Il premier non abbassa la testa
Trump è ossessionato da Giorgia Meloni. Per la seconda volta in ventiquattr’ore il presidente degli Stati Uniti ha dedicato un post alla donna che guida un Paese di sessanta milioni di abitanti. Non la Cina. Non la Russia. L’Italia.
Prima «mi ha fatto pena». Poi, su Truth Social, «vuole tornare amica per far risalire i suoi numeri. No grazie!!!». Tre punti esclamativi. Come un adolescente che scrive alla ex alle tre di notte.
Ha sbagliato il nome e non è un caso. Ha scritto «Gigiorgia». Poi ha corretto. Nel 2019 aveva trasformato Giuseppe Conte in «Giuseppi». Non è dislessia: è il marchio che il bullo mette sulla vittima. Ti rimpicciolisco a partire dal nome.
Ma la vittima, stavolta, non si rimpicciolisce.
Meloni ha risposto in inglese, su Instagram, in modo che il mondo intero potesse leggere senza bisogno di traduzione:
«Presidente Trump, questi attacchi continui e immotivati sono insensati. Essere tua amica non ha certo favorito la mia popolarità. L’Italia rimane una nazione sovrana. La mia popolarità non è affar tuo. Ti suggerisco di concentrarti sulla tua».
E poi ha chiuso: «Non tornerò sull’argomento, perché credo ancora nell’unità dell’Occidente e non credo che questo sia uno spettacolo all’altezza del nostro compito».
Meloni non abbassa la testa. Con lei, come si dice a Roma, ha sbagliato indirizzo, numero civico e portone. E questo manda in cortocircuito l’intero meccanismo narcisistico di Potus.
Trump con lei impazzisce, perché non riesce ad avere l’ultima parola. Il suo è l’atteggiamento classico del narcisista maligno, abituato a zittire chiunque gli si metta davanti.
Nella sala del Consiglio di amministrazione, il dissidente viene licenziato. Nella campagna elettorale, l’avversario viene ridicolizzato fino a ritirarsi. Nella Casa Bianca del secondo mandato, i generali che dicevano no sono stati rimossi uno per uno. Il sistema ha sempre funzionato: alzi la voce, l’altro abbassa la testa.
Meloni non abbassa la testa. E il narcisista va in tilt.
Ma chi è, esattamente, l’uomo che pretende di rimpicciolire il premier italiano?
Stiamo parlando dello stesso che tre giorni fa ha sventolato ai giornalisti del New York Times, nello Studio Ovale, un documento in cui si certifica che è più grande di Napoleone, Alessandro Magno, Gengis Khan, Stalin e Hitler.
«I miei poteri sono illimitati», ha spiegato. «Loro non avevano gli aerei».
Trump ha attribuito la madre di tutti i riconoscimenti gloriosi a uno «storico presidenziale» di nome Dave King. Peccato però che Haberman e Swan, i due reporter del libro “Regime Change”, abbiano subito scoperto che Dave King è il caddy personale del golfista Gary Player.
Un portamazze che ha consegnato la sua perizia geopolitica durante una partita a Mar-a-Lago. La CNN ci ha riso sopra in diretta, con le lacrime agli occhi. Trump impavido lo ha rilanciato lo stesso su Truth Social, con un «Sounds good to me!».
Chiamiamo le cose con il loro nome: quest’uomo è un megalomane. Non in senso figurato, non come insulto da bar. In senso clinico.
Un ottantenne che si lacca i capelli per farli sembrare di più e si lacca l’ego per farlo sembrare immenso. Con la stessa tecnica: coprire il vuoto con lo strato successivo. Uno strato di spray sui capelli, uno strato di caddy camuffato da storico, uno strato di post su Truth Social alle tre di notte.
Sotto, c’è un uomo che invecchia male, che perde il filo, che confonde «Giorgia» con «Gigiorgia» e la grandezza con la prepotenza.
Ma che ha ancora il dito sui codici nucleari.
Questo è lo stesso uomo che il 7 aprile ha scritto su Truth Social: «Un’intera civiltà morirà stanotte, per non tornare mai più». Novanta milioni di iraniani liquidati in un post tra un golf e l’altro.
Poi ha fatto marcia indietro, ha accettato platealmente il cessate il fuoco, per il quale aveva di fatto implorato l’accordo, per usare un termine che gli piace molto per gli altri. Stavano infatti per scadere i 60 giorni, dopo i quali il Congresso avrebbe potuto fargli il contropelo.
La stessa bocca che minacciava di cancellare la Persia dalla storia dice oggi che Giorgia Meloni «gli fa pena» per una foto. La sproporzione non è retorica. È clinica.
E non se la prende con la Meloni. È un Trump contro tutti, che apre bocca e gli dà fiato.
Il Papa «mette a rischio i cattolici». Macron «si sbaglia sempre» e «senza di noi parlerebbe tedesco». Starmer «è debole, un altro Chamberlain». A Merz rinfaccia il D-Day. Zelensky è «un dittatore e comico mediocre».
Nessun leader occidentale si salva. Il pattern è sempre lo stesso: chi non si piega viene ridicolizzato, chi non applaude viene demolito. Non è politica estera. È un elenco di bersagli compilato da un ego ferito.
Peccato per lui, che alla lunga le sue intemerate personalistiche stiano assumendo il peso di un peto.
Il narcisista maligno non conosce il pareggio. Non esiste lo scambio alla pari, la divergenza tra alleati, il dissenso legittimo. Esiste l’adorazione o la punizione.
Quando Meloni era «young, beautiful, fantastic» il sistema era in equilibrio: lei applaudiva, lui concedeva l’abbraccio. Ora che Meloni ha scelto di difendere la sovranità italiana sulle basi, di proteggere il Papa, di non partecipare a una guerra non sua, il circuito si è interrotto.
E la punizione non si ferma perché non può fermarsi. Ogni risposta di Meloni è una nuova ferita narcisistica che esige una nuova escalation.
La cosa più rivelatrice del secondo post non è l’attacco. È la bugia.
Trump scrive che Meloni è in calo di popolarità. Fratelli d’Italia è il primo partito italiano dal 2022, ininterrottamente. La guerra in Medio Oriente è impopolarissima in Italia.
E Trump stesso ha un giudizio negativo dalla maggioranza degli italiani. Se Meloni ha perso qualcosa, lo ha perso per essere stata troppo vicina a lui, non troppo lontana.
Ma il narcisista inverte la realtà per adattarla al proprio schema: «Mi hai lasciato e ora stai male senza di me». È la grammatica dell’ex violento, non della politica internazionale.
Le conseguenze, intanto, sono già concrete. Tajani ha annullato la visita a Miami. Il Business Forum Italia – USA è saltato. Confindustria si è ritirata. Il ricevimento del 4 luglio a Villa Taverna, residenza dell’ambasciatore americano a Roma, si avvia ad essere desertato dal governo italiano.
L’ambasciatore Fertitta ha già chiamato Palazzo Chigi per tentare di contenere il danno. Il prossimo appuntamento è il vertice NATO di Ankara il 7 luglio, dove Meloni e Trump si troveranno faccia a faccia. Con quale clima è facile immaginarlo.
C’è un precedente che il pubblico italiano conosce bene. Nel 1985 Bettino Craxi disse no a Ronald Reagan su Sigonella. Fu una crisi durissima, ma Reagan, pur furioso, rispettò la sovranità italiana.
Nel 2026 Meloni ha detto no a Trump sulle piste di atterraggio per l’Iran. Trump ha risposto dicendo che gli fa pena.
Quarant’anni fa, dire no al presidente americano era un atto di coraggio che veniva trattato con il rispetto dovuto tra alleati. Oggi è un pretesto per essere umiliata in diretta su una rete televisiva dell’opposizione e inseguita con post ossessivi su un social network.
Non è cambiata l’Italia. È cambiato chi siede alla Casa Bianca.
E c’è ancora chi, con il cappellino rosso in testa, lo chiama leader del mondo libero.





