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Pedagogia ribaltata e spacciata per integrazione: italiano impari arabo

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italiano impari arabo

La proposta di Paolo Mieli desta molte perplessità e rischia di ghettizzare

L’arabo. Dobbiamo impararlo noi, l’arabo. A questo punto chi deve integrarsi con chi?

Non è la battuta di un comico.

L’ha detto Paolo Mieli, ex direttore del Corriere della Sera, a Omnibus su La7, mentre in studio si discuteva del tetto agli alunni stranieri nelle classi annunciato da Giorgia Meloni.

“Dobbiamo imparare le loro lingue”, ha scandito.

Poi, con aria di sufficienza: “Cos’è questo atteggiamento, loro devono imparare l’italiano?”.

Al conduttore Gerardo Greco, che confessava di non conoscere l’arabo, la risposta è arrivata con il tono della maestrina: “E allora imparalo, vai a scuola”.

Accanto a lui il politologo Piero Ignazi ha rincarato: “I poliziotti che non sappiano parlare l’arabo sono un problema”.

Lo stesso Ignazi che pochi minuti prima aveva chiamato “lager” i Centri per il rimpatrio.

Ecco il punto. Non è più chi arriva a dover entrare nella casa che lo ospita. È la casa che deve cambiare lingua per farlo sentire a suo agio.

Il salto logico è enorme, eppure nei salotti passa per illuminazione.

L’integrazione “a doppio senso” è ormai dottrina. Chi arriva e chi accoglie messi sullo stesso piano, come due condomini che litigano sulle spese delle scale.

Peccato che un Paese non sia un condominio. Ha una storia, una lingua, delle leggi. Chi bussa chiede di entrare lì, non in un posto neutro da ridisegnare a sua misura.

Mieli, da storico raffinato, ha pure scomodato l’Unità d’Italia: nel 1865 i ragazzi del Regno delle Due Sicilie parlavano lingue diverse, non dialetti, eppure ce l’abbiamo fatta.

Appunto. Ce l’abbiamo fatta. Ma come?

Nel 1861, secondo i calcoli di Tullio De Mauro, l’italiano lo parlava forse il 2,5% della popolazione. Un secolo dopo lo capivano quasi tutti.

Lo Stato unitario non ha imparato il napoletano, il siciliano o il friulano. Ha insegnato l’italiano a napoletani, siciliani e friulani.

Con la scuola obbligatoria, con la leva che metteva nella stessa camerata il bergamasco e il calabrese, con la radio e poi con la televisione.

Chi ha qualche capello bianco ricorda il maestro Alberto Manzi e “Non è mai troppo tardi”. La Rai che insegnava a leggere e scrivere a un’Italia di adulti analfabeti. Quello era servizio pubblico.

Il precedente citato da Mieli, insomma, dimostra l’esatto contrario della sua tesi. Per sostenerla porta la prova che la smonta.

Poi, forse, accorgendosi dell’enormità, è arrivata la ritirata: “Non dico che debbano, però che sia un traguardo”.

Un traguardo per chi?

Per l’agente del commissariato di periferia con i turni scoperti e l’auto di servizio dal meccanico? Per il vigile urbano, per l’infermiera del pronto soccorso, per la maestra di prima elementare?

Un poliziotto che capisce una lingua in più è una risorsa, gli interpreti servono e i mediatori culturali esistono già, pagati dallo Stato.

Ma quale arabo?

Quello marocchino ha poco a che fare con l’egiziano o con il tunisino. E perché l’arabo e non il romeno, l’albanese, il cinese, l’ucraino o il bengalese, cioè le lingue delle comunità più numerose e degli sbarchi più recenti?

Sui social l’hanno notato in tanti, con più buon senso di un intero studio televisivo: in Germania il tedesco lo impari tu, in Inghilterra pure l’inglese, in Italia dovremmo parlarne dieci a casa nostra.

La scelta dell’arabo non è casuale. Rivela chi, nella testa di una certa intellighenzia, è l’ospite da blandire.

Non la badante ucraina o il commerciante cinese, che l’italiano lo imparano da soli e non pretendono nulla. Ma il mondo che ha fatto della propria identità religiosa una bandiera da piantare, non da ammainare.

Perché un uomo di cultura arriva a dire una cosa simile?

Perché una parte della classe dirigente europea vive da decenni un senso di colpa diventato ideologia. Colpa coloniale, colpa del benessere, colpa di essere occidentali.

Ogni richiesta rivolta a chi arriva suona come un sopruso. Ogni rinuncia imposta a noi stessi suona come un gesto di civiltà.

È la pedagogia rovesciata.

Si educa l’italiano ad adattarsi e si esonera lo straniero dalla fatica di farlo. Chi osa ricordare che la lingua è la prima regola della casa passa per razzista.

C’è, poi, un dettaglio di costume che dice tutto.

Di solito, chi pronuncia queste frasi non abita nei quartieri dove l’arabo è già la lingua della strada.

Non manda i figli nelle classi dove metà dei bambini non capisce la maestra. Non fa la fila all’anagrafe o all’ASL.

La società multiculturale la conosce dal ristorante etnico e dal weekend a Marrakech.

Il paradosso più crudele, però, è un altro.

A pagare questa generosità da studio televisivo non sono gli italiani, ma gli immigrati.

La lingua è l’ascensore sociale. Senza l’italiano non trovi un lavoro vero, non leggi un contratto, non difendi i tuoi diritti, non parli con l’insegnante di tuo figlio.

Pensiamo alle madri che vivono qui da quindici anni e non sanno chiedere un’informazione in farmacia, costrette a portarsi dietro il figlio di dieci anni come interprete.

Se sarà lo Stato a parlare la loro lingua, perché mai dovrebbero imparare la nostra? Resteranno dove sono: a parlare per loro sarà sempre qualcun altro, il figlio, il marito, l’imam.

Dire a una comunità “impareremo noi la vostra lingua” significa murarla nel suo quartiere. È il ghetto con il timbro della buona coscienza.

Per questo l’obbligo di italiano per i genitori nei casi più gravi non è una punizione. È una porta aperta, forse la prima che qualcuno abbia avuto il coraggio di indicare.

Non serve un corso di arabo in questura. Serve un Paese che smetta di chiedere scusa per la propria lingua.

L’italiano è la prima cosa che ci ha resi italiani. Chi vuole restare cominci da lì. È il biglietto d’ingresso, non una cortesia.

Il resto è conversazione da salotto, in una lingua che fuori da quello studio non parla più nessuno.

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