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Medio Oriente punto centrale degli equilibri mondiali

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Al G7 Trump getta sul tavolo l’accordo con l’Iran, ma gli assetti sono più complessi

Al G7 di ieri, come era ovvio che fosse, Donald Trump ha messo sul tavolo l’asse da novanta dell’accordo con l’Iran, che ha definito come un grande successo, sottolineandone i benefici economici.

Il tavolo era quello di un pranzo di lavoro sul tema: “Affrontare le crisi e garantire la stabilità in Medio Oriente”. Pranzo di lavoro al quale hanno partecipato oltre ai membri del G7 anche i presidenti di Egitto (al-Sisi), Emirati arabi uniti (bin Zayed) e Qatar (Al Thani).

I leader presenti hanno discusso la situazione post-conflitto USA-Iran, con focus sulla riapertura dello Stretto di Hormuz (bloccato o ostacolato durante il conflitto), sulla stabilità regionale, sulla prevenzione del nucleare iraniano e sulle conseguenze economiche (prezzi del petrolio e sicurezza energetica).

Mentre l’attenzione è tutta rivolta allo stretto di Hormuz e all’uranio di Teheran, nel Medio Oriente sono avvenuti e stanno avvenendo accordi che cambiano radicalmente gli equilibri dell’area, ridisegnandone il futuro.

Agli Accordi di Abramo, risalenti al 2020, che hanno posto Israele al centro di una rete di riconoscimento diplomatico e di intese economiche con alcuni Stati arabi sunniti, si aggiunge ora, modificando radicalmente gli equilibri, lo STEP, accordo altrimenti detto Patto di Maometto, che riequilibra la centralità di Israele, assicurandogli la solidarietà in chiave esistenziale, ma riducendone le mire egemoniche sull’area.

STEP, acronimo delle iniziali dei quattro Stati che lo stanno apparecchiando (Saudi Arabia, Turkey, Egypt, Pakistan), è un progetto di alleanza militare ed economica in via di formazione.

È stato chiamato informalmente “Accordo di Maometto” in Arabia Saudita per valorizzare il ruolo propulsivo del principe ereditario Mohammed bin Salman (MBS) e il legame sunnita tra i quattro popoli aderenti ed è descritto, non senza ragione, da alcuni media, come una potenziale “NATO araba” o alleanza sunnita, con forti componenti di difesa comune e cooperazione economica.

Il progetto è maturato nel contesto della guerra tra USA, Israele e si basa sulla complementarità delle forze dei quattro Paesi, con l’Arabia Saudita, che mette nell’alleanza risorse finanziarie (petrolio), leadership politica e copertura ideologica (custode dei luoghi santi), con il Pakistan, che mette a disposizione la deterrenza nucleare, missili balistici e forze armate numerose (già legato all’Arabia Saudita da un patto bilaterale di difesa mutua del settembre 2025, con clausola “attacco a uno = attacco a tutti”, simile all’Articolo 5 della NATO), con la Turchia, che porta in dote l’industria della difesa avanzata (droni, sistemi moderni), esperienza operativa e tecnologia e con l’Egitto che ha uno degli eserciti più grandi e numerosi della regione, peso demografico e controllo del Canale di Suez.

Accordo di Maometto
La cartina rende evidente il contenimento dell’Iran da parte degli Stati aderenti all’Accordo di Maometto

Aspetti chiave dell’accordo

Militari: cooperazione in difesa, addestramenti congiunti (esempio aviazioni Egitto-Turchia), possibile forza di reazione rapida, condivisione di capacità (inclusa protezione di cieli sauditi). Include anche il controllo strategico di stretti vitali (Suez, Bosforo, Bab el-Mandeb, Hormuz).

Economici: accordi su infrastrutture (ferrovie, oleodotti, logistica), centri digitali e investimenti reciproci (esempio: oleodotto saudita verso il Mediterraneo).

L’accordo tra i quattro Stati sunniti non è ancora una struttura completamente formalizzata con comando unico, ma un quadro in costruzione basato sul patto Saudi – Pakistan già firmato, negoziati per l’ingresso pieno di Turchia ed Egitto e nasce come risposta sunnita per gestire autonomamente le crisi regionali, riducendo la dipendenza dagli USA, contenendo l’Iran e anche le mire espansionistiche israeliane.

In buona sostanza se l’Impero persiano, in veste sciita, intendeva essere una potenza imperiale regionale, il nuovo patto tra sunniti ridimensiona le aspettative di Teheran, mandando a gambe all’aria l’alleanza strategica e militare guidata dall’Iran per estendere la propria influenza e i propri interessi in Medio Oriente nota con il nome di Asse della Resistenza (Hezbollah, Houti, Hamas, milizie irachene, ecc.).

Da un certo punto di vista questa nuova alleanza, aumentando l’isolamento di Teheran, favorisce Israele, ma, nello stesso tempo, ne limita le mire neo imperiali che potevano basarsi sul fatto di essere l’unica potenza atomica dell’area in grado di fornire ombrello atomico agli Stati sunniti.

Mire egemoniche israeliane che, evidentemente, sono state illusoriamente alimentate anche dagli Accordi di Abramo che, mediati dagli Stati Uniti nel 2020, hanno normalizzato le relazioni tra Israele e diversi paesi arabi e musulmani.

Annunciati nell’agosto – settembre 2020, durante l’amministrazione Trump, e firmati ufficialmente il 15 settembre 2020 alla Casa Bianca, gli Accordi di Abramo hanno visto in prima battuta aderire Emirati Arabi Uniti (EAU) e Bahrein e successivamente Marocco (dicembre 2020), Kazakistan (novembre 2025, primo Paese dell’Asia Centrale), Sudan (accordo annunciato, ma ratifica ritardata) e, con mossa unilaterale di Israele il Somaliland (dicembre 2025).

Questi accordi rappresentano la prima normalizzazione significativa tra Israele e Paesi arabi dopo i trattati di pace con Egitto (1979) e Giordania (1994).

Gli accordi prevedono la piena normalizzazione delle relazioni diplomatiche, inclusa l’apertura di ambasciate; la cooperazione in ambiti come economia, commercio, turismo, tecnologia, sicurezza e salute; voli diretti, scambi culturali e interreligiosi; un focus su pace, prosperità e convivenza, con riferimento al patriarca Abramo (figura comune a ebraismo, cristianesimo e islam), da cui deriva il nome.

Gli Accordi di Abramo hanno prodotto un aumento significativo di scambi commerciali, investimenti, voli diretti e collaborazioni tecnologiche (soprattutto tra Israele ed EAU) e hanno contribuito a una maggiore integrazione economica regionale e a un fronte comune contro minacce come l’Iran.

Gli Accordi di Abramo sono considerati uno dei cambiamenti geopolitici più importanti in Medio Oriente degli ultimi decenni, con effetti duraturi su economia, sicurezza e diplomazia regionale.

Un altro accordo significativo è quello militare trilaterale Grecia-Cipro-Israele chiamato Joint Action Plan (JAP) per la cooperazione militare firmato a Nicosia (Cipro) tra il 22 e il 23 dicembre 2025.

I firmatari sono stati gli Stati Maggiori delle Forze Armate dei tre Paesi (Hellenic Armed Forces, Cypriot National Guard e IDF israeliane). Inoltre sono stati firmati anche piani bilaterali Grecia-Israele e Cipro – Israele.

Gli obiettivi sono: intensificare la cooperazione con esercitazioni congiunte integrate (terra, mare, aria), specialmente aeree e navali nel Mediterraneo orientale; addestramento di forze speciali; cooperazione su droni, guerra elettronica e condivisione di tecnologie (inclusa esperienza israeliana in sistemi anti-droni e laser); gruppi di lavoro specializzati e dialogo strategico.

In discussione la creazione di una forza congiunta di reazione rapida trilaterale di circa 2.500 militari (circa 1.000 da Israele, 1.000 dalla Grecia e 500 da Cipro), con squadroni aerei e assetti navali per proteggere infrastrutture critiche.

L’accordo è stato annunciato dopo il 10° Vertice Trilaterale dei leader (Netanyahu, Mitsotakis e Christodoulides) a Gerusalemme il 22 dicembre 2025.

La cooperazione trilaterale Grecia – Cipro – Israele esiste da anni (dal 2013 in ambito energetico, poi estesa a difesa) e si è intensificata dopo il deterioramento delle relazioni Israele-Turchia e le tensioni nel Mediterraneo orientale (gas, confini marittimi, rivalità con Ankara).

Gli accordi includono anche acquisti di sistemi israeliani. La Grecia sta acquisendo razzi PULS e Cipro ha schierato sistemi Barak MX.

A questo quadro va aggiunta la Siria, un tempo alleata dell’Iran e oggi decisamente fuori dall'”Asse della Resistenza”.

Le attuali alleanze e relazioni internazionali della Siria (giugno 2026) sono radicalmente cambiate dopo la caduta del regime di Bashar al-Assad nel dicembre 2024. Il governo di transizione guidato da Ahmed al-Sharaa (ex leader di HTS/Hayat Tahrir al-Sham) ha adottato una politica pragmatica di riallacciamento con ex avversari, mentre i legami storici con Iran e Russia si sono notevolmente indeboliti.

Tra i principali alleati della Siria ci sono la Turchia e gli Usa.

La Turchia è il principale attore influente e uno dei primi paesi a ristabilire relazioni diplomatiche (dicembre 2024). Ankara ha sostenuto attivamente l’offensiva ribelle, fornisce assistenza di sicurezza ed economica, ha interessi forti nel nord della Siria (opposizione all’autonomia curda) e supporta l’integrazione delle forze in un esercito nazionale unificato.

Gli Stati Uniti hanno allentato o sospeso molte sanzioni per favorire la transizione, supportano l’integrazione delle SDF curde e hanno facilitato dialoghi (anche trilaterali con Israele).

C’è stato un incontro tra Sharaa e Trump. Gli USA mantengono una presenza ridotta nel nord-est, ma stanno riducendo le truppe. La Siria inoltre ha aderito alla Coalizione Globale anti-ISIS.

Diversi Paesi arabi (Arabia Saudita, Qatar, Giordania, UAE, ecc.) si sono riavvicinate a Damasco.

Il Qatar ha ristabilito relazioni diplomatiche rapidamente; l’Arabia Saudita ha pagato debiti della Siria alla Banca Mondiale e fornito aiuti per stipendi pubblici. Gli stati del Golfo offrono sostegno economico per la ricostruzione. La Siria partecipa a summit arabi.

Non mancano rapporti con la Russia, che mantiene basi militari (Hmeimim e Tartus) e accesso limitato, ma ha ridotto il sostegno militare durante la caduta di Assad. Mosca ha rapporti pragmatici con il nuovo governo (incontri con Putin) e si concentra sulla preservazione degli interessi strategici, ma non è più un alleato prioritario.

Con Israele non mancano le tensioni, anche se ci sono negoziati, mediati dagli USA, per meccanismi di comunicazione congiunti su sicurezza e de-escalation (gennaio 2026).

Fatta questa panoramica, anche se incompleta, dato lo spazio di un articolo, è necessario analizzare i rapporti dei Paesi dell’area con Russia e Stati Uniti, in quanto se gli accordi di Alaska tra Putin e Trump reggono, Mosca e Washington avranno molte cose da dire e da dirsi in Medio Oriente.

I rapporti della Russia con i Paesi del Medio Oriente sono pragmatici, diversificati e orientati a bilanciare interessi economici, energetici, militari e geopolitici. Mosca mantiene relazioni con quasi tutti gli attori regionali, evitando alleanze esclusive e sfruttando divisioni (come quelle tra Iran e Stati del Golfo o tra Israele e altri) per aumentare la propria influenza, aggirare sanzioni occidentali e contrastare l’egemonia USA.

La Russia ha rafforzato legami economici con i Paesi del Golfo per bypassare sanzioni e ha consolidato il partenariato con l’Iran. Nonostante la perdita di influenza in Siria, Mosca rimane un attore rilevante grazie a diplomazia, armi, energia (OPEC+) e presenza militare residua.

Con l’Iran è stato firmato nel gennaio 2025 un Trattato di Partenariato Strategico Complessivo. Cooperazione militare (droni iraniani per l’Ucraina, aerei e tecnologie russe per l’Iran), energetica e sui corridoi di trasporto (INSTC).

La Russia non ha fornito sostegno militare diretto durante i conflitti con Israele/USA, ma mantiene stretti legami, senza rompere con gli avversari di Teheran.

Con Arabia Saudita e Paesi del Golfo (UAE, Qatar, ecc.) Mosca ha relazioni economiche forti e in crescita nonostante i legami di sicurezza con gli USA. Nessun Paese del Golfo ha aderito alle sanzioni anti-Russia. I Paesi monarchici del Golfo vedono la Russia come partner utile per diversificazione e controbilanciamento.

Con la Siriala Russia ha negoziato per mantenere basi militari sulla costa (Tartus, Khmeimim) e relazioni pragmatiche con il nuovo governo (HTS/al-Sharaa).

Con la Turchia Mosca ha relazioni complesse, ma funzionali (“partner avversari”). La Turchia bilancia Russia e Occidente.

Anche con Israele i rapporti sono pragmatici e di sicurezza, soprattutto sulla Siria. Israele li occasionalmente per il mantenimento della presenza russa in Siria come contrappeso alla Turchia. Mosca critica politiche israeliane ma evita rotture.

La Russia ha buoni rapporti con l’Egitto (armi, nucleare civile) e legami con vari attori (Iraq, Giordania, ecc.) e un ruolo importante in Libia.

Se volgiamo l’attenzione agli USA, i rapporti tra gli Stati Uniti e i Paesi del Medio Oriente sono complessi, strategici e in continua evoluzione, influenzati da sicurezza, energia, economia, Israele e contenimento dell’Iran.

Nel 2025-2026, sotto la seconda amministrazione Trump, si è assistito a un approccio transazionale: forti accordi economici e militari con gli alleati del Golfo, sostegno a Israele, azioni contro l’Iran (inclusi strikes) e un focus su investimenti e “America First”.

Israele è il principale alleato strategico degli USA nella regione, con condivisione di intelligence e militare. Gli Stati Uniti forniscono aiuti militari annuali consistenti (circa 3,8 miliardi di dollari + extra) e supporto incondizionato in conflitti recenti. Trump 2.0 ha rafforzato questo legame con munizioni e azioni congiunte contro Iran e proxy.

Con l’Arabia Saudita c’è una relazione storica, basata su petrolio, sicurezza e contenimento dell’Iran e su una forte partnership militare (vendite armi) e investimenti: Riyadh ha impegnato centinaia di miliardi negli USA. Riyadh diversifica verso Cina e altri per maggiore autonomia.

Gli Stati Uniti hanno partnership strette con Emirati Arabi Uniti (UAE) e altri Stati del Golfo (Qatar, Kuwait, Bahrain), con basi militari USA e gradi affari su AI, tecnologia, aviazione e difesa (es. miliardi con Boeing e data center). Gli USA sono garante di sicurezza, anche se i Paesi del Golfo cercano multi-allineamento (Cina, Russia).

L’Egitto è un alleato chiave per la stabilità (controllo Suez, pace con Israele dal 1979), con aiuti militari USA continui, cooperazione antiterrorismo e su Gaza. Relazioni pragmatiche, con qualche frizione su diritti umani o proposte su rifugiati palestinesi.

La Giordania è un alleato stabile e moderato, con basi USA e ruolo di mediazione. Riceve aiuti significativi per sicurezza e gestione rifugiati.

Con la Turchia relazioni complicate, anche se Ankara è membro NATO: divergenze su Siria, Kurdistan, S-400 russi e Hamas. Cooperazione su alcuni dossier antiterrorismo, ma tensioni ricorrenti.

Uno degli elementi da tenere in considerazione è che negli accordi di Maometto c’è la Turchia, che è membro della NATO. Lo stesso dicasi per l’accordo trilaterale Grecia – Cipro – Israele, perché la Grecia è membro NATO.

Stabilito che la Nato non può operare sotto il Tropico del Cancro, cosa accadrebbe se, ad esempio, la Turchia, entrasse in conflitto con Teheran in base all’Accordo di Maometto a causa di un conflitto tra Iran e Arabia Saudita? Ipotesi lontana? Fantapolitica?

Meglio comunque capire dove gli intrecci finiscono. E se la Turchia, che Israele ritiene una minaccia simile a quella dell’Iran, dovesse entrare in conflitto con Tel Aviv, la Grecia, altro membro della Nato, cosa farebbe?

Come si può ben vedere la questione del Medio Oriente è ben più complessa di quella del conflitto USA – Iran o Israele – Iran.

In questo difficile insieme intrecciato di accordi, è chiaro che grande parte possono avere i rapporti tra Mosca e Washington e che ora, più che mai, è necessario, anche per stabilizzare in modo solido il Medio Oriente che finisca la guerra in Ucraina.

Autore

  • Silvano Danesi

    Silvano Danesi, laureato in Filosofia all’Università Statale di Milano. Dopo la laurea ha seguito studi storici e antropologici, ha pubblicato diversi saggi di storia, antropologia e massoneria, e ha tenuto varie conferenze e seminari.

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