La Banca Centrale del Paese transalpino, in controtendenza ai rialzi degli altri Paesi come misura anti inflazione, lascia la percentuale allo 0%
La Banca Centrale Svizzera ha mantenuto invariato il tasso di sconto fissato da giugno 2025 allo 0% (zero%).
Questo mentre in tutto il mondo occidentale c’è una corsa al rialzo dei tassi per contrastare l’inflazione scatenata dalla crisi petrolifera.
Gli svizzeri temono assai di più una ulteriore rivalutazione del Franco, che la ripresa dell’inflazione.
Materialmente questo significa che un cittadino o un’impresa svizzeri pagano in interessi su mutui e prestiti, circa un quarto di quello che pagano cittadini e imprese europei.
Eppure l’inflazione colpisce anche la Svizzera, ma in misura molto minore dell’Europa.
Oggi, nel periodo di maggior impatto della crisi energetica, l’inflazione svizzera si attesta su una media del +0,8% (+1,5% sui prodotti importati), contro il 3% medio in Italia.
Il PIL in Svizzera cresce al ritmo dell’1,7% l’anno, circa il doppio della crescita italiana.
Il debito pubblico ufficiale della Confederazione è al 16,1% del PIL (40% se si sommano anche i debiti di ciascun cantone, quelli che in Germania sono da sempre tabù per i Land), mentre in Italia siamo al 139% senza includere i debiti delle amministrazioni regionali e degli Enti locali.
Di contro il debito privato svizzero è elevatissimo e si attesta al 130% del PIL, contro il 98% di quello italiano, che è tra i più bassi.
Certo, il basso costo del denaro in Svizzera incide in modo assai pesante su questo dato.
A questi numeri, però, bisogna accostarne altri.
Il salario medio netto in busta in Svizzera è di circa 5.500 euro al mese, 7.800 lordi.
Non esiste un salario minimo federale, ma molti cantoni lo prevedono.
Il salario medio netto in busta in Italia è circa 1.700 euro al mese, 2.500 euro lordi, il 30% di quello svizzero.
La pressione fiscale in Svizzera è al 28% del PIL inclusi i contributi sociali, tra le più basse d’Europa, ma occorre considerare che il costo della sanità è a carico dei cittadini e mediamente una buona polizza assicurativa incide sui 400 euro al mese per un cittadino adulto medio.
La pressione fiscale italiana è ufficialmente al 43% del PIL.
Il Total tax rate o prelievo fiscale totale in Svizzera varia da Cantone a Cantone, e mediamente è intorno al 20% per le persone fisiche e al 29% per le società, fino a un massimo del 40% in alcuni cantoni.
Va detto che su questo parametro si basa la competitività cantonale e la capacità dei singoli cantoni di attrarre investimenti.
Il Total Tax Rate italiano è ufficialmente al 60%, ma molte associazioni di categoria calcolano stime fino al 75%.
Di contro, il costo della vita in Svizzera è tra i più alti del mondo.
Gli affitti nelle grandi città variano tra i 1.900 e i 3.000 euro al mese; un appartamento medio paga circa 300 euro al mese di utenze (luce, gas, telefono); i generi alimentari costano in media dal 50% all’80% in più rispetto alla media UE; un abbonamento ai mezzi pubblici costa 100 euro al mese; e i prezzi dei carburanti sono allineati a quelli italiani.
È la famosa legge della domanda e dell’offerta: stipendi più alti, equivalgono a maggiore capacità di spesa dei consumatori e quindi comportano sempre prezzi di mercato più alti.
Per vivere dignitosamente in città come Zurigo o Ginevra servono minimo 6.000 euro al mese.
Un cittadino svizzero residente risparmia mediamente 18.000 euro l’anno, mentre un italiano arriva a malapena a 6.000.
Il PIL procapite svizzero è 93.000 euro, quello italiano è 36.500, e questa è forse la differenza più eclatante.
Ora se utilizziamo quest’ultimo parametro per valutarlo in chiave fiscale, vediamo che ogni svizzero versa nelle casse dell’erario 26.000 euro (il 28% del suo PIL), mentre un italiano versa 15.600 euro (il 43% del suo PIL).
Capite?
Con una pressione fiscale rapportata al Pil inferiore del 35% rispetto alla nostra, il fisco elvetico incassa procapite il 66% in più di quello italiano, e ovviamente con questo denaro riesce a fornire maggiori servizi alla popolazione, con un fisco più competitivo.
Poi il sistema svizzero nel servizio pubblico privilegia efficienza e sviluppo all’assistenza sociale, ma questo segue sempre le indicazioni popolari.
In Svizzera, infatti, il ricorso al referendum anche per materie fiscali, è frequente, con regole tali da incentivarne l’impiego con semplicità per ogni argomento controverso.
In Svizzera la sovranità popolare è una cosa seria, la politica non ne ha paura, ed è da sempre esercitara con grande maturità dalla popolazione.
Ma come può essere più competitivo un paese con salari il triplo di quelli italiani?
Si potrà pensare che tale apparente incongruenza sia originata dal settore finanziario, in cui la Svizzera è leader, e che genera ricavi molto superiori a quello commerciale e industriale.
Questa è sicuramente una componente importante nell’economia svizzera, ma rappresenta solo il 9% del PIL della Confederazione.
A pesare sui diversi numeri dell’economia è la morfologia delle attività produttive.
Mentre quella italiana ha subito un livellamento verso il basso, orientandosi a produzioni marginali, di livello dozzinale con bassissimi utili, la Svizzera ha ulteriormente qualificato il suo sistema produttivo già orientato all’eccellenza, portandolo ad operare in mercati premianti ad altissima marginalità.
Pensiamo all’industria farmaceutica, all’orologeria, agli strumenti di precisione, e tanto altro.
In definitiva, la Svizzera ha un sistema fiscale molto più competitivo del nostro, ha servizi pubblici più efficienti, e un tessuto imprenditoriale che riesce a sostenere salari talmente alti che manderebbero in fallimento ogni impresa italiana, tutto questo con un debito pubblico irrilevante, e una democrazia capace di dare spazio totale alla sovranità popolare.
Non è certamente un sistema paese perfetto, la perfezione non è di questo mondo, ma il confronto con l’Italia è impietoso, specie se si pensa che solo 50 anni fa i numeri erano totalmente invertiti a favore del nostro paese.
Il federalismo svizzero ha avuto un ruolo fondamentale in questo processo, ponendo i singoli cantoni in competizione tra loro all’inseguimento della crescita, dello sviluppo, e del progresso, mentre da noi il centralismo di Stato e un decentramento amministrativo fasullo, tendevano all’appiattimento economico con l’annichilimento delle eccellenze secondo le logiche della ripartizione socialista.
Ecco che pian piano gli imprenditori di punta hanno lasciato il nostro paese e molti si sono trasferiti proprio in Svizzera dove avevano costi di personale molto più alti ma potevano crescere liberamente.
È stato il caso dell’italianissimo Stefano Pessina, che ho conosciuto a Montecarlo dove risiede, imprenditore del settore salute, oggi con un patrimonio di quasi 7 miliardi di euro, che per non fallire chiuse la fabbrica in Italia trasferendosi proprio in Svizzera, dove gli fu permesso di crescere liberamente fino a diventare la potenza di oggi.
Mi raccontò la sua storia non senza una punta di rammarico, ed ascoltarla mi fece venire la pelle d’oca, e tanta rabbia.





