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Sovranismo non sia sinonimo di statalismo

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sovranismo

Sovranità della persona, della sua famiglia e del territorio, delle sue radici

Il sovranismo nasce come reazione al dirigismo degli enti sovranazionali, come l’Unione Europea, ma rischia di trasformarsi in un semplice sovranismo statalista, sostituendo il potere burocratico e pianificatore delle istituzioni sovranazionali con quello dello Stato nazionale, senza un reale ampliamento delle libertà dei cittadini.
Ciò che è necessario è invece un sovranismo fondato sulla persona, sulla famiglia e sulle comunità territoriali più vicine ai luoghi in cui si svolgono concretamente le attività economiche e sociali.

Un sovranismo che valorizzi il principio di sussidiarietà, l’autonomia delle comunità locali e le libertà naturali, limitando l’intervento delle strutture politiche superiori a ciò che non può essere efficacemente svolto dai livelli inferiori.

In questa prospettiva lo Stato dovrebbe essere una infrastruttura al loro servizio, non un centro di potere che ne comprime l’autonomia e la responsabilità ma ne valorizzi il localismo, sussidiarietà e libertà individuale, distinguendosi sia dal centralismo sovranazionale sia dal nazionalismo statalista.

La contrapposizione tra globalismo e sovranismo si sostanzia, da una parte, in coloro che ritengono le istituzioni sovranazionali il livello più adeguato per affrontare le sfide del mondo contemporaneo; dall’altra, incoloro che rivendicano il recupero della sovranità nazionale come condizione per la democrazia e l’autodeterminazione dei popoli.

Questa contrapposizione, tuttavia, rischia di rimanere prigioniera di una medesima concezione del potere: quella secondo cui la sovranità coincide sempre con una struttura politica centrale, sia essa sovranazionale o nazionale che opprime e limita la libertà del singolo. Il problema non riguarda soltanto il luogo in cui si esercita il potere, ma la sua concentrazione.

La vera domanda dovrebbe essere diversa: a chi appartiene originariamente la sovranità?
La tradizione liberale classica ha sempre sostenuto che l’individuo possiede diritti che precedono lo Stato.

Nella tradizione del pensiero liberale classico John Locke ha affermato che gli uomini nascono titolari di diritti naturali alla vita, alla libertà e alla proprietà. Lo Stato non crea tali diritti: esso viene istituito per proteggerli.

Quando il potere politico supera questa funzione e pretende di dirigere l’esistenza dei cittadini, perde la propria legittimità. Da questa prospettiva la sovranità non nasce nello Stato, ma nella persona. Le istituzioni politiche sono strumenti derivati, non fonti originarie dei diritti.

Il rischio di molti movimenti sovranisti contemporanei è quello di identificare la sovranità con lo Stato, attribuendo ad esso una funzione quasi assoluta. Ma uno Stato onnipotente resta tale anche quando è nazionale.

Adam Smith comprese che gran parte dell’ordine sociale non nasce dalla pianificazione politica ma dalla cooperazione spontanea degli individui.

L’economia di mercato, la divisione del lavoro, la crescita della ricchezza e le entità associative emergono dall’interazione libera tra le persone. Nessuna autorità centrale possiede le informazioni necessarie per dirigere efficacemente una società complessa.

Questa intuizione è stata sviluppata ulteriormente da Friedrich Hayek, secondo il quale la conoscenza è dispersa tra milioni di individui. Per questo motivo ogni tentativo di pianificazione centralizzata è destinato a produrre inefficienze e limitazioni della libertà.

Hayek ha dimostrato come il problema fondamentale non sia chi governa, ma quanto potere venga concentrato nelle mani di chi governa. Anche Frédéric Bastiat denunciò già nell’Ottocento la tendenza dello Stato a trasformarsi in uno strumento attraverso il quale alcuni gruppi cercano di vivere a spese di altri.

Nella sua opera più celebre, “La Legge”, ha sostenuto che il compito dell’autorità politica dovesse limitarsi alla tutela dei diritti individuali. Quando lo Stato assume funzioni sempre più ampie, tende inevitabilmente a comprimere le libertà e ad alimentare conflitti per il controllo delle risorse.

La critica di Bastiat conserva una sorprendente attualità sia nei confronti delle grandi burocrazie sovranazionali sia degli apparati statali nazionali.

Anche Carlo Cattaneo diffidava delle forme di centralismo e vedeva nel federalismo e nelle autonomie locali il vero fondamento della libertà politica: le comunità territoriali che vivono concretamente i problemi e ne sopportano le conseguenze territoriali possiedono conoscenze, interessi e responsabilità che nessun centro politico distante può sostituire efficacemente.

Per questo il federalismo non rappresenta soltanto una tecnica amministrativa, ma una filosofia della libertà. Anche

secondo Ludwig von Mises, un sistema basato sulla pianificazione centrale non è soltanto inefficiente: è incapace di effettuare un calcolo economico razionale. Senza prezzi generati dal mercato, nessuna autorità può sapere come allocare correttamente le risorse.

La conseguenza è che ogni ampliamento del controllo statale genera nuove distorsioni che richiedono ulteriori interventi, in una spirale crescente di dirigismo.

Per questo motivo il trasferimento di poteri verso strutture sempre più grandi non garantisce affatto una migliore capacità di governo.

A questo proposito Robert Nozick ha difeso l’idea di uno Stato minimo, limitato alla protezione dei diritti individuali e all’amministrazione della giustizia. Ogni funzione ulteriore rappresenta, a suo giudizio, una limitazione indebita della libertà personale.

E, secondo Murray Rothbard, gran parte delle funzioni attribuite allo Stato potrebbero essere svolte da istituzioni volontarie nate dalla libera cooperazione degli individui. Tutti questi pensatori condividono un principio fondamentale: la libertà non consiste nel trasferire il potere da un’autorità a un’altra, ma nel limitarne l’estensione.

La questione decisiva riguarda il rapporto tra potere e libertà. Un autentico sovranismo delle libertà dovrebbe partire dalla persona, riconoscere il ruolo fondamentale della famiglia, valorizzare le comunità locali, promuovere il federalismo e limitare la concentrazione del potere politico.

Le istituzioni superiori, nazionali o sovranazionali, dovrebbero intervenire soltanto quando le comunità inferiori non siano in grado di affrontare autonomamente un problema. Non come padroni delle comunità degli uomini, ma come loro servitori.

La vera sfida politica del XXI secolo non consiste solo nel decidere quale centro di potere debba governarci restituendo la sovranità alle nazioni europee rispetto alla UE, ma nel restituire potere alle persone, alle famiglie, alle associazioni, alle imprese e ai territori.

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