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L’intesa USA – Iran, con tre pistole sotto il tavolo

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intesa USA - Iran

C’è il sì alla firma a Ginevra per venerdì 19 – Uno schiaffo all’Unione Europea

Trump: “Venerdì riapre Hormuz”, Teheran proclama vittoria

Meloni, pronti a presenza navale previa autorizzazione Parlamento. Israele, “IDF rimarrà in Libano, Siria e Gaza a tempo indeterminato”. Francia, Germania Italia e UK pronte a collaborare nella missione marittima internazionale a Hormuz

Questa volta sembra fatta, ma l’accordo, che è un memorandum, viene firmato con tre pistole sotto il tavolo.

La prima pistola è quella di Trump, il quale ha detto che se l’Iran non accetta di eliminare la bomba atomica, con tutto quello che la riguarda, riprenderà la guerra. La seconda pistola è quella iraniana, pronta a scattare perché, a ben vedere, capire chi comanda a Teheran è difficile. La terza pistola è quella di Israele, sempre pronta a sparare.

Il problema è che le tre pistole difendono tre interessi diversi. Trump non vuole che l’Iran abbia l’atomica, perché sarebbe la destabilizzazione totale del Medio Oriente e in questo il suo interesse collima con quello di Israele.

Nonostante gli auspici di cambio di regime, Trump ha tutto l’interesse a chiudere per fare in modo che la benzina al gallone torni a livelli accettabili per l’elettore americano e che la base Maga si senta rassicurata nei riguardi della sua crescente idiosincrasia per Netanyahu.

L’Iran ha il problema di sopravvivere e di non perdere la faccia l proprio interno Israele ha il solito problema di sempre: eliminare una volta per tutte quelli che lo vogliono togliere di mezzo.

Il memorandum dura sessanta giorni, ma se dovesse funzionare, nessuno vieta che possa essere prorogate.

Come al solito, il tutto avviene con l’ennesimo schiaffo in faccia all’Unione Europea.

Ieri è iniziato il G7 a Evian, in Francia. Il vertice durerà fino a domani e affronterà molte delle principali questioni geopolitiche, economiche e tecnologiche del momento.

Sul tavolo ci sono in particolare la situazione del conflitto in Ucraina (con Zelensky presente al vertice) e quello in Medio Oriente con i recenti sviluppi sulla guerra in Iran e l’accordo USA Iran. Si discute anche di crescita economica e del futuro dell’intelligenza artificiale.

La firma poteva avvenire in quella sede, anche il giorno dopo, ma si è preferito il venerdì 19 giugno a Ginevra, perché la Svizzera è sì in Europa, ma non è nell’Unione Europea.

Veniamo alla cronaca.

La cerimonia ufficiale vedrà la firma tra USA e Iran del memorandum d’intesa che stabilisce i principi per la fine dei combattimenti su tutti i fronti, estendendosi esplicitamente anche al teatro bellico del Libano.

Il ministro della Difesa israeliano Israel Katz ha però dichiarato che “Le Forze di Difesa Israeliane (IDF) rimarranno nelle zone di sicurezza in Libano, Siria e Gaza a tempo indeterminato”.

Il protocollo iniziale non rappresenta una risoluzione definitiva dei nodi strutturali che dividono le due potenze, bensì l’architettura di una tregua. Tra i punti dell’accordo ci sarebbe anche la riapertura dello Stretto di Hormuz. Sulla questione nucleare prevista una soluzione definitiva entro 60 giorni.

Stati Uniti e Iran terranno colloqui preparatori a Doha prima della firma
In una dichiarazione congiunta Regno Unito, Francia, Germania e Italia affermano che collaboreranno strettamente con gli Stati Uniti, l’Iran e i partner regionali per “cogliere questo momento” e intanto si dichiarano pronte a revocare alcune sanzioni contro l’Iran. Che però, specifica il Gruppo E4, “non dovrà mai acquisire armi nucleari”.

Ormai gli europei sono E3, E4, tutte sigle di coloranti che non contemplano il blu stellato della bandiera dell’Unione Europea.

Anche la questione di cosa farà Israele rimane in sospeso.

Il ministro della Difesa israeliano, Israel Katz, come riporta Ynet, ha detto: “Il primo ministro Netanyahu e io stiamo portando avanti una politica chiara che prevede la permanenza a tempo indeterminato delle Forze di Difesa Israeliane nelle zone di sicurezza in Libano, Siria e Gaza, al fine di proteggere il confine e gli insediamenti israeliani da elementi jihadisti. L’area verrà sgomberata dai residenti locali. Questa è la lezione principale degli eventi del 7 ottobre. Ci opponiamo al ritiro delle IDF dal Libano, nonostante tutte le pressioni presenti e future”.

“Netanyahu – ha aggiunto Katz – lo ha chiarito al presidente degli Stati Uniti Trump e ad altri alti funzionari americani, e io l’ho ribadito anche al segretario alla Guerra degli Stati Uniti Pete Hegseth”.

Ovviamente, non è mancata la voce del ministro per la sicurezza nazionale israeliano, Itamar Ben Gvir, il quale ha chiarito che l’accordo di Trump non è vincolante per Israele.

L’accordo di Trump per porre fine alla guerra con l’Iran, ha dichiarato Itamar Ben Gvir, “non vincola Israele” che è “una nazione indipendente e sovrana” e “non è subordinata agli Stati Uniti”.

Ben Gvir, in un lungo post su X, ricorda come il dovere dell’esecutivo sia “di garantire la sicurezza agli ebrei nella terra d’Israele. Ogni volta che ci siamo arresi alla pressione internazionale a scapito della sicurezza di Israele, abbiamo pagato un prezzo in sangue con gli interessi. Lo è stato negli Accordi di Oslo, lo è stato nell’accordo in Libano nel 2006, e lo è stato in tutto il periodo di contenimento a Gaza che ci è esploso in faccia”.

Ben Gvir sottolinea di “amare gli Stati Uniti” e di essere “grato al presidente Trump” e “tuttavia, lo Stato di Israele non è una repubblica delle banane”.

“La mia posizione – continua il ministro – è chiara: non siamo parte di questo accordo che non tutela la nostra sicurezza, e non ci vincola in alcun modo. Non dobbiamo compromettere lo smantellamento di Hezbollah, non dobbiamo ritirarci da nessun territorio conquistato e ripulito dalle nostre forze dalle infrastrutture terroristiche, non dobbiamo tornare a una situazione in cui migliaia di terroristi siedono sulle recinzioni degli insediamenti del Nord, e certamente non dobbiamo tacere nemmeno per un momento di fronte a un fuoco diretto contro lo Stato di Israele”.

Se vogliamo una nuova dimostrazione dell’inutilità politica dell’Unione Europea e della sua Alta rappresentante per la politica estera ci sono le dichiarazioni di Kaja Kallas, la quale ha detto che “non c’è l’unanimità necessaria per sanzionare Ben-Gvir. Molti Paesi hanno chiesto di sanzionare il ministro israeliano Ben-Gvir, ma dalle consultazioni informali che ho avuto con gli Stati membri non c’è la necessaria unanimità”.

Tanti saluti a Kaja.

Per quanto riguarda l’Italia Giorgia Meloni ha dichiarato: “Nella notte abbiamo già espresso, insieme a Francia, Germania e Regno Unito, il nostro forte apprezzamento per il memorandum d’intesa siglato da Stati Uniti e Iran nelle scorse ore. Un grazie sentito va a tutti i mediatori, e in particolare al Qatar e al Pakistan, che hanno reso possibile questa intesa”.

Giorgia Meloni ha poi aggiunto che l’accordo è “un’occasione di pace che va colta” e che “l’Italia, come già in passato, è pronta a sostenere il processo diplomatico verso un accordo complessivo. I principi sono chiari: l’Iran non può dotarsi dell’arma nucleare e la libertà di navigazione deve essere garantita. Siamo pronti, insieme agli altri partner, e fermo restando la necessaria autorizzazione parlamentare, a contribuire a una presenza navale internazionale per accompagnare la piena riapertura dello Stretto di Hormuz. È necessario, infine, che le ostilità cessino anche in Libano, dove l’Italia continuerà a lavorare per sostenere la sovranità libanese”.

L’annuncio del memorandum ha fatto crollare il prezzo del petrolio e salire le borse.

I prezzi del petrolio sono crollati di circa il 5%. Il presidente Donald Trump ha annunciato che le spedizioni di petrolio dal Golfo Persico potrebbero riprendere a breve, compresa la revoca del blocco statunitense sui porti iraniani.

I mercati petroliferi hanno subito notevoli perturbazioni dallo scoppio del conflitto alla fine di febbraio, con la quasi chiusura dello Stretto di Hormuz che ha interessato circa un quinto delle spedizioni mondiali di petrolio. I future sul greggio WTI cedono il 4,94% a 80,6 dollari al barile, toccando il minimo degli ultimi due mesi, mentre quelli sul Brent arretrano del 4,44% a 83,44 dollari al barile.

Autore

  • Desina Novalis

    Segretaria di professione, detective per passione, ama far luce sui punti oscuri di cronaca, politica nazionale ed estera.

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