Oggi, come negli anni ‘70, il mondo torna ad essere composto da Stati sovrani, interessi differenti e grandi potenze e la stabilità deriva dalla “balance of power and triangular diplomacy” che archivia il globalismo dell’egemonia di una sola potenza –
Annunciando il menù della cena di gala alla Casa Bianca, Melania Trump ha detto: “Faremo il brindisi per la pace come Nixon e Zhou”.
In un brindisi si racchiude tutto il senso di una strategia che cambia radicalmente l’approccio di chi voleva, come Bill Clinton, inserire la Cina nel WTO per portarla ad essere “occidentale”, in un sistema che nel frattempo aveva creato l’illusione di un’America unico soggetto egemone nel mondo (la “fine della storia” di Fukuyama).
Il brindi del 24 settembre è un segno che simboleggia un cambio storico negli assetti del mondo e che afferma la logica geopolitica di un grade uomo di Stato come Henry Kissinger.

Il brindisi tra Trump e Xi è un atto altamente simbolico che incarna, in modo quasi puro, la logica kissingeriana.
Due capi di Stato sovrani di due grandi potenze si riconoscono reciprocamente come interlocutori diretti e legittimi; non passano attraverso un’autorità superiore, un “centro sistemico” o una rete di istituzioni; affermano, con il gesto più antico e rituale della diplomazia, che il mondo è ancora (o di nuovo) un sistema di grandi potenze che devono gestirsi tra loro attraverso l’equilibrio, la diplomazia e l’interesse nazionale e richiamano esplicitamente (soprattutto nel brindisi di Washington) il precedente nixoniano-kissingeriano del 1972: il momento in cui l’America riconobbe la Cina come realtà strategica da trattare come tale, non da integrare o da trasformare (come era nell’idea di Bill Clinton).

È Westfalia in purezza: Stati sovrani, pluralità di centri di potere, gestione del conflitto (o della competizione) attraverso la diplomazia diretta, non attraverso la progressiva integrazione del sistema.
In questo senso il brindisi è una dichiarazione di visione del mondo: il sistema internazionale resta (o torna a essere) un sistema di potenze, non un ordine post-sovrano.
Il brindisi tra Nixon e Zhou Enlai del 21 febbraio 1972 è una delle immagini simbolicamente più potenti della geopolitica del Novecento.
Non è semplicemente la fotografia di un presidente americano che brinda con il premier della Cina comunista; è il momento visibile di una svolta sistemica: due potenze che per decenni erano state antagoniste decidono di modificare la struttura del conflitto mondiale.
Nixon disse nel brindisi: “What we say here will not be long remembered. What we do here can change the world”. (“Quello che diciamo qui non sarà ricordato a lungo. Quello che facciamo qui può cambiare il mondo”).
E aggiunse la domanda fondamentale: se le generazioni future sarebbero state condannate a morire per le vecchie inimicizie oppure avrebbero potuto vivere grazie alla costruzione di un nuovo ordine.
Nel 1972 Nixon non stava facendo un’operazione sentimentale di pace, stava facendo realpolitik.
Gli Stati Uniti avevano interesse a rompere l’isolamento della Cina; la Cina aveva interesse a uscire dall’accerchiamento e, soprattutto, a gestire il rapporto con l’URSS. Nixon stesso spiegò a Zhou che Washington non voleva una guerra tra Cina e Unione Sovietica, ma rapporti migliori con entrambe.
Il risultato fu quindi qualcosa di straordinario: USA e Cina non diventarono alleati, ma modificarono il sistema internazionale attraverso la loro relazione.
Il comunicato di Shanghai formalizza questa logica: normalizzazione, scambi, contatti e, soprattutto, opposizione all’egemonia di qualunque potenza nell’Asia-Pacifico.
Il brindisi del 1972 rappresenta l’inizio di una fase di integrazione strategica. Nixon e Zhou dimostrarono che quando due grandi potenze decidono di modificare il rapporto fra loro, possono cambiare l’intero sistema mondiale senza necessariamente combattere una guerra tra loro.
È esattamente il contrario dell’idea che una crisi sistemica debba necessariamente essere risolta attraverso una guerra mondiale. La lezione storica del brindisi è l’opposto: una grande crisi di ordine può essere risolta anche attraverso una grande riallocazione dei rapporti di potere.
L’opera di Kissinger, maestro di diplomazia
Il brindisi Nixon – Zhou del 1972 non fu l’inizio del processo: fu la rappresentazione pubblica di una trasformazione diplomatica già preparata nei mesi precedenti.
Nixon aveva deciso di aprire alla Cina, ma Kissinger costruì il canale riservato che rese possibile l’operazione. Il tramite iniziale fu il Pakistan di Yahya Khan.
Nel luglio 1971 Kissinger entrò segretamente a Pechino e incontrò Zhou Enlai. Tornò poi in ottobre per preparare concretamente la visita presidenziale.
L’obiettivo americano non era semplicemente “fare pace con Pechino”. Era anche utilizzare l’apertura cinese per modificare l’equilibrio con Mosca. Nei documenti dell’amministrazione Nixon questo è esplicitamente descritto come ricerca di un contrappeso alla potenza sovietica.
La diplomazia del ping-pong fu il segnale pubblico

Nell’aprile 1971 la squadra americana di tennis da tavolo ricevette l’invito cinese a visitare la Repubblica Popolare. La coincidenza con i contatti diplomatici segreti fu però straordinariamente efficace: trasformò un negoziato geopolitico clandestino in un’immagine facilmente comprensibile dall’opinione pubblica.
Lo stesso Dipartimento di Stato americano definisce la Ping Pong Diplomacy il volto pubblico di negoziati diplomatici molto più seri.
Prima agirono canali segreti, poi il Ping Pong, poi Kissinger a Pechino, annuncio di Nixon, ONU, visita di Nixon, Comunicato di Shanghai.
Il passaggio decisivo: l’ONU
Il 25 ottobre 1971, l’Assemblea generale ONU approvò la Risoluzione 2758. Da quel momento la rappresentanza della Cina alle Nazioni Unite passò dalla Repubblica di Cina (Taiwan) alla Repubblica Popolare Cinese. La RPC assunse anche il seggio cinese nel Consiglio di Sicurezza.
Gli Stati Uniti avevano cercato una soluzione diversa: mantenere rappresentate sia Pechino sia Taipei. La proposta non passò e prevalse invece la sostituzione della delegazione taiwanese con quella della RPC.
Taiwan venne progressivamente spostata fuori dal centro del sistema.
La Risoluzione 2758 non stabilì semplicemente che “Taiwan appartiene alla RPC”. Il testo riguardava la rappresentanza della Cina all’ONU e il riconoscimento dei rappresentanti della RPC come legittimi rappresentanti della Cina. La questione dello status politico di Taiwan rimase invece oggetto di una controversia successiva e distinta.
Questo è importante perché evita di sovrapporre tre questioni diverse: chi rappresenta la Cina all’ONU? (dal 1971 la RPC); qual è lo status internazionale di Taiwan? (questione rimasta controversa); qual è la posizione americana? (Washington sviluppò successivamente la propria politica di One China, senza che ciò equivalesse semplicemente a riconoscere ogni rivendicazione di Pechino su Taiwan).
Kissinger è centrale
Kissinger non fu semplicemente l’uomo che “portò Nixon in Cina”; fu il costruttore del meccanismo diplomatico attraverso cui una relazione praticamente congelata da oltre vent’anni venne riaperta.
E il risultato fu molto più grande di una normalizzazione bilaterale. Il punto più straordinario è dunque che la grande trasformazione del sistema internazionale avvenne senza una guerra USA – Cina.
Anzi, attraverso gesti simbolici apparentemente quasi banali: una racchetta da ping-pong, un viaggio segreto, un voto all’ONU, una visita presidenziale, un brindisi.
Dietro quel brindisi c’è una gigantesca operazione di riallineamento del sistema mondiale.
La logica kissingeriana di Westfalia
La logica diplomatica di Kissinger può essere letta come una moderna reinterpretazione della logica westfaliana dell’equilibrio tra Stati sovrani. Il nucleo essenziale della pace di Westfalia (1648) è che lo Stato territoriale è il principale soggetto dell’ordine internazionale, che nessuna potenza deve diventare egemone sull’intero sistema, che la stabilità deriva dall’equilibrio di potenza e che il conflitto può essere contenuto attraverso diplomazia, negoziati e compromessi.
Questa logica è l’esatto opposto dell’idea globalista dietro la quale c’era l’idea degli Usa come unico soggetto mondiale egemone.
Come modello di ordine internazionale, la logica kissingeriana è sostanzialmente antitetica all’idea di un sistema mondiale governato da un unico centro egemonico; non è l’opposto della potenza americana; è l’opposto dell’idea che la potenza americana debba trasformarsi in monopolio dell’ordine mondiale.
Kissinger partiva da un presupposto realistico: il mondo è composto da Stati sovrani, interessi differenti e grandi potenze e la stabilità deriva dall’equilibrio tra questi soggetti.
Il Dipartimento di Stato, nella documentazione dell’epoca, descrive esplicitamente il suo approccio come balance of power e triangular diplomacy.

C’è un documento di Kissinger particolarmente significativo. Nel maggio 1972 spiegava che gli USA, dopo il declino della loro capacità di imporre unilateralmente la propria politica, dovevano definire un ruolo permanente in rapporto con le altre nazioni.
Diceva esplicitamente che la Nixon Doctrine attribuiva agli altri Paesi «a bigger role» e che questo approccio veniva chiamato balance of power.
La svolta del 1971-72 è quasi paradigmatica.
Kissinger non cercò di eliminare la Cina dal sistema internazionale perché comunista. Cercò invece di inserirla nel gioco delle grandi potenze.
La diplomazia del ping-pong, il viaggio segreto di Kissinger, Nixon a Pechino e infine l’ingresso della RPC all’ONU nel 1971 costituiscono una sequenza coerente: riconoscere la realtà geopolitica cinese e utilizzarla dentro un equilibrio internazionale più ampio.
E Kissinger lo formulò in maniera ancora più esplicita nel colloquio con Nixon del febbraio 1972: la Cina doveva diventare un contrappeso all’URSS.
Quindi la logica era: gli USA devono essere una delle grandi potenze determinanti dell’equilibrio mondiale e utilizzare la propria posizione per impedire che un’altra potenza raggiunga l’egemonia. E questo permette di capire anche il brindisi Nixon – Zhou.
Quel brindisi non rappresenta la nascita di un mondo senza conflitti. Rappresenta qualcosa di più sottile: due sistemi radicalmente diversi che riconoscono reciprocamente la propria esistenza e cercano un modus vivendi.
Ed è precisamente ciò che rende la diplomazia di Kissinger interessante rispetto alla situazione attuale.
Naturalmente, Kissinger rimaneva un potentissimo esponente della ragion di Stato americana: non era affatto un teorico dell’uguaglianza fra Stati. La diplomazia triangolare serviva anche ad aumentare il leverage americano.
La stessa documentazione americana mostra chiaramente che Washington voleva sfruttare il rapporto con Pechino per ottenere maggiore margine nei confronti di Mosca.
Kissinger non pensava a un mondo senza egemonia; pensava a un mondo nel quale l’egemonia americana dovesse essere esercitata attraverso l’equilibrio tra grandi potenze, non attraverso la loro progressiva dissoluzione in un unico ordine mondiale.
Ed è proprio qui che il riferimento alla Pace di Westfalia diventa interessante: sovranità, riconoscimento reciproco, pluralità dei centri di potere e diplomazia come strumento per impedire che il conflitto tra potenze degeneri in guerra generale.
Il brindisi di Trump e Xi nel solco della strategia di Kissinger
Il brindisi tra Trump e Xi è un atto altamente simbolico che incarna, in modo quasi puro, la logica kissingeriana. Due capi di Stato sovrani di due grandi potenze si riconoscono reciprocamente come interlocutori diretti e legittimi. Non passano attraverso un’autorità superiore, un “centro sistemico” o una rete di istituzioni.
Affermano, con il gesto più antico e rituale della diplomazia, che il mondo è ancora (o di nuovo) un sistema di grandi potenze che devono gestirsi tra loro attraverso l’equilibrio, la diplomazia e l’interesse nazionale. Richiamano esplicitamente (soprattutto nel brindisi di Washington) il precedente nixoniano-kissingeriano del 1972: il momento in cui l’America riconobbe la Cina come realtà strategica da trattare come tale, non da integrare o da trasformare (come era nell’idea Di Bill Clinton).
Il sistema westfaliano non presume che gli Stati siano buoni o cattivi. Presume che abbiano interessi.
La diplomazia serve quindi a costruire un ordine nel quale gli interessi contrapposti possano coesistere senza produrre una guerra generale.
Kissinger lo sintetizza nella famosa idea di balance of power e di legitimacy: un ordine stabile richiede contemporaneamente un equilibrio materiale delle forze e una qualche accettazione delle regole dell’ordine da parte delle principali potenze.
Per questo il suo approccio è molto diverso da quello di un progetto di governo mondiale o di una politica internazionale fondata prevalentemente su valori universali.
La Cina del 1972 era comunista e Kissinger non cercò di trasformarla. La Cina era una potenza statale con interessi propri e Washington poteva quindi riconoscerne il peso geopolitico e negoziare con Pechino pur mantenendo profonde divergenze ideologiche. Questo è esattamente il tipo di diplomazia che normalmente associamo al realismo classico.
Il depotenziamento dell’ONU
Dalla nuova logica kissingeriana esce depotenziato il ruolo dell’ONU.
Anzitutto è un depotenziamento politico, in quanto la decisione tende a spostarsi dall’assemblea multilaterale alla diplomazia diretta fra le grandi potenze.
Se Washington e Pechino trattano direttamente le questioni strategiche, il rapporto di forza tra Stati torna ad avere precedenza rispetto alla costruzione di regole universali.
Il fatto che Trump e Xi mantengano una intensa diplomazia al vertice è documentato anche dalle vicende diplomatiche del 2026.
C’è poi un depotenziamento istituzionale, ancora più concreto. Nel gennaio 2026 Trump ha ordinato il ritiro degli Stati Uniti da 31 entità ONU, insieme ad altre organizzazioni internazionali, motivandolo esplicitamente con sovranità e interesse nazionale.
L’elenco comprende, tra gli altri, UNCTAD, UNFCCC, UN-Habitat, UNFPA, UN Women e diversi organismi dell’ECOSOC. Quindi, non è soltanto una diversa filosofia diplomatica: c’è una riduzione materiale della partecipazione americana al sistema ONU.
Depotenziamento finanziario: questo è forse il livello più importante perché il peso di un’organizzazione internazionale dipende anche dalle risorse che le grandi potenze le mettono a disposizione.
Il CFR rileva che nel secondo mandato Trump gli USA hanno ridotto i finanziamenti, si sono ritirati da importanti organismi e hanno ridimensionato la partecipazione alle iniziative ONU.
Ne deriva una trasformazione molto precisa: l’ONU rimane formalmente universale, ma dispone di meno strumenti per trasformare le proprie deliberazioni in azione internazionale.
Infine: depotenziamento del Consiglio di Sicurezza. Il Consiglio di Sicurezza è già, per sua natura, un organismo “kissingeriano”: i cinque vincitori della Seconda guerra mondiale hanno un potere speciale, il veto.
E, infatti, quando USA, Russia e Cina divergono, l’ONU può diventare paralizzata. Nel 2024 ci sono stati sette progetti di risoluzione bloccati dal veto, il numero più alto dal 1986; nel 2025 quattro.
La conseguenza geopolitica è che quanto più le grandi potenze recuperano centralità, tanto meno conta l’ONU come luogo nel quale ogni Stato, almeno formalmente, partecipa allo stesso sistema decisionale.
Un’analisi recente sulla crisi dell’ONU individua proprio finanziamento, irrilevanza crescente e paralisi del Consiglio di Sicurezza come problemi simultanei.
La trasformazione in atto è quella da possibile embrione di governance mondiale a foro diplomatico di un nuovo concerto delle potenze.
L’idea del Nuovo Ordine Mondiale della finanza globalista è definitivamente fallita.





