La svolta siriana di Ahmed al‑Sharaa
Ci sono notizie destinate a occupare le prime pagine per qualche ora e notizie che, se diventeranno realtà, possono modificare l’intero equilibrio del Medio Oriente.
Quella arrivata dalla Siria appartiene certamente alla seconda categoria.
Il presidente siriano Ahmed al‑Sharaa ha dichiarato, durante un’intervista trasmessa da Al Jazeera, che il suo governo sta lavorando a un accordo di sicurezza con Israele e che tale intesa, se raggiunta e rispettata, potrebbe aprire una seconda fase diretta verso una «pace globale» tra i due Paesi.
Non ha annunciato un accordo già firmato. Non ha riconosciuto Israele e non ha rinunciato alla rivendicazione siriana sulle alture del Golan.
Ma ha affermato pubblicamente che la Siria non vuole uno scontro con Israele, che intende evitarlo e che considera possibile arrivare, attraverso tappe successive, a una vera pace.
“Reuters”
Pronunciate da qualunque presidente siriano, queste parole sarebbero già storiche. Pronunciate da al‑Sharaa assumono un significato ancora più impressionante.
Ahmed al‑Sharaa è, infatti, l’uomo conosciuto per anni con il nome di battaglia di Abu Mohammed al‑Jolani.
Dopo l’invasione americana dell’Iraq del 2003 entrò nell’organizzazione di al‑Qaeda in Iraq, trascorse anni in una prigione statunitense e, tornato in Siria, fondò e guidò il Fronte al‑Nusra, la filiale siriana di al‑Qaeda.
Nel 2016 ruppe formalmente con l’organizzazione e successivamente costruì Hayat Tahrir al‑Sham, il movimento che avrebbe governato Idlib e poi guidato l’offensiva che nel dicembre 2024 rovesciò Bashar al‑Assad.
In pochi anni ha compiuto una trasformazione difficilissima da valutare definitivamente: da comandante jihadista ricercato dagli Stati Uniti, sulla cui testa pendeva una taglia di dieci milioni di dollari, a presidente della Siria ricevuto e riconosciuto dagli interlocutori regionali e occidentali.
Washington ha successivamente revocato la designazione terroristica di HTS, mentre gli osservatori delle Nazioni Unite hanno dichiarato di non aver rilevato legami attivi tra il nuovo potere siriano e al‑Qaeda.
“Reuters sulla storia di al‑Sharaa”
“Reuters sui rapporti con al‑Qaeda”
Questo, naturalmente, non cancella il suo passato e non autorizza nessuno a concedergli una patente preventiva di democratico o di moderato.
Il nuovo governo siriano rimane fortemente centralizzato, di matrice islamista ed è stato incapace, almeno in alcuni momenti, di impedire gravissime violenze settarie contro le minoranze.
Al‑Sharaa deve ancora dimostrare con i fatti quale Siria intenda costruire.
Ma sarebbe altrettanto sbagliato fingere che nulla sia cambiato.
Che cosa si sta realmente negoziando
Siria e Israele sono ancora formalmente in stato di guerra e non hanno relazioni diplomatiche.
I colloqui, inizialmente indiretti e poi anche diretti, sono iniziati nel 2025 con la mediazione degli Stati Uniti e il coinvolgimento di Emirati Arabi Uniti, Azerbaigian e altri Paesi.
La prima fase non riguarderebbe ambasciate, turismo o piena normalizzazione, ma questioni di sicurezza molto concrete:
• ripristinare o aggiornare l’accordo di disimpegno del 1974;
• ricostituire una fascia di separazione controllata dalle forze dell’ONU;
• impedire che truppe, missili e armamenti pesanti siriani vengano schierati vicino al confine israeliano;
• bloccare il ritorno in Siria dell’Iran, dei Pasdaran, di Hezbollah e delle altre milizie;
• fermare gli attacchi e le incursioni israeliane nel territorio siriano;
• stabilire sistemi di comunicazione e scambio d’informazioni per evitare incidenti militari;
• discutere il ritiro israeliano dalle posizioni conquistate dopo la caduta di Assad nel dicembre 2024.
Nel gennaio 2026 i colloqui mediati dagli Stati Uniti sono ripresi e le parti hanno già lavorato a un meccanismo di coordinamento e condivisione d’intelligence.
Ma rimangono forti divergenze sulle dimensioni della zona demilitarizzata, sulla protezione dei drusi e soprattutto sul ritiro israeliano dalle aree occupate dopo il crollo del regime.
“Reuters, The Times of Israel”
In altre parole, si sta cercando innanzitutto quella che una fonte coinvolta nei colloqui ha definito «pace come assenza di guerra», non ancora normalizzazione. Ma è proprio al‑Sharaa adesso a sostenere pubblicamente che, se questa prima fase funzionasse, potrebbe seguirne una seconda molto più ambiziosa.
Perché al‑Sharaa cerca l’accordo
Non credo che ci troviamo semplicemente davanti a un’improvvisa conversione sentimentale alla pace. Al‑Sharaa sta facendo un calcolo politico e strategico estremamente concreto.
Ha ereditato un Paese devastato da quasi quattordici anni di guerra civile, con città distrutte, milioni di profughi, istituzioni da ricostruire e un’economia incapace di ripartire senza investimenti stranieri.
Un’altra guerra con Israele sarebbe catastrofica e potrebbe distruggere il nuovo potere prima ancora che riesca a consolidarsi.
Per ottenere la revoca definitiva delle sanzioni, il riconoscimento internazionale, gli investimenti del Golfo e il sostegno americano, la Siria deve dimostrare di non voler tornare a essere la piattaforma militare dalla quale Iran e Hezbollah minacciano Israele.
Al‑Sharaa ha infatti dichiarato che le armi e le decisioni militari devono appartenere esclusivamente agli Stati, non alle milizie.
Ha ricordato che Hezbollah combatté per quattordici anni al fianco di Assad contro gli insorti siriani e ha escluso un intervento militare in Libano, pur sostenendo il diritto del governo di Beirut a disarmare il movimento sciita.
Ha inoltre affermato che i Paesi della regione non dovrebbero essere costretti a scegliere tra le politiche israeliane e le ambizioni iraniane, ma seguire i propri interessi nazionali.
“Agenzia siriana SANA”
Questa è forse la vera rivoluzione politica compiuta da al‑Sharaa: la Siria non deve più essere il corridoio dell’Iran verso Hezbollah e il Mediterraneo, né il terreno sul quale altri combattono le proprie guerre.
Che cosa può ottenere Israele
Anche per Israele i vantaggi potenziali sarebbero enormi.
Per decenni la Siria degli Assad è stata il principale alleato arabo dell’Iran, ha consentito il transito delle armi destinate a Hezbollah e ha offerto al regime di Teheran una profondità strategica fino al confine israeliano.
Una Siria stabile, sottratta all’influenza iraniana e impegnata a impedire il ritorno delle milizie costituirebbe un cambiamento storico per la sicurezza di Israele.
Un accordo potrebbe:
• chiudere uno dei fronti più pericolosi dello Stato ebraico;
• interrompere stabilmente il corridoio militare Iran-Iraq-Siria-Libano;
• isolare ulteriormente Hezbollah;
• creare una frontiera settentrionale controllata e verificabile;
• aprire, nel tempo, nuovi rapporti economici e diplomatici;
• dimostrare ancora una volta che l’ostilità a Israele non è un destino inevitabile per i Paesi arabi.
Israele, tuttavia, non può ignorare il passato di al‑Sharaa né fidarsi semplicemente delle sue parole.
Ha bisogno di garanzie verificabili sulla demilitarizzazione del sud della Siria, sulla protezione della popolazione drusa e sull’impossibilità che il territorio siriano torni nelle mani dell’Iran, di Hezbollah o di organizzazioni jihadiste.
Nello stesso tempo, però, pretendere una Siria permanentemente debole, frammentata e sottoposta a incursioni rischierebbe di produrre proprio ciò che Israele dovrebbe temere: caos, risentimento e nuovi gruppi radicali.
Se a Damasco esiste davvero un interlocutore disposto a costruire un confine sicuro e a espellere l’influenza iraniana, Israele ha interesse a verificare seriamente questa possibilità.
L’ostacolo del Golan
Il nodo più difficile rimane quello delle alture del Golan, conquistate da Israele nella guerra del 1967 e sottoposte alla legge israeliana dal 1981. Gli Stati Uniti ne hanno riconosciuto la sovranità israeliana durante la prima presidenza Trump, mentre Siria e gran parte della comunità internazionale continuano a considerarle territorio siriano.
Al‑Sharaa ha precisato che un accordo di sicurezza e persino una futura pace non comporterebbero la rinuncia ai diritti siriani sul Golan.
Israele, al contrario, considera il controllo di quelle alture indispensabile alla propria sicurezza e non sembra disposto a restituirle.
Questo significa che un primo accordo potrebbe probabilmente mettere temporaneamente da parte la questione, concentrandosi sul ritorno alle linee precedenti all’8 dicembre 2024 e sul sistema di sicurezza lungo il confine.
La contesa sul Golan resterebbe aperta e affidata a un negoziato successivo.
Un uomo trasformato o un abilissimo sopravvissuto?
È troppo presto per sapere se al‑Sharaa abbia davvero abbandonato l’ideologia jihadista oppure se sia soprattutto un uomo dotato di uno straordinario istinto politico, capace di trasformarsi per sopravvivere e governare.
Probabilmente le due cose non si escludono completamente.
La sua vita gli ha mostrato il fallimento della jihad globale, la distruzione prodotta dall’estremismo, la brutalità del regime di Assad e il modo in cui Iran, Russia, Hezbollah, Turchia e potenze occidentali hanno utilizzato la Siria come campo di battaglia.
Oggi sembra avere compreso che il potere non si conserva soltanto conquistando territori con le armi: occorre ricostruire uno Stato, riaprire l’economia, ottenere investimenti e garantire ai vicini che la Siria non rappresenterà più una minaccia.
Questo non lo rende automaticamente affidabile. Lo rende però un interlocutore con interessi nuovi, e in politica internazionale gli interessi concreti possono essere più solidi delle conversioni morali.
Per questo la sua dichiarazione non deve essere né liquidata come propaganda né celebrata come una pace già raggiunta.
Deve essere osservata con attenzione e verificata passo dopo passo.
Se un ex comandante legato ad al‑Qaeda, arrivato al potere dopo la caduta di Assad, riuscisse davvero a sottrarre la Siria all’Iran, a chiudere il corridoio delle armi verso Hezbollah e a firmare prima un accordo di sicurezza e poi una pace con Israele, ci troveremmo davanti a una delle trasformazioni geopolitiche più profonde dell’intera storia contemporanea del Medio Oriente.
Non sappiamo ancora se accadrà. Ma il fatto stesso che oggi possa essere detto apertamente dal presidente della Siria significa che qualcosa di enorme è già cambiato.





