Le civiltà della costrizione producono regolamenti e abiti che gli assomigliano
Sì, certo. Una bambina di dodici anni minacciata da un gruppo di bengalesi perché non indossa il burqa offre l’occasione più prevedibile del mondo per servire, in abito domenicale, la consueta polemica sull’incompatibilità tra Islam e Occidente.
Occasione ghiotta, ma banale.
Chi questa incompatibilità non l’ha ancora compresa è, alternativamente, un ingenuo o uno di quei professionisti del progressismo che, appena ieri, confidavano nel voto etnico proprio dei bengalesi per conquistare Venezia. Peraltro, le urne, come talvolta accade, si sono incaricate di correggere la sociologia.
Ma questa volta la notizia mi suggerisce una riflessione diversa. Forse superficiale. Ma non, credo, priva di senso.
Mi è capitato spesso, viaggiando per l’Europa, di essere riconosciuto come italiano – e mia moglie con me – semplicemente dall’abbigliamento. Sportivo o formale che fosse.
‘Are you Italian, sir? Yes, I am’.
E segue, quasi sempre, un sorriso soddisfatto dell’interlocutore, compiaciuto di aver indovinato.
Intendiamoci: non indosso nulla di costoso. Anzi, mi diverte cercare nei negozietti improbabili, sulle bancarelle accuratamente evitate dalla buona borghesia – quella della ‘gente nuova e dei subiti guadagni’, per dirla con Dante.
E, poi, c’è il privilegio, non piccolo, di una certa cura di sé che mi consente ancora di portare giacche, cappotti e camicie che hanno quarant’anni. Talvolta sessanta.
Sono i superstiti del memorabile guardaroba di mio padre, figlio di uno dei sarti più rinomati della Napoli della Belle Époque.
Quando porto a spasso quegli abiti, non soltanto mi sento ancora abbracciato da lui. So anche come indossarli. Come camminarci dentro. Quali gesti chiedano e quali proibiscano.
È una storia di famiglia? No: è molto di più.
È una storia di civiltà.
Se l’Italia – e, attraverso l’Italia, l’Europa – è stata ed è ancora uno dei centri mondiali dell’eleganza, non lo deve soltanto all’abilità dei suoi artigiani. Dietro una giacca ben tagliata, dietro un abito che cade con naturalezza, dietro la scelta di un colore o di una stoffa, c’è una certa idea dell’uomo.
C’è, in ultima analisi, l’antropologia cristiana.
Il cristiano, infatti, non si veste per obbedire a prescrizioni rituali. Non copre il capo perché un legislatore celeste gli abbia dettato la lunghezza della falda o l’ampiezza della manica. Non distingue tra tessuti leciti e illeciti come distingue tra il bene e il male.
Il cristianesimo ha trasferito il centro della religione dall’esteriorità alla coscienza.
Per questo, almeno nella sua forma europea, ha lasciato all’uomo uno spazio immenso di libertà. Anche nel vestire.
Da noi non esiste un abito obbligatorio per il laico. Esiste il buon gusto.
Che non significa lusso.
Significa armonia.
Significa misura.
Significa, soprattutto, quella grazia un po’ ironica e un po’ svagata che noi italiani chiamiamo sprezzatura: l’arte difficilissima di apparire naturali dopo aver curato ogni dettaglio.
Perché, se i cieli narrano la gloria di Dio, anche l’uomo dovrebbe fare la sua parte.
Il corpo non è una colpa da nascondere, ma una dignità da rispettare. Un giorno – insegna il cristianesimo – sarà perfino glorificato.
E, allora, perché non avvolgerlo, fin da ora, in belle stoffe, in colori armoniosi, in forme che ne rispettino la nobiltà?
Dio non è soltanto Verità e Amore.
È anche bellezza. La Bellezza.
Per questo provo pena per quella bambina minacciata. E provo disgusto per i suoi persecutori, non tanto per gli stracci informi che indossano, quanto per l’idea di divinità che quegli stracci rappresentano: una caricatura del Dio vivente, un dio che non guarda alla coscienza ma all’orlo di una manica, che non forma uomini liberi ma sorveglia schiavi obbedienti, che pretende di regolare perfino nel colore di una stoffa e nella piega di un velo.
La civiltà cristiana ha prodotto cattedrali, affreschi, musica, poesia, sartoria, giardini e piazze perché ha avuto fiducia nella libertà dell’uomo.
Le civiltà della costrizione producono regolamenti.
E, molto spesso, anche abiti che gli assomigliano.





