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Il teatrino della giustizia spettacolare e il silenzio delle aule

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Il teatrino della giustizia spettacolare

La distanza incolmabile tra la narrazione dei salotti televisivi e la verità giuridica nei tribunali

“Quando la politica entra nel tempio della giustizia, la giustizia esce dalla finestra”.
Piero Calamandrei

​Il teatrino della giustizia mediatica, con le sue luci accecanti e i suoi verdetti pronunciati a mezzo busto, subisce costantemente la dura e inesorabile smentita della realtà fattuale e procedimentale.

Esiste una distanza siderale, quasi incolmabile, tra la narrazione che viene costruita nei salotti televisivi e la verità giuridica che si stabilisce, tessera dopo tessera, all’interno delle aule di tribunale.

Il recente caso che vede coinvolti la direzione de Il Fatto Quotidiano, la Procura Generale di Milano e la complessa vicenda legata all’estinzione della pena di Nicole Minetti rappresenta l’ennesimo capitolo di una tendenza ormai radicata nel panorama pubblico italiano: la sostituzione dell’azione legale con l’annuncio dell’azione legale, la preferenza per la proclamazione ad alta voce rispetto alla dimostrazione documentale.

​La cronaca recente ci consegna un dato incontrovertibile, che non si presta a interpretazioni di comodo.

Il Tribunale di Sorveglianza di Milano ha sancito l’estinzione della pena per Nicole Minetti, prendendo atto di un provvedimento di grazia concesso dal Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, e confermato dai successivi e rigorosi accertamenti condotti dalla magistratura milanese tramite l’Arma dei Carabinieri e l’Interpol.

Di fronte a questo scenario istituzionale, la reazione mediatica si è mossa sul binario della contestazione urlata, promettendo querele e denunce a mezzo televisivo contro i magistrati colpevoli di aver certificato la non rispondenza al vero di determinate ricostruzioni giornalistiche.

​La distorsione del processo mediatico

​Nelle dinamiche della comunicazione contemporanea, l’annuncio di una querela possiede un valore specifico superiore rispetto all’atto formale depositato in cancelleria. Il motivo è strettamente legato ai tempi e ai codici della televisione e dei social network.

L’immediatezza impone che l’opinione pubblica reagisca al momento, schierandosi istantaneamente senza attendere verifiche. L’assenza di filtri permette che sul piccolo schermo non serva allegare prove concrete, essendo spesso sufficiente l’autorevolezza del proclamante per validare una tesi.

Infine, la pervasività del mezzo garantisce una diffusione enorme, mentre la smentita o l’archiviazione successiva avverranno mesi dopo, confinate in un trafiletto quasi invisibile.

​Quest’inversione metodologica trasforma il diritto da strumento di accertamento della verità a clava retorica per il mantenimento del consenso. Chiunque abbia frequentato anche solo per un giorno i corridoi di un palazzo di giustizia sa che le battaglie legali si combattono con le memorie, i codici, le prove e il rispetto rigoroso delle scadenze procedurali.

Gridare in prima serata che si adiranno le vie legali non interrompe alcun termine di prescrizione, né tantomeno costituisce una prova di innocenza o di fondatezza delle proprie tesi. Rimane, appunto, un mero annuncio pubblicitario a beneficio del proprio elettorato di riferimento o dei propri lettori.

​Le istituzioni e il rispetto delle regole

​Il cuore della questione tocca il funzionamento stesso dello Stato di diritto. Quando la magistratura opera sulla base di accertamenti formali, le sue conclusioni possiedono un peso specifico che non può essere scardinato da congetture o da presunte fonti esotiche provenienti da oltreoceano.

La decisione del Tribunale di Sorveglianza non è il frutto di un compromesso politico o di un favore concesso, ma l’atto conclusivo di un iter amministrativo e costituzionale del tutto regolare.

​Attaccare i vertici della Procura o definire con espressioni colorite e irrispettose il Capo dello Stato significa minare la fiducia dei cittadini nelle istituzioni cardine della Repubblica.

La separazione dei poteri e il rispetto per i ruoli istituzionali richiedono che le decisioni giudiziarie vengano impugnate nelle sedi opportune e con gli strumenti previsti dall’ordinamento, non stigmatizzate davanti alle telecamere per alimentare la polarizzazione e il risentimento del dibattito pubblico.

​La solitudine del giudicato rispetto al rumore di fondo​

Nell’ambito dello scontro giudiziario puro, lo strumento principale è rappresentato dalle prove, dai codici e dai documenti vagliati rigorosamente, con l’obiettivo finale di ricercare la verità processuale.

Al contrario, nel salotto televisivo lo scontro si alimenta di slogan, annunci di querele ed enfasi retorica, avendo come unico scopo la cattura dell’attenzione e il consenso immediato del pubblico a casa.

​Mentre il dibattito pubblico si infiamma attorno alle dichiarazioni programmatiche, la macchina della giustizia prosegue il suo corso con una metodica e quasi ostinata indifferenza rispetto al rumore di fondo.

Le sentenze passano in giudicato, le pene si estinguono e i fatti vengono accertati indipendentemente dalle narrazioni collaterali. La vicenda descritta dimostra come l’annuncio permanente di azioni legali rischi di trasformarsi in un boomerang di credibilità per chi lo utilizza come unica linea di difesa o di attacco.

​La lezione che se ne ricava è antica quanto il diritto stesso: la giustizia esige serietà, silenzio operoso e rispetto per i passaggi formali. Quando la retorica mediatica pretende di scavalcare le regole del foro, finisce inevitabilmente per infrangersi contro la dura realtà dei provvedimenti scritti, firmati e depositati, che rimangono a futura memoria molto più a lungo di qualsiasi effimero passaggio televisivo in prima serata.

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