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Mentre tutti guardano Hormuz, bisogna guardare Suez

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Hormuz e Suez

Gli effetti militari del potere marittimo contemporaneo e la catena strategica

C’è un errore prospettico che rischia di farci leggere questa crisi sempre un passo indietro rispetto a ciò che sta realmente accadendo.

Guardiamo Hormuz perché Hormuz è il grande collo di bottiglia energetico del Golfo. Guardiamo l’Iran, l’Arabia Saudita, il Qatar, gli Stati Uniti, l’Oman i Pakistan. Contiamo le petroliere che passano, quelle che si fermano, quelle che cambiano rotta.

Misuriamo i barili, i prezzi, le assicurazioni, le dichiarazioni militari, praticamente monitoriamo continuamente il punto nel quale il sistema viene minacciato ma non quello nel quale il sistema deve necessariamente continuare a funzionare.

Ed è qui che la carta geografica ci impone di spostare lo sguardo. Perché la crisi di Hormuz non finisce a Hormuz. Prosegue lungo le Sea Lines of Communication, le grandi linee marittime attraverso cui energia, materie prime e merci vengono trasferite da un sistema economico all’altro, e incontra un secondo checkpoint, Bab el-Mandeb, la porta meridionale del Mar Rosso.

Da lì la rotta conduce verso nord, attraverso il Mar Rosso, fino a Suez, e da Suez al Mediterraneo e quindi all’Europa. Non sono quattro luoghi separati.

Sono una sequenza operativa = Hormuz, Bab el-Mandeb, Suez e Mediterraneo che costituiscono segmenti successivi della stessa architettura marittima. Ed è proprio questa continuità che oggi comincia a essere messa in discussione.

I dati più recenti mostrano quanto rapidamente possa cambiare la percezione del rischio, il traffico attraverso Bab el-Mandeb ha subito una nuova contrazione dopo l’annuncio del blocco marittimo contro le navi legate all’Arabia Saudita, mentre il traffico attraverso Hormuz rimane enormemente al di sotto dei livelli normali.

Non significa che i due stretti siano formalmente chiusi. Significa qualcosa di militarmente più sofisticato, la libertà di navigazione è stata degradata al punto da modificare il comportamento degli operatori, come si può leggere attraverso la Lloyd’s List Intelligence.

Ed è questo che trasforma un problema militare in un problema geopolitico. Perché una Sea Line of Communication non deve essere fisicamente interdetta per perdere la propria funzione strategica, è sufficiente renderne incerta la transitabilità con un attacco, una minaccia credibile, un aumento del premio assicurativo, una zona di rischio, la necessità di navigare con maggiore cautela, la perdita della prevedibilità operativa o semplicemente la percezione che una determinata rotta non sia più affidabile possono produrre un effetto equivalente a una parte della chiusura.

In termini militari è una forma di sea denial, che è la capacità di impedire o rendere estremamente difficile a un avversario l’uso di una determinata area marittima, non necessariamente il controllo del mare, ma la capacità di negargli la possibilità di utilizzarlo liberamente.

Ed è qui che la geometria del commercio mondiale diventa geometria strategica. Hormuz è la porta del Golfo, Bab el-Mandeb è la porta meridionale del Mar Rosso, Suez è la cerniera che permette a quella rotta di entrare nel Mediterraneo.

E, dunque, l’Egitto non è più soltanto il Paese che possiede il Canale di Suez ma il Paese che si trova nel punto in cui una crisi energetica del Golfo può trasformarsi in una crisi logistica europea. È questa la ragione per cui se ne parla troppo poco.

L’Egitto viene normalmente raccontato attraverso Gaza, il Sinai, Rafah, il rapporto con Israele, la stabilità del regime di Abdel Fattah al-Sisi. Ma questa lettura è ormai insufficiente.

Dal punto di vista strategico, l’Egitto è una piattaforma geografica nella quale convergono tre teatri, il Mediterraneo orientale, il Mar Rosso e il Nord Africa.

E Suez è il dispositivo che li connette. Il Canale non è semplicemente un’infrastruttura economica. È un moltiplicatore strategico della posizione egiziana. Per questo il Cairo non può permettersi che la crisi del Mar Rosso diventi permanente.

I numeri spiegano perfettamente perché. Nel 2024 i ricavi del Canale erano precipitati a circa 4 miliardi di dollari, contro i 10,2 miliardi del 2023, dopo che gli attacchi nel Mar Rosso avevano spinto le compagnie a deviare le navi verso il Capo di Buona Speranza.

Nel 2025/2026 Suez aveva però cominciato a recuperare, con ricavi saliti a 4,67 miliardi di dollari e un aumento dei transiti e del tonnellaggio, pur rimanendo ancora lontano dai livelli precedenti alla crisi.

Il Cairo aveva dunque iniziato a recuperare una delle proprie principali fonti di valuta.

Poi la crisi è tornata dal sud, e qui accade qualcosa di strategicamente interessante da analizzare.

Quando Hormuz diventa vulnerabile, gli Stati del Golfo cercano rotte alternative, quando Bab el-Mandeb diventa vulnerabile quelle alternative diventano a loro volta vulnerabili.

L’Arabia Saudita ha cercato di valorizzare le proprie infrastrutture sulla costa occidentale e il sistema che consente di trasferire i flussi verso il Mediterraneo; Suez e SUMED acquistano, così, un valore crescente come infrastrutture di ridondanza energetica.

È la logica della ridondanza strategica, quando un nodo diventa vulnerabile, aumenta il valore di tutti i nodi alternativi. Ma se la vulnerabilità si estende lungo la catena, la ridondanza stessa diventa insufficiente. È questo il punto che spesso sfugge nella lettura quotidiana della crisi.

Non stiamo semplicemente assistendo a una serie di attacchi contro alcune navi. Stiamo assistendo alla progressiva trasformazione del rischio lungo una catena logistica.

Ed è qui che l’Egitto acquista una centralità che non aveva nella narrativa tradizionale. Perché l’Egitto non è più soltanto il custode di Suez. Sta diventando anche un’infrastruttura energetica del Mediterraneo orientale.

Damietta e Idku, le infrastrutture di trattamento e liquefazione, i collegamenti energetici con Israele e soprattutto la relazione con Cipro stanno inserendo il Paese dentro una nuova architettura del gas mediterraneo.

L’approvazione del progetto relativo al giacimento Cronos di Cipro, destinato a portare il gas verso le infrastrutture egiziane per la lavorazione e l’esportazione di LNG, rende ancora più evidente questa funzione.

Questo significa che il valore strategico dell’Egitto non si esaurisce più nella possibilità di far transitare le navi attraverso Suez. Il Cairo sta costruendo una posizione nella quale può diventare contemporaneamente piattaforma logistica, piattaforma energetica e nodo di transito.

Ma c’è un’altra infrastruttura che attraversa l’Egitto e che rende la sua posizione ancora più importante, ed è quella che non vediamo. Sotto il Mediterraneo e sotto il Mar Rosso corre una parte essenziale dell’architettura digitale mondiale.

L’Egitto è, infatti, uno dei grandi nodi di approdo e di transito dei cavi sottomarini che collegano l’Asia all’Europa, il Medio Oriente all’Africa e il sistema indo-pacifico al Mediterraneo.

SEA-ME-WE-4, SEA-ME-WE-5, SEA-ME-WE-6, IMEWE, AAE-1, EIG, FEA, TE North, SEACOM/TGN-Eurasia, PEACE, 2Africa, Africa-1 e altri sistemi convergono sull’infrastruttura egiziana, mentre nuove reti come Medusa e India Europe Xpress stanno aumentando ulteriormente questa concentrazione.

Non si tratta semplicemente di cavi sottomarini che arrivano sulle coste egiziane: una parte decisiva della loro funzione dipende dai corridoi terrestri che attraversano il Paese e collegano gli approdi del Mar Rosso con quelli mediterranei.

Il progetto Red2Med rende questa geometria ancora più evidente: collega il sistema del Mar Rosso a Port Said attraverso una direttrice terrestre e costiera che corre attraverso l’Egitto.

In altre parole, ciò che Suez rappresenta per le merci, l’Egitto comincia a rappresentarlo anche per i dati. E questo cambia radicalmente il valore strategico del Paese.

Perché se una nave può essere deviata attorno all’Africa, un cavo sottomarino non può semplicemente essere fatto “girare” altrove senza infrastrutture alternative, capacità disponibile e nuovi approdi.

La vulnerabilità di una Sea Line of Communication può quindi essere accompagnata dalla vulnerabilità di una Digital Line of Communication. Il punto non è soltanto che attraverso l’Egitto passano merci, petrolio e gas.

Attraverso l’Egitto passano anche informazioni, transazioni finanziarie, traffico cloud, comunicazioni e una parte crescente della connettività fra Asia, Medio Oriente, Africa ed Europa.

È la stessa geografia che si ripete su due livelli diversi: sopra il mare viaggiano le navi; sotto il mare viaggiano i dati. E, in entrambi i casi, il punto di convergenza è l’Egitto. Ed è proprio per questo che anche il Mediterraneo orientale entra nella stessa equazione militare.

Alla fine di luglio un episodio che ha coinvolto due navi gasiere in acque egiziane ha riacceso le preoccupazioni sulla sicurezza delle esportazioni energetiche e sulle rotte vicine a Suez.

Una valutazione iniziale di una società di sicurezza marittima ha indicato un possibile attacco con drone, ma le autorità egiziane non hanno attribuito ufficialmente l’incidente a un’azione ostile. La distinzione è importante e va mantenuta.

Ma anche senza un’attribuzione definitiva, l’episodio mostra quanto sia diventata sottile la separazione fra il teatro militare del Mar Rosso e quello energetico del Mediterraneo.

La guerra dei corridoi, dunque, non è più soltanto una guerra per conquistare territori. È una competizione per mantenere operative le infrastrutture che rendono possibile il movimento.

Il potere marittimo contemporaneo non consiste soltanto nella capacità di distruggere una nave.

Consiste nella capacità di alterare il calcolo dell’avversario, di modificare le sue rotte, di aumentare il costo del transito, di costringerlo a concentrare le proprie forze, di rendere necessaria una scorta, di allungare una Sea Line of Communication e di trasformare una rotta economicamente conveniente in una rotta strategicamente insostenibile.

Una nave che cambia rotta è già un effetto militare. Una compagnia che modifica la propria assicurazione è già un effetto militare. Un porto che perde traffico è già un effetto militare. Un Paese che deve costruire una pipeline alternativa è già un effetto militare. Perché la guerra contemporanea non si combatte soltanto sulla linea del fronte.

Si combatte sulla capacità di impedire che l’economia dell’avversario continui a funzionare secondo la normalità precedente. Da questo punto di vista l’Egitto è un nodo strategico di valore molto superiore a quanto suggerisca la cronaca quotidiana.

Non necessariamente perché qualcuno voglia attaccarlo, ma perché la sua posizione geografica gli attribuisce un valore che cresce con l’instabilità delle rotte circostanti.

E il Cairo, lo sa, non vuole diventare un belligerante del conflitto regionale; vuole impedire che il conflitto regionale trasformi il proprio spazio marittimo in una zona di interdizione, una differenza fondamentale.

L’Egitto non ha interesse a militarizzare il Mar Rosso in maniera incontrollata, ma ha interesse a preservarne la navigabilità. Non vuole trasformarsi nel protagonista militare della crisi; vuole impedire che la crisi renda inutilizzabile il principale corridoio attraverso cui passa una parte essenziale del commercio mondiale.

Ma qui emerge una contraddizione interessante. Più il Mar Rosso diventa militarizzato, più aumenta la necessità di proteggere Suez. Più aumenta la protezione militare di Suez, più il Canale assume valore strategico. Più Suez assume valore strategico, più diventa importante per gli attori che cercano rotte alternative a Hormuz. E più aumenta la sua importanza, più cresce il rischio che un incidente locale produca conseguenze globali.

È il classico problema dei colli di bottiglia, degli stretti: la concentrazione del traffico produce efficienza in tempo di pace e vulnerabilità in tempo di crisi.

Per questo la domanda strategica non è se Suez verrà chiuso.

È una domanda molto più sofisticata: quanto traffico può continuare a passare attraverso Suez quando le due porte che alimentano il sistema, Hormuz e Bab el-Mandeb, rimangono contemporaneamente sotto pressione?

La risposta non dipende soltanto dalla capacità fisica del Canale. Dipende dalla sicurezza della rotta, dalla disponibilità di scorte navali, dalla capacità di intelligence e sorveglianza, dai premi assicurativi, dalla disponibilità di porti alternativi, dalle pipeline, dalla capacità di stoccaggio e soprattutto dalla percezione degli operatori.

Perché il commercio globale vive di una cosa apparentemente banale e in realtà strategica: la prevedibilità. Una rotta può essere tecnicamente aperta e commercialmente inutilizzabile. Può essere militarmente difendibile ma economicamente insostenibile.

Può essere più breve ma più rischiosa. Può essere più lunga ma più affidabile. Ed è precisamente in questo spazio che si decide oggi la nuova geografia del potere.

Guardiamo allora la carta un’altra volta.

Hormuz. Mar Arabico. Bab el-Mandeb. Mar Rosso. Suez. Mediterraneo orientale. Cipro. Grecia. Italia. Europa.

Questa non è una sequenza geografica. È una catena strategica.

Quando Hormuz si indebolisce, Yanbu e le infrastrutture saudite del Mar Rosso acquistano valore.

Quando Bab el-Mandeb diventa insicuro, Suez acquista valore. Quando Suez acquista valore, SUMED acquista valore.

Quando il Mediterraneo orientale diventa una piattaforma energetica, Damietta e Idku acquistano valore.

Quando queste infrastrutture acquistano valore, aumenta il valore strategico dell’Egitto.

E quando aumenta il valore strategico di un nodo, aumenta anche la necessità di proteggerlo. È questa la dinamica che stiamo osservando. Ed è qui che bisogna capire perché dell’Egitto si parli così poco. Non perché sia marginale, ma quasi per la ragione opposta.

L’Egitto è talmente inserito nella struttura del sistema che spesso viene percepito come parte dello sfondo, mentre in realtà rappresenta uno dei suoi punti di connessione.

La sua forza non deriva soltanto dalle dimensioni del suo esercito o dalla posizione del Canale. Deriva dalla possibilità di mettere in relazione Mediterraneo, Mar Rosso, Africa e Medio Oriente attraverso un unico spazio strategico.

E in un’epoca nella quale la competizione internazionale si sposta sempre più dalle frontiere alle infrastrutture, questa funzione diventa decisiva.

Forse allora dobbiamo smettere di chiederci soltanto che cosa succederà se Hormuz resterà chiuso. Dobbiamo chiederci che cosa succederà se Hormuz e Bab el-Mandeb resteranno contemporaneamente vulnerabili.

Perché, in quel caso, la crisi non sarebbe più soltanto una crisi del Golfo. Diventerebbe una crisi della continuità marittima fra Asia, Medio Oriente, Mediterraneo ed Europa.

E l’Egitto si troverebbe esattamente nel mezzo. Non come periferia. Non come semplice mediatore della crisi. Non come Paese che appare nelle cronache soltanto quando si parla di Gaza.

Ma come uno dei pochi Stati al mondo che possiedono contemporaneamente una posizione sul Mediterraneo, una posizione sul Mar Rosso e il controllo di una delle principali cerniere artificiali del commercio globale.

È questa la ragione per cui se ne parla troppo poco. Per questo la posizione dell’Egitto è una delle più importanti da osservare.

La geopolitica non è soltanto la geografia delle crisi. È anche la capacità degli Stati di costruire alternative alla crisi. Ed è questa la partita che si sta aprendo davanti a noi. Non sappiamo ancora quale sarà il nuovo equilibrio del Medio Oriente. Ma sappiamo già che non sarà deciso soltanto a Hormuz.

Una parte decisiva della risposta passerà da Bab el-Mandeb. Una parte passerà da Suez. Una parte passerà dal Mediterraneo. E una parte, molto più grande di quanto racconti la cronaca quotidiana, passerà dall’Egitto. Per questo, mentre tutti guardano Hormuz, bisogna guardare Suez.

Autore

  • Elena Tempestini

    Elena TempestiniElena Tempestini, giornalista, storica, speaker radiofonica, comunicazione, capo redattore di Idee di Governo.

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