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Trump e la lezione di storiografia classica

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Previsione: Donald Trump non porterà a termine il proprio mandato

Una delle peggiori e durature eredità della storiografia marxista è stata quella di convincerci che gli individui contino poco.

Che la storia sia fatta da forze impersonali, da meccanismi economici, da strutture sociali, da categorie astratte: il Progresso, la Rivoluzione, il Proletariato, il Sottoproletariato, la Piccola e Media Borghesia e tutto il resto dell’armamentario ideologico che ha riempito biblioteche, cattedre universitarie e, talvolta, perfino qualche testa.

La cultura classica nella quale mi sono formato, e con essa l’antropologia cristiana, insegnano invece il contrario. La storia non è il prodotto di idee generali che passeggiano da sole lungo i secoli come dame impolverate.

La storia è la somma delle biografie – e delle scelte di coscienza – di coloro che la fanno davvero e in prima persona.

Non siamo noi, beninteso. Ché “La storia siamo noi” è solo una bella canzone ma un pessimo – e retorico – atteggiamento interpretativo.

La storia, da Alessandro a Cesare, da Costantino a Carlo Magno, da Napoleone a Churchill, è stata determinata da una trentina di uomini senza i quali il mondo sarebbe diverso. Molto diverso.

E qui veniamo a Donald Trump.

Donald Trump è uno psicotico egotistico e un cafone. Le due condizioni non si escludono. Anzi, la prima produce la seconda.

Le sue scelte politiche erratiche e contraddittorie non sono il frutto di una strategia. Se si ha una strategia, non si comincia a bombardare Teheran per poi implorare un accordo  qualsiasi – de facto rigettato da Israele e vorrei vedere! – con i pretacci sciiti e con i loro sanguinosi ascari regionali. Uso il verbo “implorare” non a caso, oggi.

Un accordo che tradisce il popolo persiano, che da cinquant’anni anni tenta di liberarsi dei suoi carcerieri teocratici e che questa volta ci aveva creduto.

Un accordo che tradisce – lo ripeto – anche Israele. Come, nella pratica, dalla Casa Bianca è già stata tradita l’Ucraina.

Ora: le scelte politiche, per quanto sbagliate, possiedono una logica, almeno iniziale. Qui la logica manca. Vi è piuttosto il continuo sovrapporsi di stati d’animo, impulsi, umori, risentimenti, paure e soprattutto morbose vanità. Un magma psicologico che pretende di diventare politica estera.

Attenzione: nelle mie riflessioni sulla storia ho sempre rifuggito il facile e popolare alibi della follia, considerandolo una volgare scorciatoia
Hitler non era pazzo. Stalin non era pazzo.

Erano piuttosto due ‘delinquenti’ politici. Ma conservavano una lucidità spietata. I loro crimini nascevano da una volontà ferrea, non da un cervello in disordine.
Trump appartiene a un’altra categoria.

Svetonio, che aveva accesso agli archivi imperiali in qualità di ab epistulis dell’imperatore Adriano, racconta che Caligola fu colpito da una grave febbre cerebrale dalla quale non uscì mai completamente.

E ciò che colpisce è la descrizione, anche patetica in verità, di un giovane uomo non presente a se stesso, attraversato da improvvisi lampi di onnipotenza, da accessi d’ira, da intuizioni grottesche e da gesti alla lettera inspiegabili.

Trump suscita una sensazione analoga.

L’irrazionalità delle sue decisioni, i suoi conati di strategia, le sue insolenze gratuite, la sua incapacità di mantenere una linea coerente per più di ventiquattr’ore, sono materiale più adatto a un’indagine psichiatrica che a una storiografica.

Nel 1965 Fletcher Knebel pubblicò un romanzo che fece molto rumore: Night of Camp David.

Lo ereditai dalla biblioteca del mio carissimo e coltissimo nonno. Lo lessi che ero un ragazzino

La trama è semplice. Nel pieno di una grave crisi internazionale, il presidente degli Stati Uniti manifesta segni sempre più evidenti di squilibrio mentale. Un giovane senatore – modellato in parte sulla figura di Bobby Kennedy – comprende che l’uomo più potente del mondo sta progressivamente perdendo il contatto con la realtà e tenta di fermarlo.
All’epoca era fantapolitica.

Oggi assomiglia inquietantemente al genere documentaristico.
Trump ha perso quel contatto con la realtà? Non so in quale misura. Non so da quando. Non possiedo né la competenze né la documentazione per formulare una diagnosi.

Ma so riconoscere i sintomi delle affezioni mentali.
E le insolenze di Trump – distribuite a tutti e oggi, con particolare volgarità, a Giorgia Meloni – appartengono a quel quadro.

Il problema, naturalmente, non riguarda soltanto gli Stati Uniti.
Riguarda l’intera alleanza occidentale.
Ma richiederebbe in primo luogo una presa d’atto collettiva da parte della classe dirigente americana.

Ecco: se qualche speranza nutro ancora, è nei confronti della politica d’oltreoceano. Soprattutto di quella repubblicana.

Non per virtù civica, sia chiaro. La virtù civica è una merce rara a Washington quanto l’umiltà nei talk-show italiani.

Più semplicemente perché i repubblicani comprendono che continuare a legare il proprio destino a un uomo sempre più incontrollabile significa avviarsi verso un suicidio politico di proporzioni apocalittiche.

Non soltanto nelle elezioni di medio termine, che i repubblicani considerano già perdute. Ma nelle prossime elezioni presidenziali.

Mi spingo, dunque, a una previsione. E lo faccio assumendomene ogni responsabilità: in un modo o nell’altro – espressione cinica che evoca qualunque scenario – Donald Trump non porterà a termine il proprio mandato.

Perchè, negli USA, quando l’uomo che occupa il centro della scena politica perde il governo di sé stesso, prima o poi perde il potere. Costituzionalmente o violentemente.

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