Cyber-spionaggio, alleanze ambigue e la trasformazione del signaling strategico nel sistema internazionale contemporaneo
Abstract
Questo lavoro propone un’interpretazione unificata delle trasformazioni contemporanee del potere nel sistema internazionale, attraverso l’analisi integrata di tre casi empirici: la comunicazione strategica nella lettera aperta di Volodymyr Zelensky a Vladimir Putin, le dinamiche di signaling politico nella comunicazione presidenziale statunitense in relazione al teatro mediorientale e il caso Project Raven come infrastruttura emergente di cyber-intelligence transnazionale.
L’ipotesi centrale è che il potere internazionale possa essere interpretato come progressivamente orientato da una logica basata sulla coercizione materiale e sulla deterrenza verso forme emergenti di costrizione percettiva, nella quale la dimensione decisiva non risiede soltanto nella capacità di influenzare le scelte degli attori, ma anche nella crescente capacità di rendere pubblicamente inevitabili le loro posizioni.
In questa prospettiva, il sistema internazionale viene interpretato come un ambiente informativo stratificato, in cui la produzione, l’accesso e la possibile esposizione delle informazioni relazionali tra attori generano nuove forme di vincolo strategico.
Tale dinamica produce un progressivo restringimento dell’ambiguità strategica, rendendo sempre più costosa la neutralità e sempre più frequente la necessità di posizionamento esplicito.
Attraverso un approccio qualitativo e multi-caso, il lavoro mostra come fenomeni apparentemente distinti – comunicazione politica, signaling strategico e cyber-intelligence – convergano verso una medesima logica sistemica: la trasformazione della visibilità in strumento di potere.
Introduzione
Il presente lavoro si inserisce in una traiettoria analitica sviluppata attraverso due precedenti contributi dedicati, rispettivamente, alle dinamiche di comunicazione strategica nella lettera aperta di Volodymyr Zelensky al Presidente della Federazione Russa e alle forme contemporanee di signaling politico nelle dichiarazioni presidenziali statunitensi relative ai principali teatri di crisi internazionale.
Nel primo caso, l’analisi ha evidenziato come la comunicazione politica in contesti di guerra non possa essere interpretata esclusivamente come strumento negoziale, ma debba essere compresa come dispositivo di costruzione narrativa rivolto simultaneamente a molteplici pubblici: l’interlocutore diretto, le opinioni pubbliche domestiche, gli alleati e gli attori internazionali non allineati.
In tale quadro, la lettera non si limita a proporre un canale di dialogo, ma sembra contribuisce a definire preventivamente i criteri interpretativi attraverso cui la risposta dell’avversario viene successivamente valutata.
Nel secondo contributo, l’attenzione si è concentrata sulle dinamiche di signaling politico nel contesto statunitense, evidenziando come la comunicazione presidenziale operi sempre più spesso non come semplice descrizione di decisioni strategiche, ma come produzione di vincoli interpretativi pubblici, potenzialmente in grado di influenzare il comportamento di attori regionali e sistemici attraverso la gestione dell’esposizione e della visibilità delle posizioni.
Il presente lavoro estende tale impianto analitico introducendo una terza dimensione empirica, rappresentata dal caso Project Raven, inteso non come episodio isolato di cyber-intelligence, ma come indicatore strutturale della trasformazione delle infrastrutture informative nel sistema internazionale contemporaneo.
Attraverso l’integrazione di questi tre livelli – comunicazione diplomatica, signaling politico e architetture di intelligence – l’obiettivo è quello di delineare una lettura unificata delle modalità attraverso cui il potere viene oggi esercitato attraverso la gestione della visibilità e la progressiva riduzione dell’ambiguità strategica.
Tale lettura non pretende di esaurire le dinamiche materiali della politica internazionale, ma si propone come una lente analitica orientata a evidenziare la crescente rilevanza della dimensione informativa nei processi di potere.
Testo
Nel gennaio 2019, un’inchiesta della Reuters rivelò l’esistenza di un programma di cyber-intelligence degli Emirati Arabi Uniti che impiegava ex–operatori della comunità di intelligence statunitense per attività di sorveglianza ed intrusione informatica.
Le origini del programma risalivano al 2008, quando gli Emirati, grazie al coinvolgimento del consulente statunitense Richard Clarke, istituirono una struttura nota come DREAD (Development Research Exploitation and Analysis Department).
A partire dal 2014 tale infrastruttura assunse la configurazione operativa che sarebbe successivamente divenuta nota come Project Raven, caratterizzata dall’impiego di numerosi ex operatori della NSA e della CIA reclutati tramite CyberPoint allo scopo di acquisirne le competenze altamente specializzate nel campo dell’intrusione digitale, della raccolta informativa e del monitoraggio di soggetti politici e strategici.
Questo articolo, contrariamente a quanto ci si potrebbe attendere, non si propone di analizzare Project Raven in quanto tale – prospettiva che finirebbe per ricondurlo a un episodio circoscritto – né di interpretarlo come una manifestazione contingente delle pratiche di cyber-intelligence.
Esso assume piuttosto tale vicenda come una soglia analitica attraverso cui rendere osservabile una trasformazione più ampia delle forme di esercizio del potere nel sistema internazionale contemporaneo, soprattutto nel momento in cui la complessa partita geopolitica globale vede emergere realtà statali la cui operatività non risulta più vincolata dagli assetti del bipolarismo consolidatisi all’indomani degli accordi di Yalta del 1945
Nato formalmente nel quadro della cooperazione antiterrorismo, il programma è stato successivamente oggetto di numerose inchieste internazionali che ne hanno evidenziato l’estensione operativa oltre la dimensione difensiva, includendo – ed è questo l’aspetto che qui, soprattutto ora, assume maggiore rilevanza analitica – attività di sorveglianza rivolte ad attori politici, attivisti e individui riconducibili anche agli interessi di Paesi alleati, tra i quali gli stessi Stati Uniti d’America.
Dal punto di vista metodologico, il caso non viene qui assunto come semplice studio empirico, ma come chiave di lettura delle trasformazioni strutturali in atto nel sistema internazionale.
Il paper non si limita pertanto ad analizzare il caso specifico, ma utilizza quest’ultimo per proporre una riformulazione del potere informativo nell’ordine internazionale contemporaneo.
L’assunzione di fondo è che alcune configurazioni di potere, sebbene non ancora direttamente osservabili nella loro piena estensione, tendono a manifestarsi con particolare nitidezza all’interno di casi limite particolarmente informativi, e nei quali processi altrimenti diffusi e opachi risultano temporaneamente concentrati.
Ne consegue che il valore analitico del caso non risiede tanto nella sua specificità empirica, bensì nella sua capacità di rendere osservabili dinamiche strutturali normalmente disperse nel sistema internazionale.
In questa prospettiva, Project Raven viene qui interpretato come un prototipo della nuova architettura globale della sicurezza, nella quale competenze, tecnologie e capacità di sorveglianza circolano all’interno di un mercato transnazionale dell’intelligence.
In tale contesto, gli Emirati Arabi Uniti emergono come nodo strategico paradigmatico di un sistema segnato, da un certo momento in poi, dall’intersezione tra dimensioni economiche, diplomatiche e di sicurezza, operando simultaneamente come alleato occidentale, hub globale e attore relativamente autonomo all’interno di una struttura internazionale sempre più caratterizzata da ambiguità sistemiche e forti polarizzazioni.
A partire da questo caso, l’articolo introduce la categoria analitica di “costrizione pubblica degli alleati”, definita come il processo per mezzo del quale il controllo asimmetrico delle informazioni e delle vulnerabilità relazionali non si limita a produrre vantaggi operativi, ma si traduce in uno strumento di coercizione informativa.
Tale meccanismo è in grado di indurre attori formalmente cooperativi ad assumere posizioni pubbliche esplicite, riducendo gli spazi di ambiguità strategica e trasformando relazioni implicite in scelte dichiarate e politicamente onerose.
In conclusione, il lavoro evidenzia come il sistema internazionale attuale potrebbe non essere più pienamente interpretabile attraverso la tradizionale dicotomia alleato/avversario, ma debba essere compreso come un ecosistema stratificato in cui il potere si esercita sempre più attraverso la gestione della visibilità, la produzione di esposizione e la traduzione dell’ambiguità in decisione pubblica.
In questa prospettiva, Project Raven non rappresenta un’anomalia, bensì un indicatore strutturale: il punto in cui la sicurezza cessa di essere monopolio istituzionale e diventa capacità diffusa di interferenza, pressione e definizione pubblica delle relazioni internazionali fondate sulla conoscenza delle reali intenzioni non solo degli avversari, ma anche degli alleati, i quali si configurano così come attori necessariamente pragmaticamente pro tempore.
Il caso Project Raven rappresenta uno dei punti di svolta meno compresi ma più rivelatori della trasformazione del potere nel sistema internazionale contemporaneo. Non si tratta semplicemente di una vicenda di cyber-intelligence, né di un episodio isolato di outsourcing della sicurezza da parte degli Emirati Arabi Uniti.
È qualcosa di più profondo: un dispositivo strutturale che anticipa e rende leggibile la logica della guerra ibrida nel suo passaggio dalla dimensione statale tradizionale a una dimensione stratificata, fluida e transnazionale, nella quale la distinzione tra alleato, concorrente e bersaglio diventa progressivamente porosa.
In questa prospettiva, Project Raven, nato come programma di sicurezza informatica degli Emirati Arabi Uniti e formalmente orientato alla lotta al terrorismo e al contrasto delle minacce interne ed esterne, ha finito per configurarsi, secondo quanto emerso da successive inchieste giornalistiche internazionali (Reuters, 2019), come una vera e propria unità di cyber-intelligence offensiva composta in larga parte da ex operatori della comunità di intelligence statunitense, inclusi profili provenienti dalla NSA, dalla CIA e da contractor dell’apparato di sicurezza americano.
Il punto decisivo, tuttavia, non risiede soltanto nella composizione del team, bensì nella sua funzione operativa: capacità di intrusione digitale, sorveglianza avanzata, raccolta di intelligence su larga scala e targeting di soggetti politici, attivisti, giornalisti e, secondo diverse ricostruzioni, anche individui riconducibili a interessi statunitensi.
È qui che si colloca la prima frattura analitica fondamentale. Se, da un lato, gli Emirati Arabi Uniti dichiarano di operare nel quadro della cooperazione antiterrorismo con Washington e di aver impiegato tali capacità per contrastare reti jihadiste come l’ISIS, includendo attività di monitoraggio di cellule attive nella regione del Golfo, dall’altro occorre rilevare come la medesima infrastruttura tecnologica e operativa che rende possibili tali attività difensive risulti strutturalmente indistinguibile da quella necessaria per operazioni di sorveglianza politica e strategica.
Ed è proprio in questa ambiguità strutturale che il caso finisce per assumere oggi una rilevanza sistemica (Rid, 2020; Pomerantsev, 2019).
La logica di fondo è semplice e al tempo stesso destabilizzante: una volta costruita una capacità di cyber-intelligence avanzata, la distinzione tra uso difensivo e uso offensivo diventa eminentemente politica, non tecnica.
In altre parole, la tecnologia non contiene in sé il proprio limite normativo. È il contesto strategico a definirne la traiettoria (Nye, 2004). Ed è qui che Project Raven diventa un caso paradigmatico della nuova condizione del potere globale.
Il programma emerge, infatti, all’interno di un più ampio processo regionale che diversi analisti hanno descritto come corsa agli armamenti informatici in Medio Oriente, in cui Stati come Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita, Israele, Iran e altri attori regionali competono non solo sul piano militare convenzionale, ma soprattutto sul piano della superiorità informativa e del controllo dei flussi digitali (Rid, 2020; Pomerantsev, 2019).
In questo contesto, la sicurezza non è più semplicemente difesa del territorio, ma capacità di penetrazione sistemica negli ecosistemi informativi altrui.
È proprio qui che emerge la dimensione più controversa del caso: la presenza di ex operatori americani che, dopo aver lasciato il servizio pubblico o la comunità di intelligence, trasferiscono competenze altamente sensibili a un attore statale straniero.
All’interno dell’establishment della sicurezza statunitense questo fenomeno viene percepito in termini ambivalenti, oscillando tra la logica del libero mercato delle competenze e quella della violazione di un’etica implicita del servizio pubblico.
Come osservato da Bob Anderson, ex dirigente dell’FBI, il problema non è solo legale ma morale: la trasformazione dell’ex intelligence officer in una sorta di “mercenario cognitivo” del sistema globale.
Tuttavia, la dimensione giuridica rimane sorprendentemente ambigua. Come rilevato da giuristi della sicurezza nazionale statunitense, mentre è chiaramente illegale la condivisione di informazioni classificate o il targeting diretto di infrastrutture americane, non esiste una cornice normativa completamente definita che impedisca la diffusione di know-how operativo generale.
Ed è proprio in questa zona grigia che si inserisce il caso Project Raven come caso limite del sistema.
Il punto di svolta politico-mediatico arriva quando la vicenda diventa pubblica attraverso inchieste internazionali e denunce interne, inclusa quella di ex membri del programma come Lori Stroud, che segnala il superamento di una linea rossa nel momento in cui le operazioni iniziano a includere cittadini e interessi americani.
Per comprendere la portata del fenomeno è necessario però compiere un passaggio ulteriore: Project Raven non è un’anomalia, ma un prototipo. È la manifestazione precoce di una trasformazione strutturale del sistema internazionale in cui la produzione di intelligence, la guerra cibernetica e la costruzione delle capacità di sorveglianza non sono più monopolio degli Stati maggiori, ma diventano elementi circolanti in un mercato globale della sicurezza (Freedman, 2006).
In questo senso, gli Emirati Arabi Uniti non sono un attore periferico ma un nodo strategico. La loro posizione come hub commerciale, finanziario e logistico tra Asia, Europa e Medio Oriente li colloca in una zona di intersezione sistemica in cui convergono interessi spesso divergenti: cooperazione con gli Stati Uniti, relazioni economiche con la Cina, interdipendenza energetica con attori regionali e relazioni pragmatiche con l’Iran attraverso canali indiretti e piattaforme commerciali.
È proprio questa ambiguità strutturale a renderli un attore centrale nella nuova geografia del potere.
E, detto per inciso, ad aver determinato la definizione del recente accordo tra USA ed Iran: un accordo che si segnala per essere, a conti fatti, il riconoscimento da parte degli Stati Uniti della sconfitta sul piano informativo e comunicativo, ovverosia su quel campo di battaglia sottovalutato un po’ troppo da Washington e da Tel Aviv al punto di dover necessariamente correre ai ripari per evitare la disfatta nonostante gli ampi successi conseguiti sul piano strategico militare, e ricompattare il complesso dedalo di alleanze ibride con i principali attori regionali mediorientali, con in testa gli UAE è l’Arabia Saudita.
È in questo punto che il caso Project Raven introduce una categoria analitica decisiva ante litteram per comprendere l’intero sistema contemporaneo: la costrizione pubblica degli alleati (Fearon, 1994; Schelling, 1966).
Dove per costrizione pubblica degli alleati si intende un meccanismo strutturale del sistema internazionale contemporaneo attraverso cui la detenzione asimmetrica di informazioni relazionali e vulnerabilità strategiche consente a un attore di trasformare relazioni latenti in vincoli pubblici, inducendo attori formalmente cooperativi a produrre dichiarazioni pubbliche irreversibili e politicamente costose.
Questo meccanismo introduce una forma distinta di coercizione informativa non cinetica, che si colloca oltre la deterrenza tradizionale e oltre la semplice influenza strategica.
Da qui il passaggio verso il piano del signaling strategico contemporaneo diventa naturale (Miskimmon, O’Loughlin & Roselle, 2013). Se un attore può osservare e potenzialmente rivelare le zone grigie delle relazioni internazionali, allora ogni attore è spinto a ridurre la propria ambiguità.
Ed è proprio questa la dinamica che ritroviamo nelle comunicazioni politiche contemporanee più visibili. Nelle dichiarazioni attribuite a Donald Trump sul teatro iraniano, dichiarazioni la cui struttura comunicativa non si limita a descrivere decisioni militari o diplomatiche, ma costruisce un campo percettivo in cui attori regionali e globali sono costretti a reagire pubblicamente (Entman, 2004).
La stessa logica emerge nella lettera aperta di Zelensky a Putin. Anche in quel caso, la dimensione decisiva non è la negoziazione in sé, ma la produzione di un vincolo interpretativo pubblico.
Il punto di convergenza è chiaro: il sistema internazionale contemporaneo non è più dominato solo da capacità materiali, ma da capacità di costrizione percettiva pubblica.
E Project Raven rappresenta il livello infrastrutturale di questo fenomeno, mentre la comunicazione politica contemporanea ne rappresenta il livello visibile.
Conclusione
In definitiva, il caso Raven non spiega solo il presente della cyber-intelligence. Spiega il funzionamento profondo di un sistema internazionale in cui la neutralità è sempre meno sostenibile, l’ambiguità sempre più costosa e la scelta sempre più spesso non è il risultato di una volontà autonoma, ma l’esito di una costrizione prodotta dall’esposizione.
In questo quadro, il caso Raven non descrive semplicemente una trasformazione della cyber-intelligence, ma rivela la struttura profonda di un sistema internazionale in cui la sovranità non è più definita dal controllo del territorio, ma dalla capacità di controllare la visibilità delle relazioni e di trasformare l’ambiguità strategica in decisione pubblica obbligata.
In questa prospettiva, il potere internazionale contemporaneo potrebbe non esercitarsi più esclusivamente attraverso il controllo della forza o delle alleanze, ma attraverso la capacità di rendere visibili, esponibili e quindi politicamente rilevanti le relazioni tra attori.
Bibliografia
• Anderson, B. (intervista e contributi su intelligence ethics e cybersecurity labor markets)
• Entman, R. M. (2004). Projections of Power: Framing News, Public Opinion, and U.S. Foreign Policy. University of Chicago Press.
• Fearon, J. D. (1994). “Domestic Political Audiences and the Escalation of International Disputes”. American Political Science Review.
• Freedman, L. (2006). The Transformation of Strategic Affairs. Routledge.
• Miskimmon, A., O’Loughlin, B., & Roselle, L. (2013). Strategic Narratives: Communication Power and the New World Order. Routledge.
• Nye, J. S. (2004). Soft Power: The Means to Success in World Politics. PublicAffairs.
• Pomerantsev, P. (2019). This Is Not Propaganda. PublicAffairs.
• Rid, T. (2020). Active Measures: The Secret History of Disinformation and Political Warfare. Farrar, Straus and Giroux.
• Schelling, T. C. (1966). Arms and Influence. Yale University Press.
• Reuters (2019). Investigative reporting on Project Raven and UAE cyber operations.
• Stroud, L. (whistleblower accounts on Project Raven operations)





