Meloni: “L’UE trovi un inviato autorevole per la pace”. Il migliore sarebbe proprio lei
Smontare le 145 delegazioni dell’EEAS per eliminare l’influenza delle ONG sugli Stati sovrani
La tempistica ha sempre una sua parte importante nelle questioni politiche.
Nella serata del 10 giugno 2026, i cancelli di Villa Abamelek, l’edificio che ospita la residenza dell’ambasciatore russo a Roma, si sono aperti per celebrare la Festa Nazionale della Federazione Russa, la Giornata della Russia, che cadeva il 12 giugno.
L’ambasciatore Alexey Paramonov ha colto l’occasione per ribadire la posizione del Cremlino sulla guerra in Ucraina e sulle sanzioni occidentali e ha difeso l’offensiva in Ucraina, definendola una “risposta alla guerra ibrida dell’Occidente” e un baluardo contro i tentativi di relegare la Russia “ai margini della storia mondiale”.
Tuttavia, nonostante l’ovvia difesa della linea di condotta di Mosca, Paramonov ha aperto uno spiraglio per le relazioni bilaterali con l’Italia. L’ambasciatore ha infatti ribadito che Mosca non si sente una “fortezza assediata” e rimane aperta al dialogo con i Paesi occidentali, Italia inclusa.
La condizione posta dal diplomatico è però chiara: Roma deve “rinunciare al proprio atteggiamento ostile e a qualsiasi tentativo di violare i legittimi interessi del nostro Paese”.
L’apertura di Paramonov sembrerebbe essere una dichiarazione di principio e una volontà di trovare un terreno comune.
Il giorno successivo, nel suo discorso alla Camera sulla politica estera, Giorgia Meloni, sia pure ribadendo la linea della solidarietà a Kiev, ha messo un piede dentro quello spiraglio, tenendo aperta la porta.
“Dobbiamo – ha detto Giorgia Meloni – contribuire a costruire le condizioni della pace, lavorando, insieme ai nostri alleati, a solide garanzie di sicurezza per l’Ucraina e a una nuova architettura di sicurezza europea che possa assicurare stabilità nel lungo periodo. Obiettivo per il quale è, chiaramente, indispensabile preservare l’unità euro-atlantica e rafforzare il coordinamento tra Europa e Stati Uniti. Sfida non sempre facile, ma necessaria. Solo che coordinamento non significa delega. In qualsiasi scenario di pace serio tra Ucraina e Russia, diverse condizioni dipendono dall’Europa, riguardano l’Europa, impattano sull’Europa. Ed è l’Europa a doverle negoziare. Intendo che la nostra fermezza nei confronti della Russia non deve trasformarsi in cecità diplomatica o autoesclusione”.
La risposta, sia pure indiretta, allo spiraglio di Paramonov non poteva essere più chiara.
Giorgia Meloni, tenuto aperto lo spiraglio, ha anche spiegato come si può aprire la porta.
“Continuo a porre il tema della necessità che l’Europa avvii una riflessione comune e pragmatica sulle modalità di una sua interazione con Mosca. Difendere i confini del diritto non ci impedisce di tenere aperti i canali necessari a raggiungere i nostri obiettivi: l’Unione europea deve essere pronta a guidare questo dialogo, mentre farebbe un errore a subirlo. Ma per farlo – una volta stabilito in maniera univoca quale sia, dal nostro punto di vista, l’obiettivo finale del negoziato – occorre individuare chi possa rappresentare gli interessi europei nel tavolo negoziale”.
Quest’affermazione ha il significato di un licenziamento in tronco di Kaja Kallas, ma anche dei tre del complesso dei volonterosi, i quali, del resto, erano già stati mandati a casa dalla portavoce del ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova, la quale, in una dichiarazione riportata dalle agenzie russe, ha detto, senza possibilità di equivoco, che le iniziative di “pace” promosse dalla Gran Bretagna, dalla Francia e dalla Germania nei confronti dell’Ucraina mirano a impedire le condizioni per negoziati che portino a una pace veramente duratura.
I leader di Gran Bretagna, Francia e Germania, ha aggiunto la Zakharova, in una dichiarazione pubblicata sul sito web del ministero, “stanno perseguendo una linea d’azione volta a impedire la creazione delle condizioni per i negoziati su una pace veramente globale, giusta e duratura. È significativo che non lo nascondano affatto”.
Per “Gli E3”, la musica è finita, gli amici se ne vanno, inutile piazzata.
I tre falliti bocciati da Mosca ed esclusi dalla Meloni sono quelli che, stando alla stampa progressista, avrebbero escluso il presidente del Consiglio italiano, isolando l’Italia e rendendola così esclusa dai momenti decisivi della politica del Vecchio Continente.
Nel teatrino dei falliti, messo in piedi dal complesso “Gli E3” non c’è nessuno, nemmeno un cane. Nemmeno i progressisti applaudono, perché di Ucraina sono stufi, non vogliono il riarmo, però sono anti Putin e anti Trump, non amano Zelensky, non sanno chi sono e hanno in testa una sola cosa, ossia che la Meloni è isolata dai falliti. Meglio così, di direbbe. Se entri in un fallimento rischi di fallire.
Giorgia Meloni non si è limitata a licenziare Kaja Kallas e “Gli E3”, ma ha anche messo a nudo il sistema assurdo nel quale versa un’Unione Europea ormai in pieno, evidente disfacimento da asfissia autoindotta.
“Procedere a tentoni con formati variabili, non adeguatamente rappresentativi – ha detto Giorgia Meloni a proposito di una possibile azione – produce solo frammentazione, confusione, debolezza. Cioè, il tema vero, dal mio punto di vista, non è chi faccia o meno parte di questo o di quel formato, ma piuttosto il fatto che, allo stato, nessun formato ha la legittimità per parlare a nome dell’intera Europa”.
Capito bene? Nessun formato è in grado di parlare a nome dell’intera Europa.
Dichiarazione di fallimento delle istituzioni europee.
Da qui l’esigenza di “individuare una figura autorevole, investita della fiducia e del mandato di tutti gli Stati Membri per portare il punto di vista dell’Europa, ed è in questa direzione che continuo a lavorare”.
Delegittimati e licenziati in un sol colpo la von der Leyen, Costa, la Kallas, “Gli E3”, il burosauro di Bruxelles.
L’armata Brancaleone nata a Maastricht per conquistare la terra promessa è finita in uno stagno degno nemmeno di re Travicello.
Chi resta? Il Papa? Leone XIV, sicuramente, è un gigante e lo è tanto più se lo guardiamo dalla prospettiva che da Roma guarda al Vecchio Continente, abitato da nani politici.
Trovare una figura autorevole è davvero impresa disperata.
La Merkel si è già sottratta. E ha fatto bene. Draghi, suggeritore di inutili politiche contro la Russia, non è adatto. Meglio che faccia il nonno. Gerhard Schröder, che sarebbe perfetto per Putin, non piace agli europei. Dei tre falliti meglio non parlare. I Baltici sono isteria anti russa all’ennesima potenza.
Potremmo importare J. D. Vance in franchising.
Arriviamo al dunque: il migliore leader europeo disponibile sulla piazza adatto a dialogare con Putin potrebbe essere proprio lei, Giorgia Meloni, anche per il fatto che sarebbe un ottimo ponte con Washington.
Eliminare il Servizio europeo per l’azione esterna
L’orazione funebre di Giorgia Meloni all’Unione Europea non è finita. Vediamo il seguito.
Il presidente del Consiglio italiano, nella sede del Parlamento della Repubblica, ha detto: “Se in Europa ci fossero meno formati che si sovrappongono, meno riunioni ridondanti, ma magari qualche scambio in più sulle risposte concrete, riusciremmo forse a offrire un contributo più efficace alla soluzione dei problemi”.
Tradotto: tante chiacchiere, tanto fumo e niente arrosto.
L’orazione funebre per la defunta Unione Europea arriva in un contesto che evidenzia non solo l’inanità dell’UE, ma la sua pericolosa inefficienza.
Secondo quanto pubblicato sul Financial Times, l’asse Parigi Berlino starebbe pensando alla radicale revisione o, addirittura, all’eliminazione del Servizio europeo per l’azione esterna (EEAS), ovvero l’intera struttura diplomatica delle istituzioni UE.
Secondo il Financial Times, che cita funzionari europei, è questo il progetto in fase di valutazione sull’asse franco-tedesco. Un progetto che già coinvolgerebbe altri Stati con il risultato di revocare i poteri all’Alta rappresentante UE, Kaja Kallas, redistribuendone le competenze e risparmiando un 1 miliardo di euro tra Commissione Ue e Stati membri.
Indipendentemente dalla sua realizzabilità in tempi brevi, quanto ci consegna il Financial Time ha un valore politico che conferma il fatto che l’Unione Europea non ha alcun valore strategico in campo diplomatico e che è meglio tornare alla diplomazia degli Stati.
Inoltre Kaja Kallas è, per le sue posizioni, ostativa a qualsiasi dialogo con la Russia.
“Il problema è strutturale e richiede una risposta strutturale”, ha detto una fonte al Financial Times, mettendo in chiaro che la questione riguarda le 145 delegazioni diplomatiche gestite dal Servizio europeo per l’azione esterna (EEAS) nel mondo, gestite sotto l’autorità dell’Alto Rappresentante per gli Affari Esteri e la Politica di Sicurezza e non includono le rappresentanze della Commissione europea negli Stati membri UE (che sono separate).
“Le capitali sono irritate e vogliono uno strumento più efficace per agire all’unisono sulla scena internazionale”, ha spiegato un altro funzionario avvertendo che “esiste un rischio concreto di smembramento dell’EEAS”.
Chiudere con l’influenza sovrastatale delle ONG e di Soros
E qui è necessario mettere il dito nella piaga: la rete delle ONG, le quali, spesso, interferiscono con la politica estera e con la politica interna degli Stati.
I rapporti tra il Servizio europeo per l’azione esterna (SEAE/EEAS) e le ONG sono stretti e strategici.
L’EEAS considera le ONG partner essenziali per la politica estera dell’UE, in particolare nella promozione dei diritti umani, della democrazia, della governance, della pace, della sicurezza e dello sviluppo sostenibile.
L’EEAS organizza e partecipa a forum strutturati con le ONG, come l’EU-NGO Human Rights Forum (edizione 2025 a Bruxelles, co-organizzato con DG INTPA e reti come HRDN). Questi eventi riuniscono difensori dei diritti umani da tutto il mondo, funzionari UE e rappresentanti della società civile per discutere sfide globali.
L’Alto Rappresentante ha più volte ribadito il sostegno a difensori dei diritti umani, inclusi incontri, monitoraggio processi e visite in detenzione.
Le delegazioni UE gestiscono bandi e programmi di finanziamento diretti alle ONG locali e internazionali.
Esempi recenti includono call per governance, diritti umani, anti-corruzione, biodiversità e transizione in vari paesi.
Non è possibile, in questo quadro, trascurare i rapporti con George Soros.
I rapporti tra l’EEAS e le organizzazioni legate a George Soros (principalmente le Open Society Foundations – OSF e il suo braccio di advocacy a Bruxelles, l’Open Society European Policy Institute – OSEPI) rientrano nel quadro più ampio della collaborazione dell’UE con la società civile, con un’interazione tipica tra istituzioni UE e ONG attive su diritti umani, democrazia, governance e politica estera.
Le Open Society Foundations (fondate da Soros) hanno un ufficio a Bruxelles focalizzato proprio sull’influenzare le politiche UE, promuovendo valori di “società aperta” (diritti umani, stato di diritto, inclusione, migrazione, lotta all’autoritarismo). L’OSEPI mantiene contatti regolari con policymaker dell’EEAS, Commissione, Consiglio e Parlamento Europeo.
Open Society Foundations finanzia numerose ONG e progetti in Europa e nei paesi partner dell’UE (Balcani, Europa orientale, Ucraina, ecc.), spesso su temi allineati alle priorità di politica estera UE (promozione della democrazia, diritti umani, società civile, integrazione europea. L’OSEPI fornisce analisi, raccomandazioni e input su politiche UE esterne. Partecipa a eventi, conferenze e consultazioni con l’EEAS (esempio su Africa, Europa orientale, diritti umani).
Nelle delegazioni UE all’estero, le ONG sostenute da Open Society Foundations possono essere partner in iniziative su diritti umani, monitoraggio elettorale, media indipendenti o aiuti umanitari, come avviene con molte altre organizzazioni della società civile.
Open Society Foundations è spesso al centro di dibattiti politici: criticata per un’eccessiva influenza pro-migrazione, pro-integrazione e “globalista”.
In molti casi la rete delle ONG interferisce con la sovranità degli Stati.
La sovranità statale va difesa
La sovranità statale implica il controllo esclusivo sul territorio, sulle leggi, sulla politica estera e sulle decisioni interne da parte di un governo legittimo.
Le ONG, specialmente quelle internazionali o transnazionali, introducono attori non eletti che esercitano influenza attraverso risorse finanziarie, lobbying, reporting internazionale e operazioni sul campo. Questo crea una tensione strutturale con il principio di non interferenza.
Molte ONG ricevono fondi da governi stranieri, fondazioni filantropiche (come appunto la Open Society Foundations di George Soros) o istituzioni sovranazionali come l’UE. Questo permette a donatori esterni di sostenere cause politiche (migrazioni, diritti umani, ambiente, gender) che possono contrastare le priorità nazionali.
Le ONG raccolgono dati, producono report e influenzano istituzioni internazionali (ONU, Corte Europea dei Diritti Umani, UE), imponendo di fatto condizioni sull’esercizio della sovranità.
Governi che resistono (ad esempio su rimpatri o confini) vengono messi sotto pressione mediatica e diplomatica. Questo “effetto condizionalità” erode il principio di non interferenza.
Nel Mediterraneo, alcune ONG di ricerca e soccorso hanno operato in modi che, secondo critici (inclusi governi italiani passati e attuali), incentivavano i flussi irregolari o limitavano il controllo delle frontiere. Casi simili in altre regioni vedono ONG sostituirsi parzialmente allo Stato nel gestire flussi e integrazione.
Russia, Ungheria, Egitto, India e vari paesi africani hanno approvato leggi contro “agenti stranieri” o restrizioni su fondi esteri proprio per tutelare la sovranità, citando interferenze esterne via ONG.
Non tutte le ONG sono “rete cospirativa”: esistono migliaia di realtà locali genuine. Il problema nasce quando diventano veicoli di global governance non democratica – attori privati o semi-pubblici che bypassano i parlamenti nazionali.
La globalizzazione, il diritto internazionale e i flussi di capitale hanno indebolito la sovranità westfaliana classica. Le ONG ne sono un sintomo potente, non l’unica causa (insieme a multinazionali, trattati commerciali, agenzie ONU).
In democrazia, l’elettorato decide le priorità: se una maggioranza vuole controlli migratori più stretti, confini sicuri o politiche culturali nazionali, le ONG non dovrebbero poterle neutralizzare tramite tribunali internazionali o campagne mediatiche.
Stati sovrani hanno il diritto (e il dovere) di regolamentare queste organizzazioni senza diventare autoritari. La distinzione chiave è tra aiuto umanitario neutrale e attivismo politico transnazionale finanziato dall’estero. Ignorare le preoccupazioni sulla sovranità alimenta populismi e reazioni legittime; affrontarle con regole chiare rafforza la democrazia.
Smontare le 145 delegazioni dell’EEAS significa, come si può ben comprendere, chiudere la fase del sostegno alle ONG e alla rete di influenza sovra statale che mette in discussione la sovranità degli Stati.





