L’ideologia cattocomunista progressista distrugge le basi della convivenza in un Occidente che rischia di esplodere
Il paradosso è termine oggi essenziale per capire la negazione della democrazia da parte di due ideologie che si sono coniugate nel cattocomunismo e che rischiano di disastrare la convivenza comune.
Il termine paradosso deriva dalle parole greche parà (contro) e dòxa (opinione) e indica un’asserzione che, per il contenuto o per la forma in cui è espressa, appare inverosimile o contraria al comune senso pratico.
Da una parte c’è l’ideologia comunista, di impostazione hegeliana, che si è accomodata nel progressismo tecno finanziario e globalista e, dall’altra, quella cattolica, della finanza bianca prodiana e della linea bergogliana.
Il loro insieme è condito da una piccola borghesia asserragliata nei nuovi castelli feudali ZTL e appollaiata sulle foreste verticali come le scimmie del pleistocene e da un lumpenproletariat che ingloba, alimenta e dirige la protesta dei vari maranza.
Questo impasto rappresenta una delle facce del paradosso, quella sconvolgente e preoccupante di chi sta allestendo una bomba sociale che rischia di esplodere, perché è parà dòxa, è contro l’opinione comune e il buon senso pratico, in nome di due ideologie che si sono coniugate in una: il globalismo finanziario, peraltro morente in un mondo in rivolta contro chi aveva pensato di governare il mondo, e il cattocomunismo.
Un paradosso è un’affermazione o una situazione che appare autocontraddittoria o che porta a una conclusione apparentemente assurda o inaccettabile, partendo però da premesse che sembrano ragionevoli.
Il paradosso del cattocomunismo è che predicando l’antifascismo e la democrazia e praticando il globalismo porta a sovrapporre al senso comune, all’opinione del demos, un’ideologia che si presenta come assoluta verità, sia essa la verità dello Stato etico di Hegel, sia la verità di una lettura ad usum dei testi sacri in chiave sociologica e pro Ong: un impasto antidemocratico e totalitario.
Il paradosso, tuttavia, è anche assimilabile alla controintuizione quando si presenta come opinione che va contro il nostro senso comune o le aspettative immediate, spesso senza essere necessariamente paradossale in senso stretto.
E qui accediamo al paradosso inteso come controintuizione come quello che ci propone Karl Popper nel suo “La società aperta e i suoi nemici” quando afferma che, paradossalmente, una società aperta, tollerante, deve imporre un limite alla sua stessa tolleranza, pena la sua autodistruzione. La tolleranza, infatti, deve terminare laddove inizia la minaccia dell’intolleranza.
Nel testo “La società aperta e i suoi nemici” si legge: “La tolleranza illimitata porta alla scomparsa della tolleranza. Se estendiamo l’illimitata tolleranza anche a coloro che sono intolleranti, se non siamo disposti a difendere una società tollerante contro gli attacchi degli intolleranti, allora i tolleranti saranno distrutti e la tolleranza con essi”.
Obnubilati dalle loro ideologie i progressisti cattocomunisti non vogliono vedere quello che accade nella realtà e proiettano la loro tracotanza ideologica nello schema dell’antifascismo, in una proiezione psicologica che rende evidente come, se per fascismo si intende violenza e sopraffazione, i fascisti del terzo millennio sono proprio loro.
L’immigrazione sta creando problemi e tumulti sociali in tutta Europa.
La rivolta di Belfast è la punta violenta dell’iceberg di un problema molto più profondo e diffuso che ha visto la Svizzera andare alle urne per chiudere lo Stato elvetico ad una popolazione che superi i 10 milioni di individui.
I risultati delle urne sono del 45.4 % sì e del 54.6 % no. La Svizzera non porrà il tetto dei 10 milioni, ma è impressionante la quantità di sì, considerando che le istituzioni statali e cantonali si erano espresso per il no.
Ancora più impressionante è la divisione cantonale, come si può evincere dalla cartina, con i No nei cantoni francesi e italiani e i Sì in quelli Tedeschi.

Non solo, i No sono concentrati nelle città, che poi inducono il dato anche ai cantoni.
A Belfast un uomo di circa 40 anni, Stephen Ogilvie (tecnico radiologo locale), è stato aggredito con un coltello da Hadi Alodid, un trentenne rifugiato sudanese richiedente asilo. L’attacco è stato ripreso in un video virale che mostra l’aggressore mentre infierisce sulla vittima a terra (con tentativi interpretati come di decapitazione).
Ogilvie ha riportato ferite gravissime (ha perso un occhio, danni al volto, collo e schiena) ed è stato ricoverato in condizioni critiche, ma, per fortuna, in miglioramento nei giorni successivi. Nelle successive sono scoppiate violente proteste anti-immigrazione in varie zone di Belfast (soprattutto nord e est della città).
Le proteste anti-immigrazione in Europa sono aumentate in frequenza e visibilità tra il 2025 e il 2026, spinte da preoccupazioni su arrivi irregolari, alloggi per richiedenti asilo, criminalità percepita e pressione sul welfare e sugli alloggi.
Una delle proteste più grandi è stata la marcia “Unite the Kingdom” a Londra (settembre 2025), con 100.000-150.000 partecipanti convocata da Tommy Robinson. Ci sono stati scontri, arresti e feriti tra la polizia. Proteste simili si sono verificate in varie città, spesso contro hotel usati per alloggiare migranti.
Scontri violenti si sono avuti all’Aia (settembre 2025).
In Irlanda e Irlanda del Nord ci sono state proteste frequenti contro centri per richiedenti asilo, con episodi di violenza e tensioni legate a housing shortage e presunti crimini.
Altre proteste si sono avute in Polonia, Germania, Francia, Svezia, Danimarca e Grecia.
In vari paesi, dimostrazioni locali contro nuovi centri di accoglienza.
Come risposta politica l’Unione Europea ha accelerato rimpatri, hub in paesi terzi e controlli alle frontiere. Molti governi (anche centristi) hanno inasprito le politiche per rispondere all’opinione pubblica.
La Germania sta spingendo per rimpatri di afghani e siriani, soprattutto di chi ha precedenti penali, non ha diritto di soggiorno o non si integra.
Come sempre, l’ipocrisia mediatica e politica ha chiamato remigrazione l’espulsione forzata di chi è immigrato illegalmente.
In questo contesto, assume grande valore il concetto di reciprocità evocato da Leone XIV.
Nel suo intervento alle realtà di accoglienza, il Pontefice sottolinea diritti e doveri nell’integrazione e il legame tra carità e annuncio cristiano: «A voi, cari fratelli migranti, spetta una parte nobile e necessaria di questo cammino: aprirvi con fiducia alla comunità che vi accoglie, imparare la sua lingua, rispettare le sue leggi, conoscere i suoi costumi, partecipare alla vita comune».
A San Cristóbal de La Laguna (Tenerife), Leone XIV ha pronunciato parole che segnano un punto da tenere in considerazione nel dibattito sulle migrazioni, in quanto contrasta un immigrazionismo ideologico proprio della confraternita cattocomunista e progressista.
Per il Papa l’integrazione è una sfida etica che poggia sul pilastro della reciprocità, un concetto che esige responsabilità, tanto da chi riceve, quanto da chi arriva.
Il passaggio chiave del discorso non lascia spazio a interpretazioni ambigue: “Integrare è un cammino reciproco: chi arriva impara ad abitare una terra nuova, e chi accoglie impara ad allargare la propria casa senza diluire la propria identità né chiudere il cuore all’incontro. A voi, cari fratelli migranti, spetta una parte nobile e necessaria di questo cammino: aprirvi con fiducia alla comunità che vi accoglie, imparare la sua lingua, rispettare le sue leggi, conoscere i suoi costumi, partecipare alla vita comune e offrire con gratitudine i vostri doni”.
In queste parole risiede il rifiuto di un’accoglienza fine a sé stessa o, addirittura, finalizzata ad interessi di altro tipo, camuffati da buonismo.
La dottrina sociale della Chiesa ricorda che, sebbene l’accoglienza sia un dovere di fraternità, le autorità pubbliche hanno il diritto di porre “condizioni giuridiche” per l’esercizio dell’immigrazione. L’integrazione reale richiede infatti che chi è accolto rispetti con gratitudine non solo le leggi, ma anche il “patrimonio materiale e spirituale” della società ospitante.
Il principio di reciprocità, dal punto di vista giuridico, è la regola per cui, nei rapporti tra due parti (individui, gruppi o Stati), ciò che viene dato deve essere contraccambiato con un’azione, un vantaggio o un trattamento equivalente.
Nel diritto internazionale uno Stato garantisce ai cittadini di un altro Paese un determinato trattamento solo se il Paese di origine riserva lo stesso trattamento ai cittadini del primo Stato.
In Italia, l’art. 16 delle disposizioni sulla legge in generale (Preleggi) stabilisce che un cittadino straniero è ammesso a godere dei diritti civili attribuiti al cittadino italiano a condizione di reciprocità. La verifica, gestita dai professionisti come i notai, assicura la parità di trattamento tra gli ordinamenti.
In antropologia, il principio di reciprocità è affrontato da studiosi come Marcel Mauss, il quale descrive il meccanismo arcaico del dono, che si articola in tre fasi fondamentali: dare, ricevere e ricambiare.
Il concetto di dono di Marcel Mauss si presta molto bene a illuminare le dinamiche dell’immigrazione, dell’ospitalità e dell’integrazione.
In molte società tradizionali studiate da Mauss (e prima di lui da Malinowski), accogliere lo straniero è un obbligo di “dare”.
Offrire cibo, riparo, protezione non è un atto di pura carità, ma l’inizio di un ciclo: dare (il paese ospitante o i cittadini offrono accoglienza, servizi, diritti); ricevere (l’immigrato accetta l’ospitalità, entrando nella relazione); ricambiare (l’immigrato deve restituire, in forme diverse: lavoro, rispetto delle norme, partecipazione sociale, tasse, ecc.).
Se uno dei tre momenti fallisce, la relazione si incrina. Rifiutare il dono (chiudere le frontiere rigidamente) o non ricambiare (percezione di “parassitismo”) genera tensione sociale.
Nelle società del dono studiate da Mauss il controdono è fondamentale per mantenere il prestigio e l’uguaglianza relativa. Nel contesto migratorio spesso si crea invece un’asimmetria percepita: lo Stato o la società ospitante fa un “dono” (protezione internazionale, welfare, corsi di lingua, permessi) e l’immigrato è visto (o si vede) come colui che riceve senza poter restituire immediatamente o allo stesso livello.
Questo genera il classico sospetto moderno verso il “dono gratuito” (che Mauss e Mary Douglas criticano): «non esiste il dono libero». Se non si vede il ricambio (lavoro, integrazione culturale, lealtà), il dono viene reinterpretato come perdita o sfruttamento. Al contrario, quando l’immigrato contribuisce visibilmente, il ciclo si chiude e si crea legame.
L’integrazione riuscita è un ciclo di dono funzionante, non un’assimilazione a senso unico, né un multiculturalismo senza obblighi.
La soluzione non è più o meno dono, ma reciprocità.
Mauss ci ricorda che le società umane si reggono su questi cicli di obblighi volontari. Nel caso dell’immigrazione, la sfida è trasformare l’arrivo di persone da “dono problematico” (per alcuni) o “diritto senza condizioni” (per altri) in uno scambio totale che rafforzi la società invece di dividerla.
Quandi si tratta di rispetto di rispetto delle norme e delle tradizioni del Paese ospitante, sono assolutamente fuori luogo le azioni che impediscono, con la scusa dell’accoglienza, l’espressione della cultura autoctona.
In questo senso, il Papa ha rivolto un monito anche ai cattolici impegnati nell’accoglienza, affinché non snaturino la propria missione. La Chiesa non può essere ridotta a un’agenzia di servizi o a una “ONG che svolge un compito sociale”.
Leone XIV è stato esplicito: “Ai cattolici vorrei chiedere ancora una cosa: che l’integrazione non si riduca a un compito sociale, per quanto necessario… Una Chiesa che accoglie è anche una Chiesa che annuncia, offrendo Cristo senza imporlo e che, allo stesso tempo, riceve il Vangelo dalle mani dei poveri”.
L’accoglienza, dunque, non è un’alternativa all’annuncio, ma la sua forma più concreta: si offre il pane, il lavoro e la lingua, ma non si può privare l’altro dell’incontro con Gesù Cristo.
Siamo distanti anni luce dalle esternazioni di Jorge Mario Bergoglio che, ancora, costituiscono il pane quotidiano del cattocomunismo nostrano, che ha ridotto le parrocchie alle sezioni del Campo largo.





