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Dalla Mecca a Suez: le prime reazioni nel Mediterraneo

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Dalla Mecca a Suez

Il contro-arco strategico di India, Israele, Grecia e Cipro alla sfida di Turchia, Arabia Saudita e Pakistan

Ieri scrivevamo che la vera partita non era soltanto a Hormuz.
Mentre l’attenzione internazionale continua a concentrarsi sullo Stretto e sulla possibilità che diventi il punto di rottura della sicurezza energetica mondiale, il vero movimento strategico si sta producendo più a ovest lungo la catena che collega Hormuz al Golfo di Aden, Bab el-Mandeb, Suez e, infine, il Mediterraneo.

Oggi quella lettura trova una conferma ulteriore.

Il patto firmato alla Mecca da Arabia Saudita, Turchia e Pakistan il 7 agosto cambia, infatti, la geometria della sicurezza regionale.

Non è formalmente una “NATO islamica” e non dispone ancora della struttura integrata, delle procedure operative e dell’apparato militare dell’Alleanza Atlantica.

Ma contiene un elemento qualitativamente nuovo, un attacco contro uno dei tre viene considerato un attacco contro tutti.

Ankara lo ha esplicitamente accostato al principio dell’Articolo 5, un attacco armato contro uno o più membri della NATO viene considerato un attacco contro tutti.

È una trasformazione importante, perché mette nello stesso dispositivo tre capacità differenti, la potenza economica e finanziaria saudita, la capacità militare e industriale turca e la deterrenza nucleare del Pakistan.

Ma ogni nuova architettura di sicurezza produce inevitabilmente una seconda domanda, chi costruirà il contrappeso?

Ed è qui che bisogna tornare a guardare verso il Mediterraneo.

Non perché sia nata, nelle ultime ore, una nuova NATO quadrilaterale composta da India, Israele, Grecia e Cipro. Questo non è ancora accaduto.

Ma perché i quattro Paesi rappresentano ormai alcuni dei nodi più evidenti di una rete strategica alternativa, la cui costruzione era già in corso e che il nuovo patto di Mecca rende molto più significativa.

Israele aveva già indicato questa direzione.

Nel febbraio scorso Benjamin Netanyahu aveva parlato di un vero e proprio “hexagon of alliances”, nel quale aveva citato esplicitamente India, Grecia e Cipro insieme ad altri Paesi arabi, africani e asiatici.

L’obiettivo dichiarato era costruire una rete di Stati capace di confrontarsi con quelli che Israele definiva gli assi radicali sciita e sunnita.

Ma il passaggio decisivo è arrivato sul terreno concreto.

Il 22 maggio India e Cipro hanno elevato le loro relazioni a Strategic Partnership, accompagnandola con una roadmap quinquennale per la cooperazione nella difesa, un dialogo sulla cybersecurity, cooperazione antiterrorismo, tecnologia e un accordo per la ricerca e il soccorso marittimo.

Cipro è inoltre entrata nell’Indo-Pacific Oceans Initiative nel settore del commercio, della connettività e del trasporto marittimo. Non è un dettaglio diplomatico.

È geografia strategica.

Perché Cipro è uno dei punti nei quali Mediterraneo orientale, Medio Oriente, Suez e spazio europeo entrano nella stessa equazione. E l’India, che per decenni è stata letta soprattutto attraverso la propria proiezione nell’Oceano Indiano e nell’Indo-Pacifico, sta progressivamente portando la propria profondità strategica verso occidente.

A luglio, il direttore generale del ministero della Difesa israeliano, Amir Baram, ha infatti indicato proprio una possibile architettura che colleghi India, Emirati Arabi Uniti, Grecia e Cipro, con Israele e Stati Uniti come elementi centrali del sistema.

È questo il punto che cambia la lettura della crisi. Non stiamo assistendo semplicemente alla nascita di due blocchi militari contrapposti. Stiamo assistendo alla costruzione di archi strategici.

Da una parte
Pakistan → Arabia Saudita → Turchia
con la possibilità di ulteriori adesioni, tra cui è stato evocato anche l’Egitto.

Dall’altra una rete molto più fluida
India → Golfo → Israele → Cipro → Grecia → Europa, con gli Emirati come possibile cerniera e con il Mediterraneo orientale come piattaforma geografica, la differenza è fondamentale.

Il primo sistema nasce principalmente come architettura di sicurezza e deterrenza.

Il secondo non può essere letto soltanto in termini militari: comprende energia, porti, tecnologia, commercio, infrastrutture, connettività marittima e corridoi terrestri.

Ed è qui che torna Suez.

Perché Hormuz è un checkpoint.

Suez è qualcosa di più è un sistema di connessione.

Chi controlla o protegge le infrastrutture che collegano il Golfo all’Oceano Indiano, il Mar Rosso al Mediterraneo e il Mediterraneo all’Europa non controlla semplicemente una rotta commerciale. Acquisisce capacità di condizionare la circolazione di energia, merci, dati, investimenti e potenza militare.

La conseguenza strategica del patto di Mecca, dunque, potrebbe essere esattamente opposta a quella che suggerisce la semplice cronaca.
Non soltanto la militarizzazione del Golfo, ma la moltiplicazione delle alternative al Golfo.

E qui l’India diventa decisiva.

Per Nuova Delhi il problema non è soltanto il Pakistan. È evitare che una nuova architettura regionale consenta ad Ankara, Islamabad e Riyadh di costruire una continuità strategica che possa proiettarsi dall’Asia meridionale al Mediterraneo.

Per Israele il problema è evitare l’isolamento strategico e costruire una profondità esterna ai propri confini.

Per Grecia e Cipro il problema è contenere una crescente proiezione turca nel Mediterraneo orientale.

Per l’Europa il problema è molto più grande: non perdere il controllo strategico delle vie attraverso cui arrivano energia, merci e connettività dall’Asia.

Ecco perché quello che ieri sembrava un discorso su Hormuz oggi appare come qualcosa di diverso.

Hormuz è il punto di pressione. Suez è il punto di connessione. Il Mediterraneo orientale è il punto di convergenza.

La vera competizione, allora, non sarà necessariamente combattuta per conquistare uno stretto.

Sarà combattuta per costruire la rete di alternative che rende uno stretto meno indispensabile e, contemporaneamente, la rete di alleanze capace di proteggerle.

È questa la nuova talassocrazia.

Non più soltanto il dominio del mare, come nella lettura classica di Mahan, ma la capacità di trasformare mare, porti, corridoi, energia, tecnologia e alleanze in un unico dispositivo di potenza.

Ieri abbiamo scritto: non guardate soltanto Hormuz, guardate Suez.

Oggi possiamo aggiungere una seconda frase: non guardate soltanto Suez, guardate chi sta costruendo le alleanze intorno a Suez.

Perché è lì che la nuova mappa strategica del Medio Oriente e del Mediterraneo sta cominciando a prendere forma.

Autore

  • Elena Tempestini

    Elena TempestiniElena Tempestini, giornalista, storica, speaker radiofonica, comunicazione, capo redattore di Idee di Governo.

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