Levare lo sguardo noetico per uscire dall’incantamento del progressismo nichilista
Il viaggio in Spagna dei Leone XIV rappresenta un richiamo ai valori della vita e della dignità umana e un appello imperativo potente ad alzare lo sguardo contro il nichilismo progressista che sta devastando l’Occidente.
Alzad la mirada, slogan ufficiale del viaggio di Leone XIV, è un imperativo plurale della stessa potenza di quel “Gnoti seauton” che stava sul frontone del tempio di Apollo a Delfi e che Angelo Tonelli traduce con “Conosci il tuo Sé” e che potremmo anche dire: conosci quella parte immortale di te stesso che ti ricorda che il tuo essere umano è composto da un sostantivo, l’essere, e da un aggettivo, umano, che significa humus, terrestre, e che se ti abbandoni alle follie di chi scrive di homo deus, pensando che la tecnica sia la via della salvezza, ti riduci alla disperazione e ti consegni al nichilismo travestito da progressismo.
L’imperativo plurale lo si legge nel Vangelo di Giovanni (4:35): «Non dite voi: “Ancora quattro mesi e poi viene la mietitura”? Ecco, io vi dico: alzate i vostri occhi e guardate i campi che già biondeggiano per la mietitura».
Questo versetto fa parte del dialogo di Gesù con i discepoli dopo l’incontro con la samaritana al pozzo. Gesù usa l’immagine della mietitura (raccolto) per indicare che il tempo per annunciare il Vangelo e raccogliere “frutti” spirituali è già arrivato, non va rimandato. I “campi che biondeggiano” rappresentano le persone pronte ad accogliere il messaggio di salvezza.
In questo XXI secolo la domanda di salvezza esiste, ma ad essa viene data una risposta materialista, che vestita da progressismo, è di fatto nichilista e crea un senso di vuoto che viene riempito con il consumismo e con la ricerca di un’eternità fittizia, tecnologica, perché si nega che la realtà abbia un’essenza o un fondamento ultimo e si afferma che non esistono bene e male e che tutto è permesso (o indifferente).
Il nichilismo che si nasconde dietro al progressismo può portare a depressione o, al contrario, a una libertà estrema: posso fare tutto quello che voglio ed essere tutto quello che voglio.
Durante la cerimonia della consacrazione della Torre di Gesù, nel cielo notturno è comparso il viso di Gaudì, seguito da una sua frase: “Primer l’amor, deprès la tècnica”, altro potente messaggio simbolico che è sintesi, resa iconica, dell’enciclica Magnifica Humanitas, con la quale Leone XIV ha anteposto l’essere umano all’intelligenza artificiale, che è oggi il confine sul quale si è spinta la tecnica che, ovviamente, è nelle mani di chi la costruisce, di chi la finanzia e che il Papa chiede sia regolamentata e sottoposta come strumento volto al bene e al progresso dell’essere umano.

Alzare lo sguardo significa anche attivare uno sguardo noetico. Uno sguardo che ci riporta alle navigazioni platoniche e alla necessità di attivarne una terza.
La metafora delle due navigazioni è un famoso racconto allegorico che Platone espone nel Fedone per descrivere l’evoluzione del suo pensiero. Essa rappresenta il passaggio cruciale dall’indagine naturalistica, basata sui sensi (la prima navigazione), alla scoperta della dimensione metafisica e intelligibile delle Idee (la seconda navigazione).
La prima navigazione è condotta dall’inganno dei sensi. Nella prima parte del suo percorso, Platone (attraverso la voce di Socrate) paragona la filosofia ai marinai che navigano con le vele spiegate. Questa navigazione rappresenta l’affidamento ai sensi e alle spiegazioni puramente fisiche e meccaniche.
La seconda navigazione è la scoperta della metafisica. La bonaccia fa ammainare le vele e costringe i marinai a ricorrere ai remi: questa è la seconda navigazione, molto più faticosa, ma sicura. Abbandonando l’osservazione puramente sensibile, ci si affida alla forza della ragione.
Con questo sforzo intellettuale, Platone scopre il mondo intelligibile, ovvero il regno delle Idee (o Iperuranio). Le Idee sono le vere cause della realtà. Ad esempio, un oggetto è bello non perché è composto da certi materiali, ma perché partecipa all’Idea di “Bello in sé”.
Cosa può essere la terza navigazione? La terza navigazione è quella di Odisseo dall’isola dei Feaci a Itaca, sulla nave prodigiosa messagli a disposizione da questo popolo di divina discendenza, il quale possedeva navi che non avevano bisogno di vele o di remi, ma si muovevano con il pensiero, guidate da una sorta di “intelligenza” e orientate dalle mappe mentali dei naviganti.
La terza navigazione è la via dell’iniziato; è la via del ritorno, dei nostoi, attivata dalla nostalgia ed è filosofia.
Una delle a affermazioni più celebri di Novalis è: «La filosofia è propriamente nostalgia (Heimweh), impulso a essere ovunque a casa propria».
Qui la nostalgia è il sentimento di una mancanza originaria. L’essere umano percepisce di non coincidere pienamente con il mondo e perciò è spinto a cercare un’unità più profonda, una volta trovato la quale è a casa propria pienamente.
C’è una suggestiva vicinanza con la ὁδός di Parmenide, la via che conduce a una verità necessaria e immutabile. La nostalgia attiva l’ὁδός (hodós), il cammino verso l’ἀρχή (archē), l’origine e verso ἀλήθεια (alētheia), il non nascondimento che apre lo spazio a Mnēmosynē, la memoria.
La navigazione del lògos dell’anima ci riporta alle origini del pensiero occidentale, quello dei Nostoi (dal greco νόστοι, “ritorni”) che erano, nella mitologia e nella letteratura greca, i racconti del ritorno in patria degli eroi achei dopo la guerra di Troia.
Il tema del nostos (il ritorno a casa) è centrale nella cultura greca: non rappresenta soltanto il viaggio fisico, ma anche il recupero dell’identità, della famiglia e del proprio posto nella comunità dopo le prove della guerra.
Il pensiero autentico, secondo Parmenide, deve seguire la via che l’Essere stesso rende possibile, così che “lo stesso è pensare ed essere” (τὸ γὰρ αὐτὸ νοεῖν ἐστίν τε καὶ εἶναι – to gar auto noein estin te kai einai), dove pensare è reso con νοεῖν (noein), ossia, per come lo traduce Angelo Tonelli[i], intuizione.
La possibile risposta alla domanda di che cosa sia la terza navigazione è, pertanto, che è quella del lògos dell’anima e di uno sguardo noetico che nessuna tecnica e nessuna intelligenza artificiale può farci conseguire.
Accanto ai simboli potenti, che Leone XIV ha voluto proporre all’attenzione di un Occidente in crisi, c’è quello di una foresta di pietra che si innalza verso il cielo e che finisce con una croce, simbolo cristiano, ovviamente, ma, come tutti i simboli, polivalente
Il segno della croce è anche la sintesi di quanto è stato tentato ed è tentato di fare a nostro danno e, al contempo, di quanto possiamo fare per salvaguardare la nostra libertà e la nostra dignità.
La croce è la sintesi della verticalità e dell’orizzontalità.
Nei decenni che ci stanno alle spalle, con un’accentazione progressiva, direi con una progressione geometrica, a nostro danno è stato tentato di verticalizzare la vita e di orizzontalizzare il pensiero.

La verticalizzazione della vita è avvenuta verticalizzando la catena di comando e concentrando le sedi decisionali. Ne sono esempi l’Unione Europea e l’Organizzazione mondiale della sanità.
L’Unione Europea di Maastricht è l’organo operativo di una moneta (il marco travestito da euro) e di un mercato ed è figlia della finanza globalista e delle risorgenti mire egemoniche della Germania dopo la riunificazione. La progressiva espropriazione della sovranità degli Stati, senza che l’Unione Europea sia uno Stato confederale e senza che abbia una costituzione, è il chiaro segno di una verticalizzazione del potere e della concentrazione della catena di comando.
La verticalizzazione della vita è passata e passa attraverso l’eliminazione progressiva delle classi sociali: riduzione della classe operaia e del cento medio ad unica massa indifferenziata.
Un nucleo ristretto di grandi ricchi, accompagnato da una pletora di piccolo borghesi, popolo di scimmie abbarbicato, come le scimmie del pleistocene, nella nuova foresta verticale degli zoo ZTL e da intellettuali organici alle nuove ideologie (chierici del pensiero unico politicamente corretto), vorrebbe comandare il mondo, convincendoci che la nuova frontiera della felicità sia il transumanesimo e che l’anima e il suo nucleo intelligente e cosciente, il suo lógos, siano fungibili dal trasferimento della nostra mente e della nostra memoria dal carbonio al silicio, trasformando l’umano (l’humus) in plastica, acciaio, materiali vari e il suo essere in algoritmi depositati in memorie allocate nei circuiti integrati.
La verticalizzazione del potere è stata contestuale all’appiattimento del pensiero, reso uniforme da una propaganda assillante, che ha messo in pratica le tecniche di comunicazione studiate nel secolo scorso.
Si tratta ora di girare la croce, verticalizzando il pensiero e orizzontalizzando la catena di comando.

Sulla potenza dei simboli e delle immagini, la comunicazione si esercita da millenni. Le immagini, più che la comunicazione scritta, sono immediatamente percepite ed accolte, non solo dalla razionalità, ma anche e, soprattutto, dalla loro capacità di agire sull’inconscio.
Uno dei primi teorici della comunicazione, Walter Lippman, nel suo “L’opinione pubblica” (Donzelli ed.), scrive che «ciò che l’individuo fa si fonda non su una conoscenza diretta e certa ma su immagini che egli si forma o che gli vengono date. […]. Le immagini in base a cui agiscono gruppi di persone o individui che agiscono in nome di gruppi, costituiscono l’Opinione Pubblica con le iniziali maiuscole».
«Cos’è la propaganda – si chiede Lippmann – se non lo sforzo di modificare le immagini a cui reagiscono gli individui, di sostituire un modello sociale a un altro?».
È necessaria un’analisi approfondita del ruolo centrale che simboli e stereotipi esercitano nella comunicazione, condizionando al tempo stesso i comunicatori e i dirigenti dell’informazione, che ne hanno bisogno per costruire un ritratto coerente e ordinato delle notizie, e gli utenti, che se ne servono a loro volta per codificare i fatti e darne una prima, sommaria interpretazione.
In questi decenni che ci stanno alle spalle il progressismo nichilista ci ha trasmesso immagini, simboli e stereotipi che poco hanno a che fare con l’essere umano, poco con l’umano e tanto meno con l’essere.
Ora, questo Papa ci consegna, con simboli potenti, di nuovo l’indicazione della terza navigazione, quella che ci può, sia pure attraverso le molte prove del viaggio, riportare a Itaca, all’Origine, navigando sulle navi dei Feaci, che non hanno bisogno di vele e di remi, ma di pensiero e di sguardo noetico, quello sguardo che sa guardare in alto e oltre.
[i] Parmenide, Dell’Origine, a cura di Angelo Tonelli, Feltrinelli





