’unica voce del bilancio statale francese, ma che nel suo insieme contribuisce stabilmente alle attività dell’ONG.

Oltre a Germania e Francia va segnalato, inoltre, il ruolo di Open Society Foundations, anche se il ruolo della fondazione creata dall’imprenditore statunitense di origine ungherese George Soros è differente. Open Society afferma esplicitamente di non finanziare e di non avere mai finanziato direttamente le operazioni di ricerca e soccorso nel Mediterraneo.

Al contrario quindi di quanto accaduto con United4Rescue o con gli enti solidali francesi, non ci sono quindi basi per sostenere che paghi i costi di navi, aerei o dei carburanti utilizzati dalle ONG attive nel Mediterraneo. Tuttavia, al contempo, affermare che Open Society sia estranea al sistema sarebbe altrettanto fuorviante.

Il suo intervento è collocato soprattutto a terra e riguarda una parte decisiva dell’ecosistema: assistenza legale, contenzioso strategico, attività di patrocinio, produzione di documentazione, comunicazione e pressione sulle politiche migratorie.

È la stessa fondazione a spiegare che sostiene organizzazioni impegnate sulle politiche migratorie e sul rispetto dei diritti dei richiedenti asilo, mentre il proprio modello generale di intervento comprende grant, advocacy e strategic litigation.

Nel 2015 Open Society Initiative for Europe assegnò all’Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione (ASGI) un finanziamento da 225 mila dollari, distribuito su tre anni, per il progetto “Protection and Dissemination of Human Rights”, oltre a quasi 50 mila dollari per rafforzare l’assistenza legale nei ricorsi amministrativi e giudiziari.

Già l’anno precedente ASGI aveva ricevuto un’altra donazione da 56.578 dollari. L’associazione documenta inoltre diversi progetti sostenuti da Open Society finalizzati all’assistenza giuridica, all’advocacy e al contenzioso strategico.

La Coalizione italiana libertà e diritti civili (CILD) rappresenta un altro elemento significativo. La stessa organizzazione ha definito “determinante” il sostegno ricevuto da Open Society Foundations e Oak Foundation nella fase della propria nascita. Ancora nel rapporto annuale 2023 Open Society figura tra i suoi finanziatori.

È inoltre Open Society a dichiarare di aver sostenuto #OpenMigration, piattaforma della CILD dedicata a dati, informazioni, analisi e sviluppi giuridici e politici sull’immigrazione.

In altre parole, il finanziamento non arriva alla plancia di una nave, ma contribuisce alla costruzione di strumenti informativi e giuridici che alimentano il dibattito e l’azione politica sulle stesse materie.

Ancora più esplicito è il caso dell’Associazione ricreativa e culturale italiana (ARCI), una delle principali reti associative italiane attive anche sui temi dell’immigrazione, dell’asilo e dell’antirazzismo.

Il progetto “Migration and Asylum Policy: Building Alternatives”, sviluppato tra settembre 2022 e marzo 2024, indicava come finanziatore Open Society Foundations-Europe Initiative.

Nel proprio bilancio sociale l’Arci descrive gli obiettivi senza ambiguità: sostenere il lavoro di advocacy del dipartimento immigrazione, asilo e antirazzismo; dialogare con ministeri e rappresentanti parlamentari; promuovere “azioni di contenzioso strategico a livello nazionale ed europeo”; monitorare il Patto europeo su asilo e migrazione e promuovere proposte alternative. Tra i risultati dichiarati compare anche il lavoro con un gruppo di contatto composto da rappresentanti del Parlamento italiano e di quello europeo.

Lo schema si allarga poi a Bruxelles. Lo European Council on Refugees and Exiles (ECRE), grande rete europea di organizzazioni attive su asilo e rifugiati, ha indicato Open Society Foundations tra i propri principali finanziatori filantropici, accanto ad altri soggetti privati e a programmi dell’Unione europea.

ECRE interviene direttamente nel dibattito europeo su asilo, rimpatri, vie legali di ingresso e finanziamenti comunitari. Per individuare il peso di Open Society, quindi, è sufficiente seguire le donazioni dichiarate e osservare dove vengono impiegati.

La fondazione finanzia o ha finanziato soggetti che prestano assistenza legale ai migranti, promuovono ricorsi e contenziosi strategici, producono dossier, patrocinano progetti presso governi e istituzioni europee e sostengono modifiche delle politiche di asilo e immigrazione.

È una funzione diversa rispetto all’acquisto di beni e mezzi direttamente per un’ONG, ma non per questo meno importante per la sostenibilità complessiva dell’ecosistema.

Il quadro che emerge va oltre la semplice contrapposizione tra “ONG finanziate dai privati” e “ONG finanziate dagli Stati”. Le micro-donazioni sono reali e, nei maggiori bilanci, restano spesso la prima fonte di entrate, ma sono soltanto la base di una struttura composta da più livelli.

In Germania vi è stato fino al 2025 un finanziamento diretto del bilancio federale, affiancato dalla poderosa rete ecclesiale e civile di United4Rescue. In Francia oltre 140 amministrazioni territoriali concorrono direttamente alle risorse di SOS Méditerranée.

A livello transnazionale, fondazioni come Open Society finanziano invece una parte dell’architettura legale, comunicativa e politica che sostiene le organizzazioni e ne accompagna l’azione nei tribunali e nelle istituzioni.

È questa rete, più che un singolo grande finanziatore, che spiega come sia possibile mantenere nel Mediterraneo non soltanto una flotta navale, ma anche almeno cinque velivoli civili di monitoraggio, uffici permanenti, personale specializzato e strutture di advocacy in diversi Paesi europei.

Il caso tedesco è quello più significativo: per alcuni anni il sostegno alle ONG che operano lungo la principale rotta marittima verso l’Italia non è stato soltanto espressione di donazioni private, ma anche una scelta politica esplicita e finanziata dallo Stato federale.

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  • Redazione

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