Che speranza ha l’Italia?
La società signorile di massa nella quale viviamo immersi verte su determinati principi, quali il crollo dei salari, la deindustrializzazione, la manodopera schiavile, il prosciugamento del risparmio privato, il blocco assoluto delle leve monetarie e fiscali, l’impossibilità per lo Stato di esercitare un ruolo attivo in economia, la riconversione verso le esportazioni e il crollo della domanda interna.
Non è stata costruita in due giorni, è un sistema che è stato perseguito in trent’anni e oggi la manodopera schiavile non può essere espunta a patto del crollo di tutto l’ingranaggio. Chi vende questo miraggio vende merce adulterata.
Ad esempio, trent’anni fa fu stabilito che i figli delle classi medie non avrebbero più compiuto alcun lavoro materiale, l’università fu letteralmente slabbrata con l’obiettivo precipuo di regalare una laurea a tutti.
I risparmi familiari sarebbero stati drenati dai percorsi abilitativi dei discenti, il democraticizzare avrebbe concorso ad abbassare salari e le tutele a tutto il lavoro dipendente, una realtà fondata sulla scarsità del lavoro avrebbe stemperato le aspettative e le illusioni, istituzionalizzando il precariato cognitivo fino a oltre i quarant’anni.
Nel mentre, l’impiego sempre più massiccio degli schiavi avrebbe sancito una demarcazione potentissima rispetto alla possibilità, per un italiano di classe media, di svolgere tanti mestieri che, vent’anni addietro, sarebbero stati considerati normalissimi.
Gli stranieri devono essere gli unici addetti a qualsiasi lavoro manuale perché per una serie di questioni si fanno bastare i soldi, Confindustria li esige, la Meloni ne ha autorizzati seicentomila in tre anni, la remigrazione è una roba che pertiene non ai “regolari” ma ai “clandestini”, i quali, però, non hanno l’esclusiva rispetto ai problemi di ordine pubblico.
Tanto più che il capitale ha distrutto l’impianto urbanistico dei nostri agglomerati relegando a favela le zone escluse dalla gentrificazione, lo Stato è fallito e non esiste istituzione in grado di ostacolare la suppurazione degli scarti sociali, il melting pot è una pia illusione, i cui costi vanno in conto alle classi popolari, e il tutto verrà messo a fruttare come dispositivo della polarizzazione indotta.
Stiamo affossando l’economia e indebitando le classi popolari per armare un Paese in cui si fa disegnare una svastica umana ai bambini alle recite di fine anno scolastico, ma passeremo i prossimi sei mesi a parlare del fascismo di Vannacci.
Le nostre classi medie colte stanno messe a codesto modo e sono quelle inserite in tutti i posti apicali, pubblici e privati, del sistema nazionale: gli unici ad avere liceità nel dibattito, l’esercito quasi compatto dei lavoratori dell’istruzione, il core business dell’industria culturale.
I sempiterni scandalizzati delle dissonanze cognitive del popolino arrabbiato.
Che speranza può avere un Paese così malmesso?





