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La politica italiana shakerata, non mescolata

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La politica italiana shakerata

«Grande è la confusione sotto il cielo, la situazione è eccellente»

La politica italiana è in agitazione shakerata, non mescolata.

L’espressione “shakerato non mescolato” si riferisce al celebre ordine di James Bond per il suo Vodka Martini. Quando si shakera il ghiaccio viene sbattuto violentemente contro il liquido.

Questo non solo raffredda molto rapidamente, ma rompe il ghiaccio in micro-schegge e aera il drink. Il risultato è un cocktail molto più freddo, leggermente più diluito e dal tipico aspetto torbido o velato.

Se si mescola, gli ingredienti vengono fatti girare dolcemente nel mixing glass con il ghiaccio. Questo garantisce un raffreddamento uniforme e un’eccellente diluizione controllata, mantenendo il drink perfettamente limpido e brillante.

Può essere che si giunga alla mescolatura, ma non è tempo. C’è aria di elezioni (settembre del prossimo anno) e di necessarie mescolanze (alleanze), ma in questa estate ormai incipiente l’agitazione è shakerata.

I due James Bond di questi giorni pre-solstiziali, i due gemelli astronomici incardinati nello zodiaco della politica nostrana, sono Matteo Renzi e Roberto Vannacci.

Partiamo dal primo 007, Matteo Renzi.

Matteo Renzi a Repubblica delle Idee a Bologna (13 giugno 2026, Piazza Maggiore, intervistato da Serenella Mattera ha lanciato un appello urgente all’unità dell’opposizione: “Basta litigare. Dobbiamo mandare a casa Meloni”.

Ha definito il governo Meloni un “disastro” per l’economia, il Paese e perché alimenta odio. L’obiettivo principale è impedire che il centrodestra (Meloni + Vannacci + Salvini) elegga anche il prossimo Presidente della Repubblica.

Attenzione, nel gruppo del centrodestra richiamato da Renzi manca Forza Italia, perché il gioco di Renzi è al centro, nella speranza di portare a casa un’alleanza con Marina Berlusconi.

Obiettivo chiaro, alleanze incerte, shakeraggio della sinistra e del cosiddetto Campo largo, che rischia di essere il cocktail di un’estate sinistra.

“Oggi – ha detto Renzi – non vedo la possibilità di individuare un Romano Prodi trent’anni dopo. Ok quindi se Elly Schlein, Giuseppe Conte e tutti coloro che vorranno partecipare hanno legittimamente l’ambizione di governare il Paese. Che si faccia una grande manifestazione e festa di popolo, 3 milioni di italiani vadano a votare alle primarie, si aprano le piazze, i gazebo, i circoli delle Case del popolo, delle parrocchie, si porti la gente a votare mentre la Meloni si rinchiude per paura di Vannacci”.

Che c’entrano le parrocchie? Ah, dimenticavo. Ormai con al CEI di Zuppi sono le nuove sedi arcobaleno del Pd.

“Noi – ha aggiunto Renzi – apriamoci alla società, vinca il migliore e quelli che perdono diano una mano a chi ha vinto. Voglio, penso e spero che il centrosinistra faccia le primarie non perché siano la soluzione di tutti i mali, ma perché senza le primarie è il caos. E io non voglio il caos perché voglio vincere le elezioni contro la Meloni. Questa è la mia proposta. Dopodiché avete delle soluzioni alternative? Se sì, quali”.

Poi, giusto per essere sé stesso, Renzi ha detto che è disposto a “giocare a centrocampo” (quello lo sapevamo già) o anche a “fare il massaggiatore” pur di battere Meloni: “pur di mandare a casa Meloni sono disposto a stare in panchina”.

Ve lo ricordate: “Enrico, stai sereno”. È diventato un meme. Il prossimo è: “Elly, Giuseppi, F&B, state sereni”.

Riguardo al centrodestra Renzi vede divisioni interne crescenti, con Vannacci che può far “implodere” l’alleanza e aiutare l’opposizione.

Se vogliamo leggere Renzi secondo la sua consuetudine comunicativa, dire da parte sua che senza le primarie c’è il caos, significa attivare il caos sin da subito, perché i “polli di Renzi” che stanno nel campo largo sono d’accordo tra di loro fino a quando possono dare del fascista a tutti quelli che non sono come loro, ma quando si tratta di dire qualcosa che abbia un senso sono come i capponi di Renzo, quello dei Promessi Sposi del Manzoni.

“Sentite, figliuoli; date retta a me», disse, dopo qualche momento, Agnese. […] «Fate a mio modo, Renzo; andate a Lecco; cercate del dottor Azzecca-garbugli, raccontategli… Ma non lo chiamate così, per amor del cielo: è un soprannome. […] Basta, cercate di quel dottore alto, asciutto, pelato, col naso rosso, e una voglia di lampone sulla guancia». […]. «Pigliate quei quattro capponi, poveretti! a cui dovevo tirare il collo, per il banchetto di domenica, e portateglieli; perché non bisogna mai andar con le mani vote da què signori. Raccontategli tutto l’accaduto; e vedrete che vi dirà, su due piedi, di quelle cose che a noi non verrebbero in testa, a pensarci un anno»”.

“Renzo abbracciò molto volentieri questo parere; Lucia l’approvò; e Agnese, superba d’averlo dato, levò, a una a una, le povere bestie dalla stìa, riunì le loro otto gambe, come se facesse un mazzetto di fiori, le avvolse e le strinse con uno spago, e le consegnò in mano a Renzo; il quale, date e ricevute parole di speranza, uscì dalla parte dell’orto, per non esser veduto da’ ragazzi, che gli correrebber dietro, gridando: lo sposo! lo sposo! Così, attraversando i campi o, come dicon colà, i luoghi, se n’andò per viottole, fremendo, ripensando alla sua disgrazia, e ruminando il discorso da fare al dottor Azzecca-garbugli. Lascio poi pensare al lettore, come dovessero stare in viaggio quelle povere bestie, così legate e tenute per le zampe, a capo all’in giù, nella mano d’un uomo il quale, agitato da tante passioni, accompagnava col gesto i pensieri che gli passavan a tumulto per la mente. Ora stendeva il braccio per collera, ora l’alzava per disperazione, ora lo dibatteva in aria, come per minaccia, e, in tutti i modi, dava loro di fiere scosse, e faceva balzare quelle quattro teste spenzolate; le quali intanto s’ingegnavano a beccarsi l’una con l’altra, come accade troppo sovente tra compagni di sventura”.

Il racconto manzoniano vede Renzo arrivare dall’avvocato, consegnare (con qualche riluttanza) i capponi alla serva. Parla  con Azzecca-garbugli, nasce l’equivoco (l’avvocato lo scambia per un “bravo”), e alla fine viene cacciato via con i capponi restituiti. Il dono viene rifiutato.

“Noi lanceremo le primarie delle idee dall’11 di aprile” – ha detto Renzi -, spiegando che il centrosinistra deve ora “trovare degli argomenti” e costruire una piattaforma condivisa prima ancora della scelta dei candidati.

«Grande è la confusione sotto il cielo, la situazione è eccellente», dice una massima attribuita a Mao Zedong. Nel suo pensiero, il caos provocato da sconvolgimenti sociali o politici non era un problema, bensì l’opportunità perfetta per azzerare i vecchi equilibri e favorire una trasformazione radicale.

Il caos del Campo largo è largo quanto il campo stesso.

I principali argomenti che dividono il “Campo largo” (PD, M5S, AVS e alleati minori) in Italia sono diversi e riguardano sia questioni ideologiche che di posizionamento strategico.

L’alleanza è tattica e “immobilista”, unita più dal comune avversario (centrodestra) che da un programma condiviso, con tensioni ricorrenti tra PD (europeista, atlantista) e M5S (movimentista, populista e cauto su alcuni temi internazionali).

Sulla politica estera e l’Ucraina la divisione è netta: il PD è atlantista e favorevole al sostegno militare e politico all’Ucraina. Il M5S mantiene una posizione più pacifista, con resistenze sugli invii di armi e accenti diversi sulla “pace”. Questo crea divisioni visibili in Parlamento. Le divisioni si riaccendono periodicamente su Gaza, Medio Oriente e rapporti con Russia e Cina.

Su Europa, Patto di Stabilità e politica economica, il M5S è più critico verso il Patto di Stabilità e le regole europee di bilancio e propone misure espansive e anti-austerità, mentre il PD è più filo-europeista e orientato alla stabilità istituzionale. Emergono differenze su nucleare (M5S contrario, PD più aperto o ambivalente), rinnovabili e transizione energetica.

Sulla giustizia il PD ha una tradizione più garantista (anche se non sempre enfatizzata per non scontentare gli alleati), mentre il M5S ha radici giustizialiste.

Sull’immigrazione il PD è generalmente più favorevole a politiche di accoglienza e integrazione, mentre il M5S (soprattutto sotto Conte) è più restrittivo, con echi dei “decreti sicurezza” del passato. Gli elettori M5S, su questo tema, sono spesso più vicini al centrodestra.

Su tasse e patrimoniale, Elly Schlein (PD) ha avanzato ipotesi di patrimoniale, criticata sia dal M5S che da Italia Viva (troppo rischiosa, potrebbe far fuggire capitali).

Se passiamo ad ambiente ed energia, AVS è molto più radicale su ecologia e opposizioni locali a infrastrutture, il PD deve bilanciare esigenze dei sindaci (es. termovalorizzatori a Roma) con gli alleati e il M5S è anti-nucleare e spinge su rinnovabili.

Veniamo al nodo delle primarie, quello dei polli di Renzi.

Qui le tensioni sono evidenti su chi deve guidare la coalizione (Schlein vs Conte) e sul metodo (primarie divisive). Il M5S ha veti su alleati come Italia Viva o Azione (considerati troppo centristi o “establishment”). Il PD rischia di apparire “appendice” del M5S per non provocare rotture, con critiche interne di immobilismo. Molti analisti descrivono il Campo largo come un’alleanza “per necessità” più che per convinzione, con un Pd spesso cauto per non rompere l’unità.

Veniamo all’altro James Bond che ama lo shakerato e non il mescolato.

Roberto Vannacci ha tenuto l’assemblea fondativa di Futuro Nazionale con slogan che andrebbero valutati con cura in chiave di comunicazione.

Vediamo i principali. «Noi rappresentiamo lo scarto e la feccia. E siamo orgogliosi di esserlo». «In Parlamento siamo una sporca dozzina, qui siamo i figli di nessuno e fierissimi di esserlo». «L’Italia agli italiani. Non ci vergogniamo di dirlo e anzi vi chiedo di dirlo anche voi». «O con noi di Futuro Nazionale, guardiani del sovranismo e della cittadinanza, o con Von der Leyen, Draghi, multinazionali e globalismo».

Ho sottoposto a due AI gli slogan pronunciati da Roberto Vannacci durante l’assemblea di fondazione di Futuro Nazionale, al fine di valutarne l’efficacia simbolica e comunicativa.

Prima risposta

In chiave di simbologia comunicativa, il discorso di Vannacci è un esempio molto efficace (e deliberato) di retorica populista-identitaria, con richiami storici e psicologici precisi.

1. Il ribaltamento dell’insulto (“scarto”, “feccia”, “sporca dozzina”, “figli di nessuno”).

Questa è la mossa comunicativa più potente. Simbolicamente trasforma una narrazione negativa imposta dagli avversari (Vannacci come estremista, razzista, ecc.) in un marchio di autenticità.

È un classico “proud to be deplorable” (alla Trump 2016: “basket of deplorables”). Chi ti chiama feccia è il sistema elitario, quindi essere feccia diventa sinonimo di essere popolo autentico, non corrotto dal politicamente corretto. Crea un forte effetto di coesione di gruppo (in-group/out-group): noi siamo gli esclusi, i puri, gli “scarti” che il sistema rigetta perché non assimilabili. È una simbologia quasi cristiana laica (i primi saranno gli ultimi, i perseguitati sono i giusti) mescolata a un’estetica da “avanguardia maledetta”.

2. “L’Italia agli italiani”. Slogan semplice, diretto, antichissimo nella destra nazionale. Simbolicamente evoca proprietà, appartenenza, sovranità sul proprio spazio vitale. Funziona perché è primordiale: richiama il concetto di “casa” e di “famiglia estesa” (la nazione). In un’epoca di migrazioni e globalizzazione, attiva istinti territoriali profondi. Non ha bisogno di spiegazioni: è un frame che forza l’avversario a giustificarsi (“perché non dovrebbe essere degli italiani?””).

3. La dicotomia netta (“O con noi… o con Von der Leyen, Draghi, multinazionali e globalismo”). Classica retorica dell’alternativa esistenziale. Crea un frame binario che semplifica la complessità: non ci sono sfumature, solo due campi di battaglia. Simbolicamente posiziona Futuro Nazionale come guardiano, sentinelle (lessico militare, coerente con l’immagine del Generale). Gli altri sono élite senza radici, disincarnate, anti-nazionali. Funziona emotivamente perché attiva paura della perdita di identità e orgoglio di resistenza.

Valutazione complessiva della strategia comunicativa

Punti di forza: molto alta coerenza identitaria. Il linguaggio è crudo, corporeo, quasi viscerale (“feccia”, “sporca dozzina”). Questo crea autenticità percepita in un panorama politico fatto di eufemismi. L’uso del “noi” inclusivo e il ribaltamento dell’oltraggio generano forte carica emotiva e virale. L’immagine del Generale con la platea che scandisce “Generale! Generale!” rafforza il carisma leaderistico-militare.

Punti di debolezza: il rischio è quello di autoghettizzazione. Definirsi “feccia” e “figli di nessuno” può rafforzare lo stereotipo presso il pubblico moderato o centrista, rendendo più difficile la coalizione o l’espansione oltre la nicchia sovranista dura. È una simbologia polarizzante per eccellenza: mobilita la base ma può spaventare chi cerca “normalità”.

In sintesi, è una comunicazione alta in identità, bassa in trasversalità. Tipica di chi vuole costruire un movimento di avanguardia piuttosto che un grande partito catch-all. Funziona bene nell’era dei social e della frammentazione, dove l’autenticità tribale batte spesso l’equilibrio istituzionale.

Ricorda certi momenti di populismo europeo, ma con un sapore più marcatamente “militante” e meno mediabile. È simbolicamente coerente con l’immagine che Vannacci si è costruito: il soldato che non si piega, l’uomo fuori dal coro, l’anti-sistema dentro il sistema. Che sia vincente dipenderà da quanto questa “feccia orgogliosa” riuscirà a diventare numericamente significativa.

Seconda risposta

Dal punto di vista della comunicazione politica, gli slogan di Roberto Vannacci seguono una logica molto precisa e piuttosto riconoscibile nel populismo contemporaneo.

1.”Noi rappresentiamo lo scarto e la feccia. E siamo orgogliosi di esserlo”.

Sul piano simbolico è una forma di riappropriazione dell’insulto. Il meccanismo è antico: prendere un’etichetta negativa attribuita dagli avversari e trasformarla in un distintivo identitario. In questo modo: si neutralizza l’offesa; si rafforza il senso di appartenenza; si costruisce una contrapposizione tra “popolo autentico” ed “élite sprezzanti”.

Il messaggio implicito è: “Ci chiamano feccia perché hanno paura di noi”.

Comunicativamente è forte perché genera orgoglio e solidarietà interna. Il limite è che può risultare respingente verso gli elettori moderati, che potrebbero percepire il linguaggio come eccessivamente conflittuale.

2. “In Parlamento siamo una sporca dozzina, qui siamo i figli di nessuno”

Qui troviamo due archetipi molto potenti: la minoranza eroica (“sporca dozzina” richiama il celebre film); gli outsider (“figli di nessuno”).

La narrazione è quella del piccolo gruppo che combatte contro un sistema molto più grande.

Sul piano emotivo produce: spirito militante; senso di missione; identificazione con chi si sente escluso dai centri di potere.

Dal punto di vista strategico è interessante perché trasforma una possibile debolezza numerica (“siamo pochi”) in una virtù morale (“siamo pochi ma puri”).

3. “L’Italia agli italiani”

Questo è probabilmente lo slogan più semplice e immediato.

La sua forza comunicativa deriva da tre caratteristiche: brevità; facilità di memorizzazione; richiamo identitario.

Funziona perché parla di appartenenza prima ancora che di politiche concrete.

Tuttavia è anche uno slogan che tende a polarizzare. Persone diverse possono attribuirgli significati molto diversi: tutela degli interessi nazionali; controllo dell’immigrazione; difesa culturale; oppure esclusione di gruppi percepiti come esterni.

La sua efficacia nasce proprio dall’ambiguità: ognuno può riempire la formula con il proprio significato.

4. “O con noi… o con von der Leyen, Draghi, multinazionali e globalismo”.

Qui il meccanismo è la semplificazione dicotomica.

Viene costruito un quadro in cui esistono due soli campi: il “noi”; il “loro”.

I nomi di Ursula von der Leyen e Mario Draghi non servono solo come riferimenti politici, ma come simboli di un intero sistema di potere percepito come distante dal cittadino comune.

Dal punto di vista persuasivo questa tecnica è molto efficace perché riduce la complessità e rende immediata la scelta identitaria.

Dal punto di vista deliberativo ha però un costo: tende a comprimere le sfumature e a trasformare il confronto politico in uno scontro tra appartenenze.

Lettura complessiva

Se guardiamo questi slogan insieme emerge una struttura narrativa coerente:

Noi Loro
figli di nessuno élite
feccia orgogliosa potenti
italiani globalisti
minoranza coraggiosa establishment

È una narrazione basata più sull’identità che sul programma.

La domanda che questi slogan pongono all’elettore non è principalmente: “Quali politiche vuoi?” ma piuttosto: “Chi sei?” e “Da che parte stai?”

Per questo motivo possono essere molto efficaci nel mobilitare sostenitori già sensibili ai temi della sovranità nazionale, dell’anti-establishment e dell’identità collettiva. Sono meno efficaci quando l’obiettivo è persuadere elettori moderati, indecisi o orientati a valutazioni più pragmatiche delle politiche pubbliche.

In termini puramente comunicativi, la costruzione è sofisticata nella sua semplicità: recupero dell’insulto, orgoglio dell’esclusione, appartenenza nazionale e contrapposizione amico-nemico vengono combinati in un’unica cornice narrativa molto compatta e facilmente ripetibile.

Conclusione

I due James Bond della politica italiana attuale vogliono shakerare e non mescolare. Per ora ci stanno riuscendo.

Da un certo punto di vista, «grande è la confusione sotto il cielo, la situazione è eccellente».

Renzi, usando l’astuzia che gli è congeniale, dice una cosa per dirne un’altra. Come ti chiami? “Nessuno”. Polifemo, che come dice il suo nome, parla molto, come i componenti del Campo largo, alla fine è ingannato e quando gli chiedono chi lo ha accecato risponde, giustappunto: “Nessuno”.

Renzi gioca, come sempre in proprio. Ha portato il Pd a fare il Conte II, poi se ne è andato per fondare il suo partito, poi ha fatto crollare Conte II per dare spazio a Draghi. Quando faceva il rottamatore nel Pd si è inimicato irrimediabilmente Massimo D’Alema, con quel che può significare anche oggi.

Vannacci, per ora, è la coscienza critica del centrodestra e, da quel che si capisce, ha una tecnica comunicativa raffinata, che non è certamente nata nei retrobottega e che, probabilmente, si avvale di studi che, contrariamente all’opinione comune, soprattutto di sinistra, contraddistinguono la formazione dei militari (nazionale e internazionale).

Il centrosinistra, finché è Campo largo, è come i capponi di Renzo ed è sottoposto allo shacker di Renzi.

Il centrodestra, se vuol vincere le elezioni, probabilmente deve ricalibrare la sua tecnica comunicativa, che non può stare semplicemente appesa alla figura della Meloni.

La partita è aperta.

«Grande è la confusione sotto il cielo, la situazione è eccellente».

Autore

  • Silvano Danesi

    Silvano Danesi, laureato in Filosofia all’Università Statale di Milano. Dopo la laurea ha seguito studi storici e antropologici, ha pubblicato diversi saggi di storia, antropologia e massoneria, e ha tenuto varie conferenze e seminari.

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