La nona volta
Se davvero Washington si appresta a sottoscrivere una tregua con Teheran, Israele ha almeno il merito di aver capito per tempo che non tutte le guerre si vincono firmando un accordo. Alcune si perdono proprio così.
A guardare la carta geografica viene in mente una vecchia storia. La storia di Roma e di Seleucia – Ctesifonte, la capitale dei Parti.
Per otto volte le legioni romane entrarono nella città del Gran Re e poi dei Sasanidi. Per otto volte la conquistarono. E per otto volte la lasciarono. Talvolta per debolezza politica, talvolta per errori strategici, talvolta semplicemente perché mancò la volontà di concludere ciò che era stato iniziato.
Ogni volta Roma arrivò a un passo dal risolvere definitivamente la questione orientale. Ogni volta si fermò. Ogni volta tornò indietro.
Il risultato lo conosciamo. Quello spazio geopolitico sfuggì alla civiltà greco-romana. Non diventò Europa. Prima i Persiani, poi gli Arabi, poi gli Ottomani ne fecero il centro di una potenza destinata per secoli a contendere proprio all’Europa, diventata intanto cristiana, il controllo del Mediterraneo e dell’Asia anteriore.
Gli storici discutono ancora sulla data della morte politica dell’Europa. Personalmente ne ho una mia. L’Europa cessò di essere una superpotenza quando perse definitivamente il Medio Oriente nel 1916, con l’accordo Sykes-Picot, ultimo atto dell’imperialismo europeo e il primo del suo suicidio geopolitico. Francia e Gran Bretagna credettero di spartirsi il Medio Oriente; in realtà stavano soltanto preparandosi a perderlo.
Da quel momento, l’Europa iniziò lentamente a ritirarsi dalla storia, lasciando dietro di sé una delle regioni più strategiche del mondo, affidandola a precarie dinastie e a infide tribù di cammellieri, illudendosi che le conseguenze non sarebbero arrivate fino alle sue porte. Arrivarono. E continuano ad arrivare.
Perché chi controlla il Levante, la Mesopotamia e le grandi vie terrestri verso l’Asia controlla il Mediterraneo orientale, i commerci verso India e Cina, l’energia e il futuro. Controlla il mondo.
L’Europa? Osserva dalla finestra. Commenta. Convoca vertici. Produce comunicati. Non decide nulla.
Ma assente l’Europa, gli USA, di un Trump cui pure piace atteggiarsi a imperatore d’Occidente, sono sul punto di ripetere l’antico errore romano.
L’America ha inflitto colpi durissimi all’Iran. Ne ha compromesso capacità militari, prestigio regionale e credibilità. Eppure proprio nel momento in cui il regime appare più vulnerabile, riaffiora la tentazione occidentale meno commendevole politicamente: quella di credere che il nemico – o un nemico come l’Iran – sia pronto a diventare ragionevole.
È la stessa illusione che accompagnò il JCPOA (Joint Comprehensive Plan of Action, noto in Italia come Accordo sul nucleare iraniano del 2015).
Mentre diplomatici e commentatori celebravano il dialogo, Teheran continuava a sviluppare missili balistici, armi nucleari, rafforzava le sue reti regionali, finanziava milizie e organizzazioni terroristiche e manteneva intatta la propria struttura ideologica.
Perché il problema dell’Iran non è tanto strategico, militare o politico.
È religioso. È ideologico.
I regimi normali trattano per convenienza. I regimi teocratici trattano per sopravvivere in nome di principi metapolitici. Considerano il compromesso solo una pausa.
Chi immagina di poter applicare all’Iran il modello venezuelano dimostra di non comprendere la differenza fra una cleptocrazia corrotta e una teocrazia fanatica che odia l’infedele. Cioè noi.
Applicare all’Iran il metodo Venezuela? Una miope stupidità!
Lo chavismo è sopravvissuto grazie al clientelismo.
La Repubblica Islamica sopravvive grazie a una fede politica. A fede e politica conflate assieme.
Sono due fenomeni radicalmente diversi.
Lasciare in piedi il Corpo delle Guardie della Rivoluzione, i Basij e il monopolio clericale del potere significa lasciare intatta la macchina che ha prodotto il problema.
È come osservare il tumore, richiudere la ferita e dichiarare il paziente guarito.
La malattia resta.
Ora: nessuno pretende che il futuro dell’Iran venga deciso solo da eserciti stranieri. Saranno gli iraniani, alla fine, a dover costruire -se davvero la vogliono – un’alternativa.
Ma è difficile chiedere a civili disarmati di affrontare da soli apparati repressivi che per decenni hanno dimostrato di non avere alcuno scrupolo nell’uccidere, incarcerare e torturare.
Dal Movimento Verde del 2009 alle rivolte successive alla morte di Mahsa Amini, milioni di iraniani hanno mostrato di desiderare qualcosa di diverso dalla teocrazia khomeinista.
Abbandonarli oggi in nome di una nuova stagione di dialogo significherebbe condannarli a nuove repressioni e preparare la prossima crisi.
Perché è questo il punto che molti fingono di non vedere.
Se il regime sopravvive, la questione iraniana non sarà risolta.
Sarà semplicemente rinviata. Fra cinque anni. Fra dieci anni.
Con altri ayatollah, altri negoziati, altre promesse e, soprattutto, altri missili. Più numerosi. Più precisi. Per certo atomici.
E con una gittata sufficiente a ricordare anche agli europei e forse anche agli americani che la geografia, prima o poi, presenta sempre il conto.
Roma lo imparò a Seleucia-Ctesifonte.
Gli Stati Uniti rischiano di impararlo a Teheran.
Per la nona volta.





