Quali sono i reali obiettivi di USA e Iran?
Se le dichiarazioni di Donald Trump troveranno conferma nei fatti, la crisi tra Stati Uniti e Iran potrebbe chiudersi con un esito paradossale, una guerra lampo combattuta per arrivare rapidamente a un accordo negoziale.
La Casa Bianca sostiene di aver ottenuto l’obiettivo fondamentale, cioè l’impegno iraniano a non sviluppare armi nucleari. Teheran, dal canto suo, lascia intendere che il testo finale ricalchi in larga parte le proprie proposte.
È il classico scenario nel quale entrambe le parti rivendicano la vittoria davanti alle rispettive opinioni pubbliche.
L’eventuale firma in Europa assumerebbe un significato che va ben oltre la semplice scelta della sede, dopo i tentativi di Francia, Germania e Regno Unito il cosiddetto formato E3, di mantenere aperto il dialogo con Teheran anche nei momenti di maggiore tensione, il continente potrebbe tornare a essere il luogo della composizione diplomatica di una crisi che, nella sua fase più acuta, è stata dominata dall’iniziativa militare e strategica degli Stati Uniti.
L’Europa non si affermerebbe come protagonista della deterrenza, bensì come spazio politico capace di trasformare il confronto tra potenze rivali in un percorso negoziale. Un ruolo meno appariscente di quello esercitato da Washington, ma che continua a conservare una sua rilevanza quando si tratta di dare forma e stabilità ad accordi destinati ad avere conseguenze ben oltre il Medio Oriente.
Gli Stati Uniti hanno dimostrato di poter colpire in profondità; l’Iran ha dimostrato di poter minacciare uno dei principali snodi energetici del pianeta attraverso lo Stretto di Hormuz.
Se l’accordo verrà effettivamente firmato, non sancirà la nascita di una nuova amicizia tra i due Paesi, ma il riconoscimento reciproco dei limiti oltre i quali il costo del conflitto diventerebbe insostenibile per tutti gli attori coinvolti. In questo senso, più che una pace, sarebbe un nuovo equilibrio di potenza nel Golfo Persico.
Da questa prospettiva emerge un elemento spesso trascurato; se dopo i bombardamenti si arriva rapidamente a un’intesa, significa che l’obiettivo americano potrebbe non essere mai stato il cambio di regime a Teheran, bensì il contenimento del programma nucleare iraniano e il ristabilimento della deterrenza regionale.
Una differenza sostanziale rispetto alle campagne militari che hanno segnato il Medio Oriente negli ultimi decenni.
Anche l’Iran, pur avendo subito una forte pressione militare e diplomatica, potrebbe presentarsi alla firma senza rinunciare alla continuità del proprio sistema politico e alla propria influenza regionale.
Non sarebbe, quindi, una resa, ma una forma di compromesso strategico nella quale entrambe le parti accettano di fermarsi prima che il confronto degeneri in una guerra più ampia.
Se questa lettura si dimostrerà corretta, il vero risultato della crisi non sarà la vittoria di uno sull’altro, ma la definizione di nuove regole di convivenza tra potenze rivali in una delle aree più sensibili del pianeta.
Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar e Turchia hanno infatti tutto l’interesse a evitare un conflitto prolungato che destabilizzerebbe commercio, investimenti e sicurezza energetica.
Esiste, infine, una dimensione globale; chiudere rapidamente la crisi iraniana consentirebbe a Washington di concentrare nuovamente attenzione e risorse sulle sue priorità strategiche, la competizione con la Cina, il confronto tecnologico globale e la gestione dei principali teatri di crisi euroasiatici.
Solo allora il Medio Oriente tornerebbe a essere un’area da stabilizzare e non il centro permanente della politica estera americana.
Resta, però, una domanda decisiva, destinata ad accompagnare ogni futura trattativa: l’Iran sta rinunciando realmente all’opzione nucleare oppure sta semplicemente guadagnando tempo?
Dalla risposta a questo interrogativo dipenderà non soltanto la durata dell’accordo, ma anche la tenuta del nuovo equilibrio regionale che potrebbe nascere dalle ceneri di questa crisi.





