Per oltre vent’anni, i numeri del bilancio europeo hanno raccontato una storia immutabile: l’Italia è stata un contributore netto dell’Unione Europea.
Dal 1993 a oggi, le casse dello Stato hanno versato a Bruxelles circa 435 miliardi di euro, ricevendone in cambio 343 sotto forma di fondi ordinari per l’agricoltura e lo sviluppo.
Un passivo storico pesante, che superava i 90 miliardi di euro. Poi è arrivata la pandemia e, con essa, il Next Generation EU.
A uno sguardo superficiale, il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza ha ribaltato i rapporti di forza. Grazie a un massiccio afflusso di risorse, il passivo storico dell’Italia si è quasi azzerato, riducendosi a circa 20 miliardi di euro complessivi. Merito dei 71,8 miliardi di euro ricevuti a fondo perduto.
Per la contabilità di Bruxelles, l’Italia è diventata temporaneamente un beneficiario netto.
Ma la realtà dietro i saldi di bilancio è molto più complessa e rivela un prezzo politico ed economico altissimo.
Il primo nodo è finanziario. Per far ripartire l’economia, l’Italia non si è limitata ai sussidi, ma ha scelto di caricarsi sulle spalle ben 122,6 miliardi di euro di prestiti europei.
Un debito gigantesco che, sebbene ottenuto a tassi storicamente più vantaggiosi rispetto ai BTP nazionali, grazie al rating tripla A dell’UE, oggi presenta un conto salato.
Con il rialzo globale del costo del denaro, il tasso medio ponderato di questi prestiti ha toccato il 3,5%, traducendosi, nel solo 2026, in un esborso da 2,8 miliardi di euro di soli interessi annuali.
Il secondo nodo, forse più stringente, è politico.
A differenza dei soldi raccolti sul mercato tramite i BTP, di cui i governi mantengono la piena sovranità di utilizzo, i fondi del PNRR sono arrivati blindati da vincoli ferrei.
L’Europa ha imposto le sue priorità: quote rigide destinate alla transizione ecologica e alla digitalizzazione.
Risorse che non possono essere dirottate per affrontare le emergenze vive del Paese, come la riduzione della pressione fiscale su famiglie e imprese o la costruzione di centrali nucleari e l’estrazione di gas e la costruzione e manutenzione di infrastrutture strategiche.
Ma questa rigidità ha mostrato presto i suoi limiti strutturali. Nel tentativo di spendere miliardi entro la scadenza del 2026, l’Italia ha frammentato le risorse in migliaia di micro-progetti locali, spesso calati dall’alto in amministrazioni comunali prive del personale tecnico necessario a gestirli.
Il risultato è stato nei fatti poco positivo, anche a causa di un paradosso: un Paese sotto scacco di una burocrazia asfissiante e del costante ricatto del blocco delle rate europee in caso di mancato raggiungimento degli obiettivi.
Al di là di quanto sopra cennato, il bilancio finale dell’operazione PNRR è negativo: soprattutto quando la parentesi dei sussidi straordinari si chiuderà e inizierà la lunga stagione del rimborso dei debiti fino al 2058, l’Italia tornerà a essere un contributore netto, capiremo che gli investimenti vincolati di oggi non avranno gettato le basi per una crescita duratura ma avranno semplicemente lasciato in eredità un debito più pesante e infrastrutture non prioritarie.





