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Da Hormuz all’Ucraina: il ritorno della diplomazia delle rotte

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rotte marittime

La sicurezza delle rotte marittime tra i principali strumenti di influenza geopolitica del XXI secolo

Il G7 di Évian-les-Bains rischiava di trasformarsi nell’ennesimo vertice segnato dalle divisioni tra Stati Uniti ed Europa.

Invece, almeno nelle sue prime ore, ha assunto un significato diverso, quello di un tentativo di ricostruire una convergenza strategica occidentale attorno a due situazioni che oggi definiscono gli equilibri internazionali: il Golfo Persico e l’Ucraina.

Al centro della scena c’è Donald Trump, arrivato in Francia forte dell’accordo raggiunto con l’Iran e deciso a presentarsi come l’uomo che ha riportato stabilità in uno dei punti più sensibili del commercio mondiale.

Non è un dettaglio secondario, lo Stretto di Hormuz non è soltanto un passaggio marittimo ma è una delle principali arterie energetiche del pianeta, attraverso cui transitano una quota significativa delle esportazioni mondiali di petrolio e gas.

La riapertura completa e libera della navigazione prevista nei prossimi giorni, rappresenta molto più della conclusione di una crisi regionale. Significa ridurre il rischio sistemico che negli ultimi mesi aveva minacciato i mercati energetici globali e le catene logistiche che collegano Asia, Medio Oriente ed Europa.

Emerge anche il ruolo dell’Europa, Francia e Regno Unito hanno manifestato la disponibilità a guidare una missione navale internazionale per garantire la sicurezza della navigazione nello Stretto. Non si tratta soltanto di una misura militare, ma di un segnale politico.

Gli europei cercano di riaffermare una presenza strategica in una regione che negli ultimi anni era diventata terreno quasi esclusivo della competizione tra Washington, Teheran e le potenze asiatiche.

La posta in gioco va oltre Hormuz. La sicurezza delle rotte marittime è tornata ad essere uno dei principali strumenti di influenza geopolitica del XXI secolo. Chi garantisce la libertà di navigazione controlla indirettamente flussi energetici, commercio e investimenti.

L’accordo con l’Iran potrebbe aprire una fase nuova, non necessariamente una stagione di alleanza tra Washington e Teheran, ma una fase di stabilizzazione che consentirebbe agli Stati Uniti di concentrare maggiori energie sul secondo grande dossier del vertice: la guerra in Ucraina.

Le dichiarazioni provenienti dal G7 in corso ad Évian indicano che la Casa Bianca intende sfruttare il successo diplomatico nel Golfo come leva per rilanciare il dialogo tra Mosca e Kiev.

L’ipotesi di un incontro trilaterale tra Trump, Vladimir Putin e Volodymyr Zelensky, evocata nelle ultime ore, resta tutta da verificare. Tuttavia, segnala un elemento importante, il tentativo americano di trasformare un successo regionale in capitale diplomatico globale.

Il vero significato del G7 non è nelle dichiarazioni ufficiali o nelle immagini di rito. Il punto centrale è che le principali potenze occidentali stanno cercando di passare da una fase dominata dalle crisi a una fase orientata alla gestione degli equilibri.

Dalla sicurezza delle rotte marittime nel Golfo Persico alla ricerca di un percorso negoziale per l’Ucraina, il filo conduttore è lo stesso: ristabilire connessioni in un sistema internazionale sempre più frammentato.

In geopolitica la pace non coincide con l’assenza dei conflitti, ma con la capacità di mantenere aperte le rotte, i commerci e i canali diplomatici. Ed è proprio attorno a queste infrastrutture invisibili che si “giocherà” la partita più importante del dopo-crisi.

Autore

  • Elena Tempestini

    Elena TempestiniElena Tempestini, giornalista, storica, speaker radiofonica, comunicazione, capo redattore di Idee di Governo.

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