Quando la fedeltà a un principio è più forte di tutto
La premessa centrale di questo scritto – che tutto in natura tende al profitto – non è un’affermazione normativa, né un’apologia dell’egoismo, ma una constatazione ontologica.
Quando un atomo forma legami chimici per raggiungere uno stato di minore energia, quando un organismo cerca nutrimento per sopravvivere, quando un essere umano persegue il proprio interesse materiale o psicologico, nessuno di questi enti sta esercitando una scelta libera: essi seguono, necessariamente, le leggi che governano la loro esistenza.
Il secondo principio della termodinamica, che vincola i sistemi a comportarsi come strutture volte a ridurre la propria entropia interna al fine di esistere, gli imperativi biologici della sopravvivenza, i meccanismi psicologici del piacere e del dolore – tutti questi sono vincoli causali che determinano l’azione verso il “profitto” inteso come guadagno o preservazione di stabilità, energia, benessere o vantaggio.
Il termine “profitto” non va quindi inteso nel senso ristretto economico-capitalistico, ma come espressione della legge universale dell’interesse personale: ogni ente, per essere coerente con la propria esistenza, tende verso ciò che lo preserva, lo stabilizza, lo avvantaggia.
Questa non è una metafora, né un’analogia, ma il riconoscimento di una continuità ontologica tra il piano fisico, biologico e psicologico dell’esistenza.
Tuttavia, persino l’istinto di sopravvivenza può, in casi estremi, contraddirsi: quando la cessazione della sofferenza prevale sull’impulso a vivere, il desiderio di vantaggio si rivela relativo alla percezione soggettiva della realtà.
Ne consegue che la legge dell’interesse, intesa come ricerca di ciò che appare utile, si manifesta come il principio universale che regola il comportamento animato, comprendendo, al suo interno, anche l’istinto di sopravvivenza.
Se tutto ciò che segue la legge del profitto è necessitato – cioè determinato da cause naturali – allora la libertà autentica non può risiedere in questo dominio.
Un essere umano che agisce per interesse personale, per quanto complessi siano i suoi calcoli razionali o sofisticate le sue strategie, non sta esercitando libertà ma obbedendo a determinazioni naturali, agendo al pari di un automa causale.
È vincolato esattamente come l’atomo è vincolato dalle forze elettromagnetiche o l’animale dai suoi istinti.
L’unica manifestazione di libertà genuina è, quindi, l’azione morale – intesa come quell’atto immune alla legge naturale del profitto personale.
La libertà, pertanto, non è uno stato permanente, non è una condizione continua che distingue l’essere umano dall’animale in ogni momento della propria esistenza.
La libertà è un evento discreto. Accade in modo puntuale, in condizioni specifiche, quando la ragione impone un veto all’impulso generato dalla legge dell’interesse.
Il meccanismo ha una struttura identificabile: di fronte a una situazione in cui la legge dell’interesse produce una risposta determinata, l’essere razionale riconosce quella legge come operante su sé stesso – separandosi da essa come agente distinto – e impone un veto, agendo contro di essa per ragioni normative universalizzabili.
La libertà non è assenza di causalità, ma presenza di auto-causalità – la facoltà della ragione di darsi la propria legge. In questo senso, la legge morale rappresenta la sola forma coerente di autonomia.
L’origine metafisica di tale causalità sovra-naturale esula dagli scopi di questa indagine.
Così come la fisica quantistica prende atto della massa dell’elettrone o della costante di Planck misurandone gli effetti fenomenici senza esigerne una preventiva giustificazione metafisica, la filosofia deve applicare il medesimo modus operandi scientifico: muovere dall’osservazione dei fatti per giungere, attraverso l’ipotesi, alla formulazione della legge.
Riconoscere l’esistenza della legge morale è un atto dovuto di fronte a un’ampia classe di osservabili empirici – passati e presenti – che ne confermano la realtà e che non trovano spiegazione razionale entro i confini della legge universale del guadagno.
Individuata l’anomalia comportamentale come eccezione strutturale alla regola, si rende necessario edificare un modello teorico più generale che la ricomprenda.
A tal fine, si procede per via retroduttiva dalle anomalie osservate fino a rintracciarne la condizione di possibilità e la radice comune: la legge morale.
A seconda che il profitto agisca o meno come causa determinante ultima dell’agire, il modello così strutturato integra, al suo interno, due regimi causali complementari: quello della necessità naturale e quello dell’autonomia sovra-naturale.
Quando un individuo sceglie di agire senza mirare ad alcun tornaconto, perseguendo il vantaggio altrui anche a discapito del proprio, sta compiendo qualcosa di “sovra-naturale” nel senso etimologico del termine: sopra o oltre la natura, non riducibile alle leggi fisiche, biologiche o psicologiche che governano l’esistente sottomesso al profitto.
Questa è l’unica discontinuità nel tessuto causale dell’universo.
L’unicità umana non risiede nella razionalità, che può essere strumento del profitto, né nell’autocoscienza al servizio dell’interesse personale, ma nell’usarle entrambe per compiere l’unica azione etimologicamente coerente con il concetto di scelta: l’atto morale.
Ogni altra decisione, in quanto determinata dall’interesse, non è una scelta ma una reazione; solo l’azione morale trascende la necessità naturale attraverso un gesto libero che non serve alcun guadagno, seppur la legge morale non escluda il beneficio come conseguenza, ma come causa determinante.
Chi volesse confutare questa tesi ha l’onere concreto di spiegare, attraverso riduzione naturalistica, il comportamento – fra gli altri – di Gesù Cristo storico, che accetta liberamente la crocifissione pur potendo salvarsi ritrattando, di Simone Weil, che si lascia morire di fame per solidarietà pur potendo nutrirsi, di Gandhi, che digiunava fino allo stremo per la pace pur potendo interrompere il digiuno, di San Francesco, che abbandona ogni ricchezza per abbracciare la povertà assoluta pur potendo mantenere i suoi privilegi, di Socrate, che beve la cicuta piuttosto che tradire i suoi principi, pur avendo l’opportunità di fuggire che gli era stata offerta dai suoi discepoli.
In questi casi non si tratta di suicidio per cessazione del dolore – dove il termine della sofferenza rappresenta un guadagno superiore al costo della morte – ma di accettazione volontaria della morte o della sofferenza estrema per fedeltà a un principio morale logico, razionale, universale e autocausale: la libertà.
Da https://www.odysseo.it/legge-del-profitto-e-liberta-morale/





