La navigazione del ritorno all’Origine, con lo sguardo noetico della filosofia prima
La perdita della bussola e del cielo stellato
Per navigare seguendo la rotta ci vuole la bussola e in assenza di questa il sestante, lo strumento di navigazione astronomica utilizzato per misurare l’angolo di elevazione del Sole o della Stella Polare.
L’Europa ha perso la bussola e anche il sestante. Per questo motivo non è più in grado di navigare, sia nei mari della geopolitica talassocratica, sia nel mare delle acque primordiali, dove navigano i nostoi alla ricerca dell’Origine.
L’Europa è ammalata di oicofobia (odio della propria casa, della propria identità), vive di sensi di colpa per il suo passato di guerre intestine e di conquiste coloniali, si vergogna della sua identità ed è avvolta da una cappa pesante di nichilismo, travestito da progressismo, frutto di una sapiente propaganda tesa a destrutturare il Vecchio Continente e a introdurre un pensiero unico materialista, transumanista, con alcuni tratti inquietanti di vera e propria negazione della stessa presenza antropica sul pianeta.
L’ecologia ideologica ha espulso l’essere umano, cosicché la casa Terra è progressivamente stata considerata come oggetto di violenza antropica.
L’oicofobia nichilista si è trasformata in oicofobia di sé stesso dell’essere umano, che odia la propria casa terrena, il suo humus, traducendo questa oicofobia di sé in eutanasia, in ideologia di morte, in una sorta di cupio dissolvi servito alle masse come rimedio possibile ad ogni scostamento dal paradigma transumanista che è, nella sua intrinseca essenza, nazismo travestito da progressismo.
La tecnica, nuova religione soteriologica, pretende di sostituirsi alla natura, non di cooperare con essa, e si propone come demiurgo capace di dare concretezza ad ogni desiderio alienato dell’essere umano che ha perso la bussola e il sestante ed è, pertanto, disorientato e incapace di elevare lo sguardo, così come dovrebbe e come indica quel potente messaggio di Leone XIV: “Alzad la mirada”.
Si passa così, con lo sguardo rivolto ad un meta mondo della tecnica, all’utero in affitto, a discussioni demenziali sul mestruo del maschio, in odio alla logica, al buon senso e al pudore.
Hashem Al-Ghaili, un divulgatore scientifico e filmmaker, nel 2022 pubblicò il video concettuale “EctoLife: The World’s First Artificial Womb Facility”. Nel video immaginava una struttura capace di far crescere fino a 30.000 bambini all’anno in uteri artificiali, senza la necessità di una gravidanza tradizionale.
Esistono testi, come quello di Yuval Noah Harari, Homo Deus, dove l’autore afferma: “Per gran parte della storia, la morte è stata considerata un problema metafisico. Oggi sempre più persone la considerano un problema tecnico”.
Harari sostiene che nel XXI secolo una parte delle élite tecnologiche e scientifiche non vede più l’invecchiamento e la morte come un destino inevitabile, ma come qualcosa che potrebbe essere progressivamente combattuto con biotecnologie, medicina rigenerativa, ingegneria genetica e intelligenza artificiale.
C’è anche una frase in Homo Deus che rende bene la perdita di bussola e di sestante: “Vogliamo reingegnerizzare i nostri corpi e le nostre menti per sfuggire alla vecchiaia, alla morte e alla miseria”.
La follia dilaga in questa stagione di nazismo travestito da progressismo, secondo quanto suggerisce il proverbio inglese: “The devil wears Prada”, ossia il diavolo o il potere possono presentarsi sotto un’apparenza elegante e affascinante, così come il filantropo del Racconto dell’Anticristo di Vladimir Solov’ëv.
Eppure, in questo agitarsi della follia del progressismo nichilista, nonostante questo stagno nel quale affoga la logica, emerge un anelito di spiritualità che va intercettato, accolto, compreso, indirizzato, riportato a navigare sul mare dove agiscono le onde della nostalgia, di quel richiamo che deriva dal dolore della lontananza dall’Origine e induce al ritorno.
Navigando sulle onde del ritorno

La metafora delle due navigazioni è un famoso racconto allegorico che Platone espone nel Fedone per descrivere l’evoluzione del suo pensiero. Essa rappresenta il passaggio cruciale dall’indagine naturalistica, basata sui sensi (la prima navigazione), alla scoperta della dimensione metafisica e intelligibile delle Idee (la seconda navigazione).
La prima navigazione è condotta dall’inganno dei sensi.
Nella prima parte del suo percorso, Platone (attraverso la voce di Socrate) paragona la filosofia ai marinai che navigano con le vele spiegate. Questa navigazione rappresenta l’affidamento ai sensi e alle spiegazioni puramente fisiche e meccaniche.
La seconda navigazione è la scoperta della metafisica. La bonaccia fa ammainare le vele e costringe i marinai a ricorrere ai remi: questa è la seconda navigazione, molto più faticosa ma sicura. Abbandonando l’osservazione puramente sensibile, ci si affida alla forza della ragione e del lògos.
Con questo sforzo intellettuale, Platone scopre il mondo intelligibile, ovvero il regno delle Idee (o Iperuranio). Le Idee sono le vere cause della realtà. Ad esempio, un oggetto è bello non perché è composto da certi materiali, ma perché partecipa all’Idea di “Bello in sé”.
Cosa può essere la terza navigazione?
La terza navigazione è la via dell’iniziato; è la via del ritorno, attivata dalla nostalgia ed è filosofia.
Una delle a affermazioni più celebri di Novalis è: «La filosofia è propriamente nostalgia (Heimweh), impulso a essere ovunque a casa propria».
Qui la nostalgia è il sentimento di una mancanza originaria. L’essere umano percepisce di non coincidere pienamente con il mondo e perciò è spinto a cercare un’unità più profonda, una volta trovato la quale è a casa propria pienamente.
C’è una suggestiva vicinanza con la ὁδός di Parmenide, la via che conduce a una verità necessaria e immutabile. Per Novalis il cammino stesso, animato dalla nostalgia dell’assoluto, è costitutivo dell’esperienza filosofica.
La nostalgia di Novalis è una forma di desiderio metafisico: il sentimento dell’infinito dentro il finito.
La nostalgia attiva l’ὁδός (hodós), il cammino verso l’ἀρχή (archē), l’origine e verso ἀλήθεια (alētheia), il non nascondimento che apre lo spazio a Mnēmosynē , la memoria.
In Novalis la filosofia nasce proprio dalla tensione tra memoria dell’origine e ricerca di una dimora universale: una sorta di viaggio interminabile verso ciò che sentiamo come nostro senza possederlo mai completamente.
La navigazione del lògos dell’anima ci riporta alle origini del pensiero occidentale, quello dei Nostoi (dal greco νόστοι, “ritorni”) che erano, nella mitologia e nella letteratura greca, i racconti del ritorno in patria degli eroi achei dopo la guerra di Troia.
Il tema del nostos (il ritorno a casa) è centrale nella cultura greca: non rappresenta soltanto il viaggio fisico, ma anche il recupero dell’identità, della famiglia e del proprio posto nella comunità dopo le prove della guerra.
Il pensiero autentico, secondo Parmenide, deve seguire la via che l’Essere stesso rende possibile, così che “lo stesso è pensare ed essere” (τὸ γὰρ αὐτὸ νοεῖν ἐστίν τε καὶ εἶναι – to gar auto noein estin te kai einai), dove pensare è reso con νοεῖν (noein), ossia, per come lo traduce Angelo Tonelli[i], è intuizione.
La possibile risposta alla domanda di che cosa sia la terza navigazione è, pertanto, che è quella del lògos dell’anima.
Se questa è la risposta, ne consegue che il cambio di paradigma attualmente necessario ci riporta all’antico, alle parole iniziali, alle origini del pensiero greco, che ci parla dell’ente e dell’essere e del lògos non inteso come descrizione, parola, ma come principio di coerenza formale, principio ordinatore, agente del sorgere.
La navigazione è, pertanto, quella che si avventura sull’infinito oceano dell’Essere, quell’ εἶναι (eînai), l’infinito del verbo essere.
L’ente è ōn, si scrive ὤν ed è il participio presente del verbo essere (εἰμί). Significa letteralmente “colui che è” o “l’ente”.
Se il navigante è l’anima, dobbiamo inevitabilmente confrontarci con Eraclito, il quale nel Frammento 22B45 DK, afferma: “Ψυχῆς πείρατα ἰὼν οὐκ ἂν ἐξεύροιο, πᾶσαν ἐπιπορευόμενος ὁδόν· οὕτω βαθὺν λόγον ἔχει.
Traduzione italiana comune:
«Per quanto tu vada, non riuscirai a trovare i confini dell’anima, percorrendo ogni strada: tanto profondo è il lógos che essa possiede».
Questo frammento sottolinea l’insondabilità della ψυχή (psiché).
Anche viaggiando all’infinito in ogni direzione, non si raggiungono i suoi limiti, perché il suo logos (il suo principio interno) è straordinariamente profondo (bathys).
Il frammento è spesso accostato a quello DK 22 B 115
ψυχῆς ἐστι λόγος ἑωυτὸν αὔξων.
«Dell’anima è proprio un logos che accresce sé stesso», che ne rafforza il senso di profondità e vitalità dinamica.
L’Odissea, viaggio del ritorno e recupero di parole principiali
Poiché il viaggio è inteso, per rimanere nella metafora platonica, come navigazione, il primo riferimento necessario è al viaggio di Odisseo e al suo ritorno a Itaca, il cui significato come luogo del ritorno va ben oltre la semplice geografia: è la metafora universale del ritrovamento di sé stessi, delle proprie radici e della meta finale che dà senso all’intero percorso.
Questo concetto si dipana su due livelli.
Il primo livello è il “Ritorno a Casa” (Il mito di Ulisse).
Per Odisseo nell’Odissea, Itaca rappresenta la patria, la famiglia e la stabilità dopo anni di guerre e peripezie. Non è solo un luogo fisico, ma la conquista della propria identità minacciata dal tempo e dall’oblio.
L’altro livello è il valore stesso del viaggio. Nella celebre poesia Itaca del poeta greco Costantino Kavafis, il “ritorno” assume un significato filosofico. Itaca è il pretesto per mettersi in cammino, ma il vero tesoro è il viaggio stesso. L’isola ti dona “il bel viaggio” e, quando ci arrivi, non ti delude perché ti ha reso una persona più saggia e ricca di esperienze.
In sintesi, Itaca come ritorno significa comprendere che non si può apprezzare la meta e la propria essenza senza aver vissuto l’esperienza trasformativa del viaggio.
Il titolo dell’opera di Omero, Ὀδύσσεια (Odýsseia), collegato al nome del suo protagonista, Odisseo (Ὀδυσσεύς, Odysseús). L’etimologia del nome Odisseo è antica e controversa. Già gli antichi Greci lo associavano al verbo ὀδύσσομαι (odýssomai), “essere adirato”, “provare odio”, “suscitare ostilità”.
Tuttavia, alcuni studiosi hanno osservato una possibile vicinanza fonetica e simbolica tra hodós (“cammino”) e Odýsseia, dato che il poema è essenzialmente il racconto di un lungo viaggio di ritorno. Questa connessione è però più interpretativa e poetica che etimologicamente dimostrata.
Quindi: ὁδός (hodós), via, cammino, percorso e Ὀδύσσεια (Odýsseia), il poema relativo a Odisseo. Non si può affermare con certezza che Odissea derivi da hodós, ma sul piano simbolico e filosofico associare ὁδός all’Odissea come “il grande cammino” è una lettura molto suggestiva e spesso adottata in ambito umanistico.
Nel proemio del poema di Parmenide, infatti, ὁδός (hodós) è uno dei termini più importanti e non indica semplicemente una strada fisica. Il poema si apre con il racconto di un viaggio iniziatico: il poeta viene trasportato su un carro dalle cavalle lungo una via che conduce alla Grande Dea (Daimon – Δαίμων). In questo contesto, ὁδός è certamente un percorso, ma assume subito un significato epistemologico e filosofico: è la via della ricerca, il cammino del pensiero verso la verità, dove il pensiero è n greco antico, nous (scritto νοῦς, originariamente nóos) tradotto come “mente”, “intelletto”, “ragione” o “spirito” e che Angelo Tonelli traduce più propriamente come intuito, intuizione.
“Ovunque sia possibile – scrive Tonelli – tradurrò il verbo νοέω (noéō) con intuire, e analogamente con intuizione, intuito, intuibile, i sostantivi e gli aggettivi derivati dalla stessa radice: in νοέω è presente un riferimento al «vedere» (cogliere con lo sguardo della conoscenza unificatrice) che troviamo nel verbo latino intueor, che sta alla base del nostro intuire, e che rimanda anche all’intus-ire, ovvero un modo di conoscere che attraversa e penetra l’oggetto di conoscenza – che in Parmenide è τὸ ἐόν – fondendosi tutt’uno con esso”.
“To eon” (scritto esattamente come τὸ ἐόν o τὸ ὄν) è un’espressione del greco antico che significa “l’essere” o “ciò che è”.
Qui incontriamo il frammento di Parmenide (DK 28 B 3) che dice:
«τὸ γὰρ αὐτὸ νοεῖν ἐστίν τε καὶ εἶναι»
«Infatti la stessa cosa è pensare ed essere»
Qui noein (νοεῖν) non è il pensiero discorsivo, razionale, ma l’intuizione immediata, il cogliere con lo sguardo dell’intelletto. È un vedere puro, un’intellezione diretta.
Non c’è un soggetto che intuisce un oggetto separato. Nell’atto stesso dell’intuizione vera (quella che non può essere altrimenti), l’intelletto è l’essere che intuisce. Non c’è mediazione, non c’è distanza, non c’è rappresentazione. L’intuizione è l’essere che si manifesta a sé stesso.
La navigazione alla quale si riferisce l’aggettivo terza, dopo le due di Platone, è quella dell’intuizione noetica in cui intuire e intuizione coincidono perfettamente nell’Essere.
Dal punto di vista filosofico, il proemio trasforma il viaggio in una metafora della ricerca della verità. La via (ὁδός) diventa il percorso che conduce dall’opinione mutevole (dóxa) alla conoscenza dell’Essere e della Verità (ἀλήθεια).
Nel viaggio di Ulisse compaiono altri termini che ritroviamo nella filosofia greca parmenidea: Polifemo che si scrive in greco antico Πολύφημος (Polýphēmos), il nome del ciclope, che è il composto di due parole: Πολύς (polýs), che significa “molto” e φήμη (phḗmē), che significa “fama”, “voce” o “parola”.
Nel frammento 28B1DK di Parmenide la via (ὁδός) è la via della δαίμων (la Grande Dea) ed è una via πολύφημος, “che dice molte cose”.
Parmenide, quando narra della Dea che gli parla di concetti che portano alla verità, usa la parola μῦθος (mýthos), mentre quando riferisce della Dea che crea Eros utilizza il termine μη̃τ ιζ (metis), che indica un’intelligenza pratica e strategica applicata al mondo fenomenico che nell’Odisse era propria di Odisseo polýmetis.
Frammento 28B13 Diels-Kranz (DK) di Parmenide.
Testo greco originale:
πρώτιστον μὲν Ἔρωτα θεῶν μητίσατο πάντων
Traslitterazione:
prōtiston men Erōta theōn mētisato pantōn
Traduzione italiana:
«Primissimo, tra tutti gli dèi escogitò Eros».
Angelo Tonelli scrive di “escogitazione creativa”, dove ex-cogitare significa, nell’etimologia, letteralmente il trarre fuori un’idea attraverso un’intensa riflessione, arrivando a concepire o inventare qualcosa.
Vediamo l’episodio
Nell’Odissea di Omero (Libro IX), Odisseo (Ulisse) usa la mētis contro Polifemo il Ciclope.
«Ciclope, domandi il mio nome glorioso? Ebbene, te lo dirò;
e tu dammi il dono ospitale come hai promesso.
Nessuno è il mio nome; Nessuno mi chiamano
madre e padre e tutti quanti i compagni».
Così dicevo; e subito mi rispondeva con cuore spietato:
«Per ultimo io mangerò Nessuno, dopo i suoi compagni:
gli altri prima; questo per te sarà il dono ospitale».
Così disse, e rovesciatosi indietro cadde supino…
(Odissea IX)
In greco Nessuno è Οὖτις (Outis).
Quando Odisseo e i compagni accecano Polifemo con il palo infuocato e gli altri ciclopi accorrono e chiedono chi lo stia attaccando. Polifemo risponde: «Nessuno, amici, mi uccide con l’inganno, non con la forza!».
In greco mētis suona simile a mē tis (“nessuno”) e Odisseo è spesso chiamato polymētis (“dalle molte astuzie”).
In greco antico μῆτις (mḗtis, con eta lungo), astuzia, intelligenza pratica, saggezza astuta (Odisseo è πολυμήτις – polymḗtis, dalle molte astuzie), mentre μή τις (mḗ tis) è “non qualcuno”, “nessuno” (μή = negazione + τις = qualcuno).
Queste due espressioni si pronunciano in modo praticamente identico
Nel testo Odisseo si presenta con Οὖτις (dove Oútis è Nessuno, con οὐ che è un’altra negazione).
È una forma diversa da μή τις, ma serve allo stesso scopo.
Quando Polifemo grida aiuto, gli altri Ciclopi gli chiedono cosa succede e lui risponde qualcosa come «Οὖτίς με κτείνει» (“Nessuno mi uccide”), ma i ciclopi, nella loro risposta usano la forma μήτις (quella che grammaticalmente si adatta alla frase), che suona esattamente come “mētis” = astuzia.
Quindi, mentre Polifemo sta dicendo “Nessuno mi sta facendo del male”, gli altri sentono una frase che può essere interpretata come “L’astuzia mi sta uccidendo” o, semplicemente, “nessuno”.
Una possibile spiegazione di questo passo ci potrebbe portare, grazie a Parmenide, ad un’interpretazione interessante riguardante l’insegnamento di Omero.
Nell’Odissea (Libro IX), Polifemo è descritto come selvaggio, senza leggi, e che, tuttavia, parla parecchio: dialoga con Odisseo, chiede il suo nome, promette un “dono ospitale”, reagisce con rabbia e urla.
La sua “grande voce” è rozza e primitiva, non è la voce raffinata dell’ὁδός (hodós), la via che porta alla Verità ed è per questo motivo che soggiace alla “mētis”.
segue
[i] Parmenide, dell’Origine, a cura di Angelo Tonelli, Feltrinelli





